sabato 19 ottobre 2013

Wolverine l'Immortale

The Wolverine

di James Mangold

con: Hugh Jackman, Tao Okamoto, Rila Fukushima, Svetlana Khodchenkova, Hirouyki Sanada, Haruiko Yamanouchi, Famke Jannsen.

Azione/Avventura

Usa/Australia (2013)














Inutile ricordalo, ma nel 2009 "X-Men le Origini: Wolverine" fu un grande successo di cassetta; rincuorato dai buoni esiti, Jackman decide così di continuare le avventure in solitario di Logan con una nuova pellicola, "The Wolverine", che questa volta vede il canadese artigliato come protagonista assoluto e si concentra (finalmente) sulla sua psicologia piuttosto che su scene d'azione improbabili o one-liner da due soldi.
Progetto dalla genesi movimentata (Darren Aaronofsky, grande amico del protagonista, ha sviluppato la sceneggiatura e supervisionato i primi mesi di produzione, per poi abbandonarla per motivi personali), "The Wolverine" può essere tranquillamente considerato come un film-fumetto "atipico" per gli standard Marvel: ironia ridotta all'osso, citazioni tratte dal fumetto contenute, strizzatine d'occhio ai fans praticamente inesistenti; al posto dei marchi di fabbrica dei film-spazzatura della "casa delle idee" troviamo (sorpresa) una violenza grafica snocciolata in forti dosi, senza però mai scadere nel parossistico, un tono cupo e introspettivo ed una storia che non tiene conto dei normali cardini dell'universo fumettistico di origine (quali complotti alieni o guerre tra fazioni di mutanti), concentrandosi sui protagonisti (Logan, Yashida e Mariko) e sui loro legami; il risultato, pur non essendo memorabile, funziona a dovere.


Basato sulla mitica "saga giapponese" del duo Miller/Clermont del 1982, il film si apre con un flashback spettacolare: Wolverine, prigioniero a Nagasaki durante la Seconda Guerra Mondiale, salva la vita all'ufficiale giapponese Yashida durante il bombardamento atomico; decenni dopo, ritroviamo Logan ritiratosi in solitudine tra le montagne, perseguitato dai rimorsi per l'uccisione di Jean Grey (Famke Jannsen), che gli appare come uno spettro; ben presto il suo ritiro viene interrotto: Yashida (Haruiko Yamanouchi), ora invecchiato e morente, lo convoca a Tokyo per ricambiare il favore fattogli anni prima: in cambio della sua vita offre a Wolverine la possibilità di disfarsi della sua immortalità per poter finalmente porre fine ai tormenti che lo affliggono.


Rispetto al precedente "X-Men le Origini" e a tutti gli altri film sui mutanti, l'intento sembra non solo quello di intrattenere dei ragazzini, ma, per una volta, anche quello di tracciare una storia coerente e dare una psicologia complessa ad un personaggio che nella sua controparte cartacea dimostrava una profondità quantomeno singolare; banditi effetti speciali roboanti e personaggi sopra le righe, in "The Wolverine" a farla da padrone è un concetto di cinema action vecchia maniera, che affonda le sue radici nelle pellicole hollywoodiane degli anni '80 e nel cinema di John Woo dei primi anni '90; ogni acrobazia ed ogni azione viene caricata di una fisicità sbalorditiva: corpi che cadono e cozzano, arti che si frantumano e colpi inferti e ricevuti grondano dolore e sangue; il gusto per la coreografia è evidente e a tratti esasperato, come nella scena del treno ad alta velocità, nella quali si riaffaccia, prepotente, lo spettro del cinema digitale ed esagerato; tuttavia Mangold non sempre si dimostra all'altezza del compito affidatogli: l'abuso del montaggio spezzato vanifica parte degli sforzi di attori e coreografi, facendo sembrare il tutto come l'opera dell'ennesimo videoclipparo bayota di turno; eppure, man mano che la storia si dipana, tra colpi di scena più o meno riusciti, la sensazione di trovarsi di fronte ad una vera pellicola d'azione è forte.


Rifacendosi in pieno agli stilemi del cinema nipponico, Mangold adotta un ritmo molto lento per tutta la narrazione; scelta discutibile, che rende la pellicola davvero poco scorrevole e a tratti finanche noiosa, ma che le conferisce un'aura di originalità, persino di coraggio: il ritmo scialbo permette allo spettatore di avvicinarsi maggiormente ai personaggi ed affezionarsi di più all'irsuto protagonista, che mai come ora appare in tutta la sua umanità.
L'idea di creare un sequel a "X-Men- Conflitto Finale" (2006) risulta vincente: l'elaborazione del lutto mancava totalmente nella pellicola di Ratner, ma qui il concetto di "ossessione" diviene parte integrante della caratterizzazione del personaggio, donandogli profondità; gli incubi su Jean permettono a Logan di confrontarsi con sé stesso e le sue azioni, e il suo conflitto interiore e il rimorso che lo attanaglia sono ben elaborati in sede di script; bella anche l'idea di negare all'eroe la sua proverbiale invulnerabilità, che porta la gli sceneggiatori a doversi arrovellare per trovare soluzioni più "fisiche" e meno "fumettistiche" agli scontri.


Su tutto, è la semplicità della storia a stupire, dove per semplice si intende lontana dagli echi fantastici solitamente affibbiati ai personaggi fumettistici; tutta la narrazione si basa sul senso di colpa di Logan e sugli intrighi della corporazione di Yashida, con tanto di guardie del corpo ninja, yakuza e poliziotti corrotti; intreccio stile hard-boiled che, di concerto con la forte enfasi sul passato del personaggio, avvicina il film ai territori del noir classico, rafforzando ancora di più la sensazione di trovarsi di fronte ad un prodotto d'antàn piuttosto che ad un blockbuster estivo;  sensazione rafforzata ulteriormente dall'assenza di personaggi dotati di super-poteri, se si escludono il protagonista, il villain e la femme fatale Viper, uniche concessioni al fantastico di una sceneggiatura sobria, ma imperfetta.


Sceneggiatura che, al solito, presenta errori talvolta risibili e approssimazioni grossolane; come sempre la continuità tra film viene a saltare: come può Logan avere ricordi sulla Seconda Guerra Mondiale dopo che Stryker gli ha inferto un'amnesia totale con il suo "proiettile magico"? E, sopratutto, che fine ha fatto Sabretooth? Senza contare che, tolte Mariko e Yukio, tutti i personaggi secondari sono stereotipati e dalla caratterizzazione opaca, compresi i villain Viper e Silver Samurai; quest'ultimo in particolare per risultare credibile avrebbe meritato davvero maggiore approfondimento, piuttosto che un misero showdown nel terzo atto, condito di frasi fatte e battute razziste; miracolo sta, per fortuna, nella risoluzione, per una volta non lasciata esclusivamente ai muscoli del protagonista.


La modestia è la forza di questo "The Wolverine", il cui titolo italiano riecheggia quell' "Ultimo Immortale" degli anni '80 riportando alla mente i ricordi di un cinema action-fantasy ormai perduto; la nuova incarnazione del mutante artigliato di casa Marvel è una pellicola onesta e proprio per questo riuscita; va da sè una riflessione tutto sommato imprevista: forse la vera dignità dei comics su schermo va cercata non tanto nella trasposizione letterale di personaggi e situazioni, quanto nella loro traduzione in forme già codificate da generi e filoni, operazione qui ben riuscita e che, di fatto, è alla base anche delle migliori trasposizioni di sempre, quali i mitici "Batman Il Ritorno" (1992) e "Il Cavaliere Oscuro" (2008).

Nessun commento:

Posta un commento