mercoledì 6 giugno 2018

2001: Odissea nello Spazio

2001: A Space Odyssey

di Stanley Kubrick.

con: Keir Dullea, Gary Lockwood, Douglas Rain, William Sylvester, Daniel Richter.

Inghilterra, Usa 1968
















Un monolite dalla geometria perfetta, un osso che diviene un'avvenieristica nave da guerra, vascelli che si muovono sulle note di Strauss, un occhio al silicio gelido, uno di carne e sangue che si sgrana dinanzi alla vastità dell'infinito, una realtà che si deforma, un viaggio che diviene odissea.
Sono innumerevoli le immagini e, prima ancora, le idee contenute in "2001" ad essere divenuti parte integrante dell'immaginario collettivo; quando, nel 1968, il supremo capolavoro di Kubrick esplose nei cinema mondiali forse non tutti erano pronti ad un kolossal sperimentale del genere, ad una riflessione tanto profonda e al contempo tanto libera sul rapporto uomo/universo (forse anche uomo/Dio) e ad un'esperienza sensoriale tanto stupefacente; tanto che alcuni bollarono il film come "vuoto" e "compiaciuto", finanche come impossibile da capire; critiche che cascano a vuoto nel momento in cui ci si rende conto di come quello di Kubrick non sia un semplice film e che anzi l'epiteto di opera filmica gli calzi persino stretto. "2001" è un'opera d'arte, un capolavoro di fantascienza ermetica che si pone non come testo da recitare scolasticamente, ma, al pari del famoso monolite, come un oggetto a cui avvicinarsi con curiosità e verso il quale ciascuno può dare una propria interpretazione, pur essendo perfettamente comprensibile su di un piano strettamente oggettivo, in una dualità percettiva ed intellettiva perfetta.




Quando Kubrick si imbarca in quell'enorme esperienza lavorativa che fu "2001", era reduce dal successo de "Il Dr. Stranamore" e aveva intenzione di dirigere quello che, nelle sue parole, sarebbe dovuto essere "il film di fantascienza definitivo"; questo perché sino ad allora la fantascienza era vista come un genere minore: non mancavano, già negli anni '50, pellicole rientranti nel "genere" di un certo interesse (fra tutti "Ultimatum alla Terra" e "L'Invasione degli Ultracorpi"), ma si trattava comunque di film da drive-in, dove spesso la metafora umana non era colta, preferendo, pubblico e critica, adagiarsi su di una visione strettamente d'intrattenimento; più fortuna aveva avuto il genere in Europa, dove, su tutti, a portare alto lo stendardo delle possibilità espressive date da un registro fantascientifico svettava l'immortale "Metropolis".
Kubrick decide così di lavorare, come al suo solito, su di una storia di matrice letteraria, in questo caso un piccolo racconto di Arthur C.Clarke, "The Sentinel", scritto appositamente per fare il giro dei festival letterari senza però riuscire a trovare la fortuna sperata. Ma quelle poche pagine ove veniva descritto il ritrovamento di un artefatto alieno incendiano la fantasia del grande regista che, assieme allo stesso Clarke, elabora in circa un anno uno script che espande la storia originale.
Script che diviene la pietra d'angolo con cui creerà una visione a dir poco anticonvenzionale, di cui Kubrick, da autore a tutto tondo, curerà ogni singolo aspetto, persino gli effetti speciali, creati dal grande Douglas Trumbull, per il quali vincerà il suo unico Oscar.




"2001" è, in sostanza, un film sull'Essere Umano, sulla sua storia, la sua natura e la possibilità di una sua evoluzione. Tutto il film è costellato di rimandi alla nascita e alla morte: dall'uccisione dell'ominide nel primo atto al compleanno dell'astronauta Frank Poole nel secondo, dalla canzoncina infantile cantata da HAL9000 in punto di morte allo "starchild" che chiude il film, il ciclo vitale è al centro di tutta la narrazione.
La divisione in atti, uno dei marchi di fabbrica del cinema kubrickiano, viene piegata anch'essa alla narrazione per divenire parte integrante del racconto.
Il primo atto diviene "L'Alba dell'Uomo", ossia la nascita dell'essere umano prima ancora che sia umano; nella sua forma ancestrale, l'ominide, l'uomo è già organizzato in comunità che si scontrano per la supremazia sulla Terra (più precisamente per il dominio di una pozza d'acqua). L'uomo è puro istinto, privo di ragione: quel lume che costituisce croce e delizia della filosofia di Kubrick è assente.
Fino a che qualcosa di inintelligibile accade.




Un oggetto alieno (forse) compare alla tribù, perfetto nella sua forma geometrica, arcano nel suo silenzio, evocativo nella sua presenza: il monolite, simbolo del film e vero motore di tutta la vicenda.
Ed è innanzi al monolite che, già nel primo atto, la ragione deve fermarsi: non è dato sapere cosa esso sia e come davvero operi per il tramite di uno strumento strettamente razionale; si può solo ipotizzare, affidarsi all'immaginazione o alla fede, ossia due strumenti per loro stessa natura a-razionali o, talvolta, del tutto irrazionali.
Il monolite è il mezzo con cui Dio fa evolvere le sue creature; o, se non lui, una razza aliena, che osserva l'Uomo o che forse lo ha creato; non c'è idiosincrasia tra una lettura religiosa ed una prettamente razionalista del feticcio kubrickiano: ciò che conta è quello che lo spettatore, con il suo background umano, percepisce alla vista dell'oggetto.
Una cosa è sicura: è grazie ad esso se l'ominide avvia il suo cammino verso la sapienza: il tocco con l'arcano portatore di conoscenza risveglia il lume potenziale; l'ominide, ora davvero uomo primordiale, impara ad usare gli strumenti, in questo caso un osso come protesi del proprio braccio; e lo fa per compiere un atto fratricida: come in una versione laica della storia di Caino ed Abele, l'uomo uccide l'uomo come primo atto del suo nuovo status. La violenza, propria della natura umana sin dalle origini, non è stata purgata da questo primo passo evolutivo.
Ma "L'Alba dell'Uomo" non si conclude con l'uscita di scena degli ominidi: con uno stacco geniale, che fino a "The Tree of Life" era il gap temporale più grande tra due scene mai concepito, ritroviamo l'ominide divenuto uomo dello spazio; in un futuro ormai passato, l'uomo ha colonizzato la luna e l'arma primordiale, l'osso, si è trasformata in un battito di ciglia in una nave da guerra. E nonostante il progresso della tecnologia, l'Uomo è pur sempre all'alba delle sue potenzialità.




Ed è qui che comincia una narrazione solo in apparenza più convenzionale. Il monolite ritorna a mostrarsi all'Essere Umano, ritrovato sulla luna. Un segnale guida l'Uomo verso Giove, dove avverrà il viaggio definitivo. Ed è solo adesso che l'Alba ha fine: la "Missione su Giove", ossia il momento successivo all'invio del segnale da parte del monolite, è il primo passo verso una nuova forma evolutiva, verso il superamento delle incrostazioni scimmiesche che ancora affliggono l'Uomo. Non per nulla, nel secondo atto assistiamo ad una scena di convivio nello spazio speculare a quella dei primi uomini del primo atto: essi sono ancora ancorati al passato, non tanto nelle necessità biologiche, quanto nei riti e nella mentalità. Non per nulla, nel futuro immaginato da Kubrick , esiste ancora una divisione tra Oriente ed Occidente: l'Uomo è ancora ominide che uccide il proprio fratello per il possesso di una pozza d'acqua.




Il secondo atto è anche un viatico verso il terzo e più importante. L'alba si è conclusa, ma l'uomo non è ancora essere perfetto. L'osso si è evoluto ulteriormente, ora in HAL9000, il supercomputer alla guida della missione; un calcolatore letteralmente incapace di sbagliare. Ma un essere imperfetto può davvero creare qualcosa di perfetto?
Ovviamente no: la pazzia si insinua nei circuiti di HAL; la negazione della ragione si fa incubo avvenieristico portatore di morte. L'occhio gelido del computer assiste passivamente all'uccisione dei membri dell'equipaggio, che avviene in silenzio, nell'infinità dello spazio.
L'atmosfera si fa presto claustrofobica: con un uso geniale del sound design, Kubrick riesce a comunicare l'alienazione propria dello spazio: il respiro degli astronauti, di concerto con gli ambienti ristretti della nave, crea un mood quasi horror che incute un timore sottile e al contempo infinito.
A salvarsi è solo il capitano David Bowman, che con un gesto irrazionale (si getta nello spazio privo di casco) ha la meglio sul computer. Ma cosa ha causato davvero il malfunzionamento di HAL? E' stato un errore nelle sue subroutine o forse l'influenza del monolite, che ora orbita attorno a Giove? Anche qui la razionalità deve fermarsi, questa volta per sempre. Si apre il terzo atto, privo di qualsivoglia parola o grido: ora l'uomo deve tacere dinanzi al mistero supremo.




"Giove ed oltre l'Infinito", il terzo atto; non quello finale, ma quello definitivo. Il viaggio diviene odissea, il monolite si fa porta verso l'ignoto e la razionalità deve cedere definitivamente il passo alla percezione. Quegli strani mondi che Bowman attraversa sono tutto e niente: il passato della Terra? Pianeti alieni? la forma di Dio? Tutte risposte valide.
Perse le coordinate spazio-temporali certe, anche il commento musicale cambia: non più i ritmi gioviali del "Danubio" di Strauss, ma le note arcane, sottilmente inquietanti, di Gyorgy Ligeti.




Ad attendere Bowman, dall'altra parte dell'Infinito, in un luogo che è alcova di morte e culla della vita, un paesaggio familiare, non più alieno: una stanza stile rococò, che si rifà al periodo del lumi, ossia quando la razionalità dell'essere umano è divenuta colonna portante di tutta l'umana esperienza.
Qui Dave si fa Essere Umano per antonomasia: privo volutamente di una caratterizzazione solida e di un background personale vero e proprio, l'astronauta diviene l'avatar di ogni uomo, chiamato a rivivere tutta l'esperienza dell'essere vivente condensata in pochi istanti. Lo vediamo aggirarsi per la stanza così come i suoi antenati si aggiravano spauriti per la Terra, divorare un banchetto come gli astronauti sulla luna e, prima ancora, gli ominidi; ed infine, vecchio e moribondo, toccare idealmente il monolite.
Ed è qui che l'alba dell'uomo finisce per davvero. Solo negli ultimi fotogrammi della pellicola, l'Uomo è davvero evoluto, rinato ad uno stadio successivo: un "figlio delle stelle" che guarda lo spettatore e, con esso, la Terra, una nuova forma di vita più alta e lontana dai "vizi" che affliggono ancora la razza umana.




La circolarità è la forma che Kubrick predilige nella costruzione narrativa; in ogni scena si ripete un qualcosa di già visto: i banchetti degli umani, i viaggi sulle note di Strauss, le missioni extraveicolari sulla Discovery, ogni atto è come un "eterno ritorno", la reiterazione di un gesto già compiuto sin dall'alba dei tempi. Il percorso evolutivo, sino all'apertura verso l'infinito, è stagnante, evoluzione solo apparente: l'Uomo è bloccato nel proprio status di essere al contempo razionale ed irrazionale, imperfetto e potenzialmente perfetto, chiamato a ripetere azioni e ricorrenze (come i compleanni e i momenti di nascita e morte).
Il simbolo del cerchio ritorna più volte sul piano visivo, a sottolineare la circolarità narrativa e simbolica; ciò, ovviamente, solo nei primi due atti: nel terzo è l'assenza di una forma precisa, con geometrie gonfiate dall'uso di grandangoli stroboscopici, a farsi mezzo narrativo: l'eterno ritorno si conclude con l'ultimo ciclo di morte e rinascita, oltre c'è solo qualcos'altro.



Geometricità che perde la sua connotazione strutturale nella costruzione delle inquadrature; a differenza di quanto farà in "Shining" e "Arancia Meccanica", Kubrick predilige la profondità alla specularità delle forme nel frame; la ricerca dei punti di fuga, di una terza dimensione nella bidimensionalità dell'immagine è costante e raggiunge vette di inusitata bellezza: ogni singola immagine di "2001", persino quelle più "piatte", gode di una profondità inaudita, al pari del monolite, che in uno spazio angusto racchiude uno spazio infinito.




Una perfezione totale, quella di "2001", una ricerca formale che porta ad un'estetica hard sci-fi che, inutile sottolinearlo, ha fatto scuola; la quale cinge un'esperienza sensoriale ed intellettiva unica, profondissima e al contempo mai pedante, come solo il più grande capolavoro della Storia del Cinema può fare.



EXTRA

Tra i "figli" più famosi di "2001" vanno citati almeno:





Vero e proprio remake del capolavoro di Kubrick, l'opera di Nolan ne è una rilettura totalmente laica ed ancora più hard sci-fi, che riprende dal capostipite la struttura in atti ed il gusto per il senso dell'ignoto.



"The Abyss" (1989)


Cameron ha ammesso di aver deciso di dedicarsi al cinema dopo la visione di "2001"; con "The Abyss" omaggia il capolavoro di Kubrick, trasferendo l'odissea negli abissi ed inscenando un contatto con una civiltà aliena simile a quanto visto nel film del '68.



"Mission to Mars" (2000)

Brian De Palma dirige su commissione la storia di una missione spaziale sul Pianeta Rosso; innumerevoli i rimandi a "2001", dal design delle tute spaziali al contatto alieno del finale.

Innumerevoli, poi, gli omaggi, tra i quali vanno annoverati almeno:


L'arrivo in città di "A.I.- Intelligenza Artificiale", dove il piccolo David vive un breve trip simile a quello del suo omonimo.


La visioni di "Stati di Allucinazione" (1980) sono un chiaro omaggio di Ken Russell a Kubrick.





La Loggia Nera di "Twin Peaks", la dark room più famosa di Lynch, è chiaramente ispirata alla Stanza dell'Infinito.


In contemporanea all'uscita del film, Arthur C.Clarke ne ha pubblicato una novelization, anch'essa di notevole successo, al punto da aver generato ben tre seguiti. Di questi, solo il primo è giunto sul grande schermo:




Diretto da Peter Hyams nel 1984, "2010: l'Anno del Contatto" è un sequel diretto di "2001", nel quale il Dr. Floyd, assieme ad un equipaggio di astronauti americani e sovietici, si reca su Giove per scoprire cosa è accaduto alla missione Discovery. Nel cast Roy Scheider, Helen Mirren e John Lithgow.


Non è invece un seguito del capolavoro di Kubrick "2002: la Seconda Odissea", esordio alla regia di Douglas Trumbull scritto anche da Michael Cimino del 1972


Il titolo originale, "Silent Running", ovviamente più calzante di quello italiano, fa intuire come sia stata la distribuzione nostrana a cercare di venderlo come continuazione di "2001".

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