venerdì 10 agosto 2018

Amiche di Sangue

Thoroughbreds

di Cory Finley.

con: Olivia Cooke, Anya Taylor-Joy, Anton Yelchin, Paul Sparks, Francie Swift, Kaili Vernoff.

Usa 2017

















La mancanza di empatia è connaturata alla ricchezza? Una vita pregna di soddisfazioni porta alla mancanza di vere emozioni? Per l'esordiente Cory Finley, regista e sceneggiatore, sembra essere così, almeno stando al suo "Thoroughbreds" (letteralmente "purosangue").
Film che riprende la tradizione, quasi fassbinderiana, di un cinema teatrale nella scrittura e ai limiti del kammerspiel, che usa una forma dialogica per sviscerare l'orrore che si cela dietro la sgargiante facciata della vita alto-borghese, riuscendo però solo in parte.



Al centro della vicenda, due amiche di buona famiglia: Amanda (Olivia Cooke) e Lily (Anya Taylor-Joy), la prima incapace di provare vere emozioni, la seconda afflitta da una forma marcata di solipsismo; la loro relazione, fatta di una complicità dovuta alla compenetrazione caratteriale, sfocia quasi subito in un piano per uccidere l'odiato patrigno di Lily, che coinvolge anche lo scapestrato Tim (il compianto Anton Yelchin, al quale il film è dedicato).



Due amiche, ancora adolescenti, dalla bellezza acerba eppure tangibile, che vivono arroccate nelle proprie menti al pari di come vivono rinchiuse nelle loro sfarzose ville. Non esiste un mondo esterno a loro, se non nei limiti che la storia richiede (la festa, la spa): entrambe sono perse in un universo individuale, il quale è però del tutto vacuo, privo di interessi o ideali che non siano l'appagamento di un'urgenza fisiologica (mangiare, dormire).
Amanda ha perso ogni forma di empatia e, prima ancora, la capacità di provare emozioni, il che l'ha portata ad uccidere il suo cavallo honeymooner; mentre Lily, all'apparenza indifesa, non riesce a concepire l'alterità; laddove la prima viene presentata sin dall'inizio come un essere umano disfunzionale, la seconda ha un piccolo arco caratteriale che la porta ad accentuare la propria psicopatologia sino ad una devianza totale.
L'omicidio, di conseguenza, è una tappa quasi obbligatoria: laddove l'altro è una pura manifestazione virtuale, non può essergli riconosciuta alcuna forma di dignità come persona; la quale, al massimo, può essere data ai tanto amati cavalli, animali verso cui le due ragazze sembrano provare più attaccamento.



Finley scrive il proprio dramma cinico come se fosse una piece, adagiandosi sui dialoghi per caratterizzare le due protagoniste; la teatralità viene in parte neutralizzata dalla messa in scena, che fa del piano sequenza dinamico l'inquadratura prediletta, rimarcando la natura filmica dell'opera.
Quel che non funziona è proprio la scrittura in sè, che pur attenta alle tematiche e alla caratterizzazione, non ha la minima profondità; la vicenda si svolge in modo sin troppo meccanico, manca un vero affondo al cinismo delle due ragazze, così come un distacco davvero marcato per poter essere avvertito come tale. La superficialità fa capolino persino nel finale, in teoria catartico, dove si cerca di trovare una causa alla cattiveria nella disumanizzazione della società tecnocratica; ma il tutto è buttato quasi a caso, senza divenire mai colonna portante della narrazione, quasi una scusa trovata all'ultimo momento per cercare di dare una vana profondità alla scrittura.



L'esordio di Finley resta così il classico esempio di pellicola più interessante che riuscita: le tesi portante avanti, benchè poco originali, sono sempre di grande interesse, ma il modo in cui vengono sviscerate è fin troppo blando per colpire davvero.

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