martedì 31 dicembre 2019

C'Era una volta in America

di Sergio Leone.

con: Robert De Niro, James Woods, ELizabeth McGovern, Joe Pesci, Burt Young, Danny Aiello, William Forsythe, James Hayden, Tuesday Weld, Darlanne Fluegel, Treat Williams, Larry Rapp.

Italia, Usa 1984

















---CONTIENE SPOILER---

Un' influente corrente critica, che trova in Italia diversi seguaci, tende ad identificare il gangster movie come l'incarnazione moderna della tragedia greca. Il perché è anche facile da capire: come nei classici ellenici, anche nei noir, polizieschi e gangster-movie veri e propri si narra di persone dotate di un potere di vita e morte sui loro prossimi, sedotti e corrotti dalle passioni più terrene, che finiscono sovente per essere annichiliti dalle forze del fato, dal caso o dai propri umani difetti. Basti portare l'esempio supremo della trilogia de "Il Padrino", magna opus che cita addirittura le fonti classiche, rielaborandole in chiave moderna. O allo "Scarface" di De Palma, ritratto impietoso di un uomo che si crede un dio e viene annientato dalla sua stessa hubris.
In tal senso, "C'Era una volta in America" riesce ad essere al contempo sia un perfetto esponente del "genere", sia la perfetta variazione sullo stesso. Anche Sergio Leone racconta un'epica che si svolge nell'arco di oltre 50 anni, non solo ricostruisce con efficacia un mondo, quello della New York di inizio secolo e degli anni '30, allora già perduto, ma riesce altresì a creare un film intimista, dove gli stati d'animo, le emozioni e le relazioni tra personaggi sono al centro di tutto, come e meglio dei kolossal di David Lean e dei classici del gangster ai quali pur si ispira.



Un'opera che, malauguratamente, finisce per essere il testamento del grande autore, ultimo film di una filmografia pressoché perfetta e magnifica conclusione di quella "Trilogia sull'America" iniziata con "C'Era una volta il West", proseguita con la rivoluzione messicana di "Giù la Testa" e che qui trova un epilogo nella rievocazione degli inizi del XX secolo e dell'era del Proibizionismo.
Un'opera al contempo monumentale e microscopica, che si addentra nei cuori e nelle menti dei personaggi così come nel cuore e nella mente di un'epoca, un capolavoro totale e totalizzante giustamente ricordato come l'esito suprema della poetica del suo creatore.




In quasi 4 ore di pellicola, Leone fonde il gangster movie con la nostalgia d'epoca e la storia d'amore con quella dell'amicizia virile. Comincia nei primi del '900 (parte tratta dal romanzo di Henry Gray "The Hood", base per l'intera sceneggiatura, per lo più originale), anzi, comincia con il ricordo degli inizi del secolo. In una medias-res infuocata, introduce il personaggio di Noodles e la sua ferocia, nonché quella dei suoi assalitori. Solo per compiere un balzo avanti nel tempo, oltre 30 anni dopo, per ritornare poi, con la mente del personaggio, alla sua infanzia, in una sorta di rielaborazione del modello proustiano.




Il tempo, in "C'Era una volta in America", è una grandezza incostante, pronto ad essere manipolato sin nelle sue fondamenta dal ricordo e dal sogno. Sia esso il tempo della scena che il tempo della narrazione in toto, Leone riesce a scinderlo e frammentarlo sino ad alterarne la percezione. Cominciando proprio dal prologo, quell'inseguimento tra i fumi dell'oppio e le ombre del teatro cinese che finiscono per dilatarne il ritmo, sino a contrarlo: non c'è tensione vera, solo narrazione di fatti che saranno inquadrabili solo successivamente.
Il racconto è, sin dalle battute iniziale, frammentato in una serie di schegge che, poco alla volta, costruiranno il mosaico di una vita. E lo fa attraverso due strumenti scenografici: dapprima la "porta del tempo", che si apre sulle note di "Yestarday", ossia un inno al ricordo di tempi passati che si fa elegia non del passato per sé, ma dello scorrere del tempo in toto. La seconda è la mattonella che Noodles sposta per scrutare nel suo passato, nella visione che fu del suo unico, grande e contrastato amore.



Alterazione temporale simile a quella di "C'Era una volta il West", che Leone raggiunge anche grazie alle magnifiche musiche di Ennio Morricone; il solo tema di Deborah basterebbe a rendere questo il suo miglior lavoro, con il suo mix di nostalgia e epica, ma memorabili sono anche il tema principale e quello dedicato ai momenti più leggeri.
Tramite la musica, Leone spezza il ritmo della singola scena e lo dilata sino alle estreme possibilità. Esempio supremo di tale decostruzione è la famosa scena del caffè, nella quale il vuoto, come in tanto cinema giapponese, diviene sostanza palpabile, introducendo una nota di tensione stirata in diversi minuti, senza che nulla di davvero concreto avvenga.



Al suo cuore, "C'Era una volta in America" è la storia di un'amicizia e di un amore. L'amicizia tra Noodles (De Niro) e Max (James Woods), l'amore tra Noodles e Deborah (Elizabeth McGovern). Un'amicizia che nasce come complicità nelle strade del ghetto di New York, all'interno della pur rigida comunità ebraica, la quale calza stretta ai due ragazzi, tanto da divenire una baby-gang vera e propria. Un'amicizia che dura una vita e che arriva al punto di non-ritorno quando Noodles è costretto a tradire il suo fratello di sangue per salvargli la vita.
Una storia d'amore, quella con Deborah, contrastata, dilaniata dall'incompatibilità caratteriale tra i due, con la donna che anzicché essere una dark-lady è quasi una figura salvifica, un amore impossibile per il quale Noodles sarebbe disposto a rinunciare a tutto. O forse no, al punto che la stessa finisce in violenza, sottomissione forzata eppure al contempo tragica del sentimento che, sotto sotto, resta forse ancora puro.



Una duplice storia che riverbera nel tempo. Gli errori e le occasioni mancate divengono rimpianti, riscoperti con la terza età. Una vecchiaia ideale, nella quale l'amore di una vita non è stato logorato dal trascorre del tempo e l'amico fraterno si riscopre vivo e vegeto, sfuggito al suo fato mortale per pura casualità. Un esito positivo che, tuttavia, forse non esiste, forse è solo un'allucinazione dovuti ai fumi dell'oppio e al rimpianto; tanto che nell'ultima, struggente sequenza, Leone rincorre il suo protagonista all'interno dello scorrere del tempo, sino a farlo adagiare sotto un baldacchino che è esso stesso reminiscenza del cinema leoniano, inquadratura rubata a "C'Era una volta il West" ma che qui serve ad incorniciare un sorriso, la realizzazione della realtà o, forse, l'accettazione di quanto si è immaginato. E Robert De Niro, con la sua performance minimale e pacata di un personaggio in realtà quasi animalesco, ci regala quella che è forse la sua migliore interpretazione.



La regia di Leone si fa qui ancora più elegante, riuscendo a muovere scene di massa e restando contemporaneamente ancorata a movimenti di macchina fluidi e controllatissimi. La macchina da presa si muove libera per gli ambienti riuscendo a regalare in ogni scena immagini ricercate e mai barocche. Un equilibrio incredibile, prova dell'immensa grandezza del suo autore.




Epico e intimista, spaccato perfetto d'epoca e film sui sentimenti, "C'Era una volta in America" vive sempre in bilico su due e più fronti in contemporanea, caratterizzandosi con un'opera monumentale e, in senso lato, altamente romantica. Un capolavoro totale che purtroppo chiude in anticipa la filmografia di uno dei più grandi geni del cinema



R.I.P. Syd Mead


1933-2019

Ci lascia un gigante del cinema, le cui visioni hanno plasmato alcuni dei cult più importanti del secolo scorso. Un uomo in grado di passare dal barocco di "Blade Runner" alle linee essenziali di "Tron" in un baleno, regalandoci spettacoli tutt'oggi ineguagliati.




Star Trek- Il Film (1979)






Tron (1982)



Turn-A Gundam (1999)



Elysium (2013)





martedì 24 dicembre 2019

Pinocchio

di Matteo Garrone.

con: Federico Ielapi, Roberto Benigni, Alida Baldari Calabria, Marine Vacht, Gigi Proietti, Rocco Papaleo, Massimo Ceccherini, Davide Marotta, Alessio Di Domenicantonio.

Fantastico/Fiabesco

Italia, Francia, Inghilterra 2019
















E' stato relativamente spiazzante scoprire come il film della vita di Matteo Garrone fosse l'adattamento del classico di Collodi; non che l'esperienza con il pur ruvido "Il Racconto dei Racconti" non avesse fatto presagire una sua predilezione per un cinema fantastico, in opposizione alla pura mondanità delle storie che solitamente porta in scena. Sorpresa che, alla luce del prodotto finito, si trasforma nella scoperta di un nuovo modo di intendere il racconto fantastico per un autore il quale sembrava avesse già detto tutto con i suoi lavori più famosi. Perché questa riduzione, che il grande artista romano riesce a creare con l'aiuto del mitico Jeremy Thomas, presenta una vis scenica a dir poco inusuale, che sembrava esulare persino dallo stile del suo autore.




Vis che si sostanzia in una forma di "realismo magico" con il quale Garrone ammanta il romanzo di formazione di Collodi. Le scenografie fantastiche che solitamente fanno da sfondo agli adattamenti della famosa storia cedono qui il posto a location rurali immerse in un crepuscolo perenne, in un'atmosfera che parte dal realismo puro per divenire presto onirica, lontana dalla verosomiglianza che di primo acchito potrebbe evocare. La storia di Pinocchio e i suoi buffi personaggi sono così calati in ambienti fatiscenti, macerie di un mondo che vive solo grazie a chi lo popola, divenendo sogno di un racconto verosimile, re-immaginazione del reale che ha appunto nel reale le sue fondamenta e null'altro, vivendo in quella zona di confine tra sogno e veglia.




Gli ottimi valori produttivo permettono poi a Garrone di portare in scena personaggi ibridi tra umano e animale di incredibile verosomiglianza. La predilezione per il make-up tradizionale piuttosto che per l'animazione in CGI concede al tutto quel tocco di fisicità che manca in molte produzioni hollywoodiane. Tutti i personaggi fantastici, a partire dal protagonista, bucano lo schermo con la loro presenza, resa ancora più memorabile dal cast, che riesce a calarsi perfettamente nei non facili panni di giudici scimmie e medici uccelli.
E Garrone si riconferma ottimo direttore di attori: non solo i giovani protagonisti Federico Ielapi, Alida Baldari Calabria e Alessio Di Domenicantonio sono semplicemente perfetti come Pinocchio, la Fata Madrina e Lucignolo, ma anche i veterani Benigni, Ceccherini (accreditato anche come co-sceneggiatore) e Papaleo riescono a bucare lo schermo restando sempre tra le righe, senza mai scadere nell'overacting gratuito.




A differenza di quanto accadeva ne "Il Racconto dei Racconti", la regia non si fa mai barocca, né compiaciuta; Garrone resta costantemente ancorato alle necessità del racconto senza lasciare che lo stile lo fagociti; e il suo occhio per le inquadrature regala fotogrammi pittorici al solito da antologia.
Se c'è però un difetto nella sua riduzione, sia da un punto di vista della scrittura che nella messa in scena, è nel restare forse sin troppo ancorato alla narrazione, senza lasciare che nessuno degli episodi narrati divenga davvero una scena-madre; una mancanza d'enfasi che, purtroppo, finisce per rendere "Pinocchio" un adattamento bello e riuscito, ma mai davvero memorabile.



Difetto tutto sommato veniale: "Pinocchio" resta la conferma del talento di un filmmaker mai troppo lodato.

giovedì 19 dicembre 2019

Star Wars- L'Ascesa di Skywalker

Star Wars- The Rise of Skywalker

di J.J.Abrams.

con: Daisy Ridley, Adam Driver, Carrie Fisher, Mark Hamill, Oscar Isaac, John Boyega, Richard E.Grant, Keri Russell, Billie Lourd, Ian McDiarmind, Lupita Nyong'O, Domhnall Gleeson, Kelly Marie Tran, Anthony Daniels, Billy Dee Williams, Naomi Ackie, Joonas Suotamo.

Fantastico/Avventura

Usa 2019











---CONTIENE SPOILER---

Un effetto distruttivo, quello creato da Rian Johnson e il suo "Gli Ultimi Jedi"; una bomba nucleare che ha scosso il megalitico fandom dell'opera di Lucas sin nelle fondamenta, portando ad una divisione manichea e inconciliabile tra chi lo ha adorato e chi lo detesta. Ed è facile capire il punto di vista di questi ultimi: è impensabile per loro apprezzare un film che mischia le carte in tavola e che fa a pezzi ogni aspettativa per divenire simbolo di originalità in una saga ultraquarantennale che aveva visto già ne "Il Risveglio della Forza" la riproposizione di tutti i suoi cliché primigenei.
Era impossibile, in realtà, continuare a usare il canone lucasiano all'infinito; sarebbe stato facile limitarsi a riproporre pezzi di storia e personaggi presi da "L'Impero Colpisce Ancora" e "Il Ritorno dello Jedi" e aggiornarli ai tempi che corrono, ma a Johnson questo non interessava (per fortuna) e ha deciso di gridarlo a squarciagola. E il fatto che i cosiddetti "fans oltranzisti" non siano riusciti ad apprezzare quanto di buono fatto, è al solito indice della loro miopia, dell'ottusità mentale con cui si approcciano ad ogni nuova opera, cercando il conforto di personaggi e situazioni vecchie sino allo stereotipo.
Il che, per la Disney, è comunque un problema; e di fatto, nonostante abbia superato il miliardo di dollari al botteghino, il film di Johnson ha comunque incassato meno di quello di J.J.Abrams. Urgeva, dunque, correre ai ripari: spariti dalla circolazione Colin Treverrow e (per fortuna) Josh Trank, Topolino ha deciso di richiamare proprio quel J.J. che aveva resuscitato con successo la saga, per il suo gran finale.



Un Abrams che decide di non prendere rischi di sorta; per prima cosa, abbandona il suo classico stile narrativo fatto di "misteri dentro misteri", che in realtà tanti danno aveva causato alla saga in Episodio VII, per aprirsi ad un racconto su di un finale mai così completo e catartico.
Mancanza di rischi che, tuttavia, si sostanzia anche in vari retcon ad aspetti della storia de "Gli Ultimi Jedi" che i fan non hanno mai digerito. Il personaggio di Rose viene relegato sullo sfondo degli eventi e la sua infatuazione verso Finn sembra essere evaporata su Crait. Finn, dal canto suo, sembra essere di nuovo attratto da Rey, come in origine. E la vera svolta la subisce proprio il personaggio di Rey, che diviene anch'ella una "figlia della Forza", erede di uno dei personaggi più importanti della saga proprio come i fan avevano sempre desiderato. Concessione che per lo meno non scade nello stereotipo: Abrams e Chris Terrio hanno avuto la decenza di evitare la solita storia sul prescelto di turno che Hollywood si diverte a propinare in ogni saga possibile e immaginabile.




Mancanza di rischi che si traduce anche in un racconto puramente lineare, con giusto un colpo di scena, anche facilmente intuibile. Il racconto si adagia sul binario della quest al mcguffin, almeno nella prima metà del film, che talvolta avanza con forzature evidenti (ma quel pugnale Sith a cosa diavolo serviva in origine?), ma che, bene o male, riesce a tenere sempre alta l'attenzione e la tensione.




Abrams tiene sempre strette le redini della narrazione, ma non riesce mai a concepire o portare su schermo momenti davvero evocativi, come invece riusciva bene a Johnson nel capitolo precedente. Anche i momenti più importanti, benché ben enfatizzati, non divengono mai davvero memorabili a causa dello scarso senso per lo stile della regia. Per lo meno, il divertimento non manca mai: in oltre due ore di durata non esiste un tempo morto che non sia voluto per poi rincarare con l'azione e il dramma, condito con dialoghi briosi e riusciti.
Il risultato è un film "semplice" ma che riesce perfettamente a concludere tutti gli story-arc aperti cinque anni fa e proseguiti con "Gli Ultimi Jedi", riuscendo anche ad essere coerente con tutti i film dell'intera saga. Laddove Abramas decide di introdurre novità è esclusivamente nella mitologia degli Jedi, che viene avvicinata ancora di più al canone del "Dune" di Frank Herbert, il quale viene sovente citato in modo invero gustoso; novità introdotte per ammantare di un'aura di misticismo ancora più marcata una trilogia che, volente o nolente, ha dimostrato di aver capito quali erano le fondamenta del proprio mito e le ha sapute spingere verso nuovi livelli.
Tutto il resto è puro spettacolo: i valori produttivi sono al solito incredibili, le battaglie spaziali e gli scontri con le spade laser sono sempre avvincenti e coinvolgenti.




"L'Ascesa di Skywalker" si rivela così come un blockbuster riuscito, ma purtroppo poco ambizioso, che finisce per dare al pubblico solo ciò che cerca senza mai sorprendere. I fan e gli spettatori occasionali apprezzeranno sicuramente gli sforzi di Abrams, ma chi ha amato il coraggio e la forza espressiva de "Gli Ultimi Jedi" rimarrà sicuramente deluso.



domenica 15 dicembre 2019

R.I.P. Anna Karina


1940 - 2019


Musa di Jean-Luc Godard e attrice simbolo della Nouvelle Vague, Anna Karina è stata un volto indimenticabile della stagione migliore del cinema mondiale.
Se ne va in silenzio, dopo anni di lontananza dai riflettori, lasciando un'eredità artistica immensa.

sabato 14 dicembre 2019

Getaway!

The Getaway

di Sam Peckinpah.

con: Steve McQueen, Ali MacGraw, Al Lettieri, Ben Johnson, Sally Struthers, Slim Pickens, Richard Bright, Jack Dodson.

Usa 1972
















Dopo la leggerezza de "L'Ultimo Buscadero" e prima dell'elegia di "Pat Garrett & Billy the Kid" e del nichilismo di "Voglio la Testa di Garcia", Sam Peckinpah traspone su schermo il romanzo di Jim Thpmpson "The Getaway", su sceneggiatura di un giovane Walter Hill, dirigendo di nuovo Steve McQueen. Il risultato è un action drama trascinante e divertente, nonché uno dei suoi maggiori successi.




Una storia, quella elaborata da Thpmson e adattata da Hill, esemplare nella sua classicità; il rapinatore Doc McCoy (McQueen), con l'amata moglie Carol (Ali MacGraw), riesce ad uscire di galera con la promessa di aiutare il boss Baynon (Ben Johnson) con un colpo, al quale partecipa anche il truce Rudy Butler (Al Lettieri, che lo stesso anno apparve anche ne "Il Padrino"). Il colpo, ovviamente, non va come sprevisto, Doc e Carol uccidono Baynon e si danno alla fuga verso il Messico, inseguiti da Butler e dai soci del boss defunto.




Script che Peckinpah porta in scena in modo a dir poco magistrale. Usando un montaggio spezzato e serratissimo, si diverte ad incrociare le singole scene in macrosequenze e a sabotare la continuità temporale per dare un ritmo unico alla narrazione. Su tutto, è ovviamente la scena della rapina a svettare: tesa e incalzante, un piccolo gioiello di anti-classicità che fa della moltiplicazione del punto di vista un punto di forza, nonché perfetto strumento per creare tensione.




Il secondo e terzo atto sono invece un'unica, lunga e articolata sequenza di fuga. Doc e Carol, come e prima di Sailor e Lula e Mickey e Mallory Knox, sono una coppia di amanti in fuga verso la sperata salvezza, ma il loro amore è anche messo alla prova dal concetto di fedeltà e fiducia; Doc non riesce più a fidarsi di una donna che è arrivata a tradirlo pur di salvarlo dalla galera; lei, d'altro canto, vede proprio in questo atto il massimo esempio di fedeltà possibile.




La ricomposizione passa attraverso la rocambolesca fuga dalla polizia e avviene quando sembrano essere arrivati al limite di tutto: in una discarica, due outsider che possono contare solo l'uno sull'altro ritrovano il sentimento comune e sono così pronti a correre verso un nuovo, ritrovato, futuro.
Alle loro calcagna, un gruppo di cattivi brutti e sporchi, lasciati volutamente sullo sfondo sino alla fine; oltre, naturalmente, al personaggio di Rudy, che Peckinpah si diverte a caricare di forti dosi di humor nero: le sue scene non sfigurerebbero in una commedia dei fratelli Coen, al punto che Thompson affermò di averle odiate. La lente para-grottesca con la quale l'autore lo osserva riesce tuttavia a renderlo un personaggio più interessante, un orco ridicolo ma cattivo sin nel midollo.




Ire dell'autore originale che si scatenarono anche per il finale, totalmente opposto rispetto a quello del libro. Peckinpah ammise più volte di non poter lasciare la sua coppia di amanti morire, non poteva distruggere la loro aura di romanticismo, ultima scintilla di umanità in un mondo violento e cinico. Da qui, lo splendido finale, in realtà aperto, con Doc e Carol finalmente liberi e in marcia verso un futuro non per forza roseo, ma per lo meno illuminato dalla genuinità del loro sentimento.



mercoledì 11 dicembre 2019

Un Giorno di Pioggia a New York

A Rainy Day in New York

Di Woody Allen.

con: Elle Fanning, Timothée Chalamet, Selena Gomez, Diego Luna, Liev Schreiber, Jude Law, Rebecca Hall, Kelly Rohrbach, Suki Waterhouse.

Commedia

Usa 2019












Nonostante da qualche anno sia diventato un vero e proprio cosmopolita, il cuore di Woody Allen batterà sempre per la sua cara New York. Un ovile al quale ritorna soavemente in cerca di ispirazione anche quest'anno, trovandola in una commedia leggera e brillante, tra gli esiti migliori del suo cinema odierno.



Una storia in realtà semplice, quella di "Un Giorno di Pioggia a New York", che rielabora la trama del tanto amato "Lo Sceicco Bianco" di Fellini in chiave moderna, con due fidanzatini in visita a Manhattan che vengono separati dal caso, sino a reincontrarsi in un finale catartico.
Una trama che evita ogni derivatività adagiandosi sul canone della commedia brillante, caratterizzando i suoi protagonisti come giovani adulti in cerca di una prospettiva per il futuro. Due "ragazzi" nati e cresciuti nell'alta borghesia americana, amanti del bello e sofisticati, come da tradizione nel cinema di Allen, che si ritrovano a dover fare i conti con una vita che forse non appartiene loro, quanto alle ingombranti figure genitoriali; le quali, a loro volta, serbano ancora qualche sorpresa per loro.




Nel vortice di sentimenti, simpatie e antipatie, Gatsby (Chalamet) e Ashleigh (una Elle Fanning a dir poco radiosa) vengono costretti a fare i conti con le proprie ambizioni e aspettative. Da un lato Gatsby, che la madre vuole al college e forbito, in realtà incallito biscazziere e aspirante pianista di piano bar; dall'altra Ashleigh, la fidanzatina un po' svampita, innamorata dei propri idoli e alla costante ricerca dello scoop che le permetta di affermarsi come giornalista. Due ragazzi sulla soglia dell'età adulta chiamati a fare i conti con sé stessi e le proprie emozioni, siano esse positive che negative, per maturare o, forse, semplicemente immettersi nella strada più adatta a loro.




Allen costruisce questo piccante romanzo di formazione abbandonandosi a dialoghi trabordanti, ricercati e raffinati, creando un irresistibile effetto brillante, quasi da screwball comedy. Mantiene la sua solita solidità tecnica con inquadrature costantemente ricercate, ma senza mai ingessare il racconto o l'immagine. Il suo è un equilibrio perfetto tra brio e rigore, tra la ricercatezza formale più stringente e la libertà nel movimento più contingente. Il risultato è una delle sue pellicole più sorprendenti. Forse tra le meno originali, ma al contempo tra le più riuscite.



venerdì 6 dicembre 2019

Cena con Delitto- Knives Out

Knives Out

di Rian Johnson.

con: Ana deArmas, Daniel Craig, Chris Evans, Christopher Plummer, Jamie Lee Curtis, Michael Shannon, Don Johnson, Katherine Langford, Toni Collette, LaKeith Stanfield, Jaeden Martell, M.Emmet Walsh.

Giallo/Commedia

Usa 2019












Cercare di dire qualcosa di nuovo usando la classica formula del giallo "whudunnit" è un'impresa ardua. Ci era riuscito qualche tempo fa Kenneth Branagh, rileggendo il classicissimo "Assassinio sull'Orient Express" in chiave moderna, ma senza alterarne il testo di base. Rian Johnson, dal canto suo, attua un'operazione non dissimile da quella che aveva tentato con il canone di "Star Wars" ne "Gli Ultimi Jedi", ossia una riscrittura pressocché totale di un modello di base sin troppo trito, che viene piegato alle esigenze narrative divenendo a suo modo originale. E "Knives Out" finisce così per essere una gustosissima "variazione sul tema", impreziosita da un cast all-star in stato di grazia.




Una rielaborazione che parte da un incipit che più classico non si può, con una vera e propria "cena con delitto", come recita il titolo italiano: l'affermatissimo e ricco scrittore di gialli Harlan Thrombey (Plummer) viene ritrovato morto suicida la mattina dopo la festa per il suo compleanno. La polizia sospetta un omicidio e per vederci meglio chiama in causa il detective privato Benoit Blanc (un fantastico Daniel Craig), moderno Poirot che comincia a torchiare i singoli membri della stralunata famiglia del de cuius.




Ma a Johnson non interessano le deduzioni di Benoit Blanc, né la rielaborazione spicciola del modello stile "Tenente Colombo", operazione che ai suoi tempi funzionava, ma che oggi apparirebbe datata quanto la classica costruzione del murder mystery. Johnson, di fatto, va oltre e rivela già nel primo atto non solo il colpevole, ma anche l'intera dinamica dell'omicidio, finendo per disinnescare subito la struttura del classico uso del colpo di scena.
Svelato l'assassino (o presunto tale), l'enfasi viene posta sul modo in cui costui deve sviare le indagini, coprire le sue tracce e riuscire a farla franca, avvicinando il modello a quello del''hitchcckiano "Frenzy", ma senza conflitti morali di sorta. Solo nella risoluzione finale, lo script si riavvicina al modello classico, lasciando che per il resto della durata lo spettatore si identifichi sempre con il colpevole e sostituendo l'indagine con uno spaccato familiare al vetriolo.




Decostruzione portata avanti con brio e gusto per l'assurdo. L'umorismo distruttivo e talvolta nero funziona più qui che nell'exploit starwarsiano e, al contempo, non finisce mai per fagocitare il film. Di fatto, quello di "Knives Out" non è un'operazione parodistica, quanto un vero giallo sovversivo innervato con dosi massicce di humor, derivanti dall'assurdità dei personaggi. Un plauso va a tutto il cast, che riesce a renderli pur nella loro mostruosità. Su tutti, la rivelazione è Michael Shannon, il quale non scade mai nel suo solito overacting.




Originale e divertente, "Knives Out" è la conferma del talento del suo autore. Un giallo ironico e sovversivo che, forse, un giorno diverrà a sua volta un piccolo classico.



giovedì 5 dicembre 2019

Ad Astra

di James Gray.

con: Brad Pitt, Tommy Lee Jones, Ruth Negga, Donald Sutherland, Liv Tyler, Kimberly Elise, Loren Dean, John Ortiz.

Fantascienza/Drammatico

Usa, Cina 2019

















Il cinema di James Gray è sempre stato, principalmente, racconto di sentimenti e di unioni, siano essi familiari ("Little Odessa" e "We own the Night") che tra uomo e donna ("Two Lovers"). Con "Ad Astra" tenta un esperimento inedito, volto non solo a fondere il racconto intimista con la fantascienza hard sci-fi, ma anche a dare forma alla sottomissione del sentimento, alla soppressione della passione per un bene più grande. E tra immagini spettacolari e sequenze ben orchestrate, tutto sommato l'operazione è meglio riuscita di quanto si sia voluto ammettere.



La storia del tenente McBride, della sua missione verso Nettuno per ritrovare il padre, misteriosamente scomparso anni prima in una missione pionieristica, altro non è che un pretesto per la descrizione di un personaggio chiamato a fare i conti con ciò che prova. Un uomo sottoposto ad insistenti valutazioni psicologiche, il cui lavoro consiste letteralmente nel non perdere mai la calma e ad agire con responsabilità persino nelle situazioni più impensabili. Un uomo che per eseguire al meglio ogni mansione cui è destinato si costruisce un'armatura impenetrabile, fatta di silenzi interrotti solo dal fluire della voce-pensiero e reazioni centellinate sin nel dettaglio. Da qui la scelta di un attore come Brad Pitt risulta eccezionale: pur essendo poco espressivo, ha il carisma e lo sguardo adatti per caratterizzare un personaggio sepolto sotto una coltre di anonime reazioni.


Un personaggio che vede le sue sicurezze distruggersi a poco a poco, prima a causa degli imprevisti che costellano il suo viaggio, poi dal confronto con quella figura paterna idealizzata e temuta, la quale si risolverà in modo prevedibile, ma anche necessario, in un climax disteso che trova una chiusa direttamente nell'epilogo, compattando perfettamente l'intera narrazione.



Gray si rifà visivamente all'immortale "2001: Odissea nello Spazio", citato esplicitamente, ma riesce lo stesso a trovare una propria dimensione estetica, tra monocromie espressive e lens flare. Dirige il tutto con distacco, come al suo solito: facile è, di conseguenza, accusare "Ad Astra" di essere un film freddo, glaciale nel modo in cui stempera la tensione delle singole scene. Ma si tratta invero di una scelta ponderata, fatta in relazione ad una storia che tratta, appunto, della soppressione delle emozioni; scelta che rende narrazione e narrato incredibilmente coesi e che fa il paio con le bellissime immagini per regalare allo spettatore un'esperienza coesa e esteticamente splendida.



domenica 1 dicembre 2019

Keoma

di Enzo G.Castellari.

con: Franco Nero, William Berger, Orso Maria Guerrini, Olga Karlatos, Gabriella Giacobbe, Antonio Marsina, Joshua Sinclair, Donald O'Brien, Woody Strode.

Spaghetti Western

Italia 1976















Lo Spaghetti Western (o Western all'Italiana che dir si voglia) ha vissuto il suo periodo d'oro tra il 1964 (anno d'uscita di "Per un Pugno di Dollari") e il 1978, quando il filone mostrava ormai la corda. Negli anni '80 e '90 si sono avuti altri esponenti del genere (si pensi, su tutti, a "Tex e il Signore degli Abissi"), ma il periodo di forza era ormai passato. Tuttavia, per pura convenzione, l'anno terminale viene identificato, solitamente, con il 1976 e l'uscita di "Keoma", quello che ne viene considerato come l'ultimo vero esponente, poiché prodotto in un periodo in cui sembrava che il filone potesse perdurare.



Un'epica, quella di "Keoma", ordita da Luigi Montefiori, alias George Eastman, portata in scena da un Enzo G.Castellari in stato di grazia, che impone uno stile virtuosistico ad ogni scena, facendo ampio uso di flashback, movimenti di macchina fluidi, con la cinepresa che si muove sinuosa sui set, girovagando tra i volti dei personaggi, nonché sperimentazioni sui ralenty e i diversi tempi di impressione che rievocano il cinema di Sam Peckinpah, anche, tra l'altro, per l'uso delle musiche, adoperate in un modo simile a quanto visto in "Pat Garrett & Billy the Kid".



Un western anomalo, che poggia totalmente sulle spalle del suo protagonista, incarnato da un Franco Nero all'apice del carisma. Un giustiziere mezzo sangue chiamato a riportare la giustizia in un mondo quasi post-apocalittico: dopo la fine della Guerra Civile Americana, la società sembra essere crollata nella violenza e soffocata dalla sopraffazione. In un villaggio colpito dalla peste e in mano ad un malvagio ex ufficiale confederata, Keoma cerca di salvare una donna incinta (la Karlaotos, bellissima anche qui) e, sopratutto, è chiamato a misurarsi con i suoi fratelli, che sin da piccolo lo disprezzavano per la sua natura di mezzosangue.




Una figura cristologica, quella di Keoma, un uomo che ha perso sé stesso e persegue un'idea assoluta di giustizia, raddrizzando i torti e aiutando i più deboli. Un eroe sospeso tra la sabbia della terra e suggestioni ultramondane, con un'incarnazione della morte, un'anziana signora, che lo segue ovunque vada. Un uomo disilluso come da tradizione, ma ancora stretto tra l'affetto per il padre e per il mentore, incarnato dal mitico Woody Strode.
Castellari dirige il tutto con mano sicurissima e ammanta il tutto in un'atmosfera amarissima, con toni apocalittici per le gesta dei personaggi, che si muovono in un mondo dannato, lontano anni luce dai miti del west classico o crepuscolare, come pure dalla terra amara dello Spaghetti.



E sebbene la storia risulti piatta, persa com'è in una contemplazione perenne di fatti e situazioni senza cercare davvero una catarsi o un colpo di scena, appiattendosi su di una trama sin troppo semplice, la regia riesce a rendere il tutto epico e memorabile, una delle ultime incursioni dello Spaghetti Western che meritano davvero di essere recuperate e messe vicino ai classici riconosciuti.