mercoledì 27 febbraio 2019

Cold War

Zimna Wojna

di Pawel Pawlikowski.

con: Joanna Kulig, Tomasz Kot, Borys Szyc, Agata Kulesza, Cédric Kahn, Jeanne Balibar, Adam Worowicz, Adam Ferency.

Polonia, Francia, Inghilterra 2018
















1949: la Polonia è sotto l'egida dell'Unione Sovietica. Nel mezzo del gelido inverno, Wiktor (Tomasz Kot) gira il paese alla ricerca delle sue radici folkloristiche, date dai canti popolari, fino ad arrivare a creare una compagnia di canto che riproponga al grande pubblico quella tradizione canora. In tale occasione conosce la bella Zula (Joanna Kulig) con la quale intreccerà una lunga, intensa e contrastata storia d'amore.
Ma cos'è davvero questa love-story per Pawel Pawlikoski?
Di sicuro quella dedica finale ai propri genitori tradisce l'origine biografica della storia. E almeno nella prima parte, "Cold War" appare fatto di reminiscenze improvvise di un passato che fu e che adesso, forse, è andato perduto. Anzi, in tutta la prima metà del film, quella ambientata strettamente nel Blocco Orientale, il canto è parte essenziale della messa in scena, interrompendo talvolta bruscamente le scene con note gridate improvvisamente e numeri teatrali a rubare la scena alla vera narrazione. Eppure c'è qualcosa di imperscrutabile in tutto il film, che fa crescere nello spettatore la sensazione di non stare afferrando davvero il senso di ciò che si sta guardando.



Pawlikoski si affida a una messa in scena che fa della ricerca estetica un'ossessione (al pari del Cuaròn di "Roma"): lo schermo si restringe per meglio incorniciare i personaggi in immagini in 4:3, la fotografia in bianco e nero è tutta basata sui contrasti di luce e ombra, come quella de "Il Cielo sopra Berlino" di Wenders dalla quale sembra trarre esplicita ispirazione, mentre la geometricità dei campi lunghi viene giustapposta a campi medi (sopratutto quelli parigini) asfissianti. La bellezza delle singole immagini è a dir poco sfolgorante, cattura l'occhio come troppo poco spesso accade nel cinema degli ultimi anni.
La narrazione, d'altro canto, è volutamente sconnessa, sottrattiva, quasi desertica nel suo procedere inerte attraverso gli anni del racconto. Divenendo, di conseguenza, fredda, glaciale nel ritrarre invece una storia in cui la passione sfrenata è al centro di tutto.



Ogni sentimento viene trattenuto, ogni riflessione lasciata al di fuori della scena: non c'è davvero nostalgia nelle immagini di una Polonia remota, né in quelle di una Parigi che sembra uscita da un noir; tantomeno c'è una presa di posizione davanti a due personaggi che sembrano vivere solo gli uni per gli altri. Non aiuta alla comprensione quel finale ellittico, che si limita a interrompere il racconto, lasciando tutto sospeso, senza dare una vera risoluzione o un senso agli eventi.
Nasce quindi il sospetto su cosa sia davvero "Cold War".



La risposta più probabile è quella dell'esercizio di stile, di un film nato con l'intenzione di narrare una storia di certo non nuova in un modo del tutto antitetico a quanto invece il soggetto avrebbe richiesto: di storie d'amore che si agitano sullo sfondo della Guerra Fredda, il cinema ne ha davvero viste parecchie; Pawlikoski decide così di narrare il suo punto di vista sviando al contempo tutte le aspettative possibili del pubblico; per intenderci: laddove il precedente "My Summer of Love" rappresentava la parte più emotiva del sentimento e "Ida" il rapporto razionale con il contesto storico, "Cold War" rappresenta un approccio razionale al sentimento e mediamente sentimentale al contesto storico. Dove, di conseguenza, ogni vera pulsione viene volutamente trattenuta, anzi raggelata entro immagini la cui bellezza diviene algida, come quella delle statue di marmo in un museo: perfette rappresentazioni di corpi nell'estasi dell'amore o nella pulsione del movimento, eppure al contempo inerti, immobili, perennemente bloccate in una posa dinamica quanto si vuole, ma pur sempre ferma.



Un esercizio che può quindi dirsi riuscito e, in fin dei conti, anche interessante. Ma un esercizio di stile resta pur sempre tale: più che cibo per l'anima, "Cold War" è cibo per la mente, un'opera riuscita quanto si vuole, ma in fin dei conti antipatica, quasi ostica nel costante girare su sé stessa. Cinema d'autore al 100%, anche nel senso peggiore del termine, per questo non per tutti.



lunedì 18 febbraio 2019

Alita- Angelo della Battaglia

Alita: Battle Angel

di Robert Rodriguez & James Cameron.

con: Rosa Salazar, Christoph Waltz, Mahershala Alì, Eiza Gonzalez, Jennifer Connelly, Jackie Earl Haley Ed Skrein, Casper Van Dien, Jeff Fahey, Derek Mears.

Fantascienza/Cyberpunk/Azione

Usa, Canada, Argentina 2019











Il rapporto tra l'industria cinematografica americana ed il mondo dei manga è a dir poco conflittuale. Sebbene non sia riuscito a generare un vero e proprio filone come quello dei comic-movie, esso è lo stesso la testimonianza di come ci sia un forte interesse a tradurre in pellicole anche quelle pubblicazioni nipponiche che, da almeno tre decenni a questa parte, hanno invaso le fumetterie statunitensi, arrivando nell'ultimo anno persino a surclassare le vendite dei fumetti di supereroi. Processo i cui esiti sono stati a dir poco altalenanti: se nei primi anni novanta il massimo a cui si poteva aspirare erano dei semplici b-movie come le due pellicole dedicate da Brian Yuzna al "Guyver" di Yoshiki Takaya, che si distanziavano enormemente dalla matrice cartacea anche nei contenuti, negli anni '00 un budget più elevato è stato riservato per il fallimentare adattamento del "Dragon Ball" di Toryama, il quale, oltre ad essersi rivelato come un cocente flop, si è anche imposto come una delle pellicole più brutte degli ultimi anni.
Decisamente migliore è stata l'opera di "americanizzazione" del "Ghost in the Shell" di Oshii diretta da Rupert Sanders: con un forte budget a disposizione e la presenza di vere star internazionali nel cast, quel film, pur malriuscito e ignorato dal pubblico di massa, dimostrava come fosse comunque possibile creare un blockbuster con tutti i crismi riprendendo un'opera generata e portata al successo da una cultura lontana anni luce da quella americana.
La curiosità per l' "Alita" dell'inedito duo James Cameron/Robert Rodriguez era quindi alta: con 200 milioni di dollari di budget, due delle menti creative di maggior successo di Hollywood a dirigere l'operazione, un cast di prim'ordine ed un soggetto tratto da uno dei manga più amati degli ultimi 30 anni, gli elementi per creare una pellicola spettacolare, ma al contempo dotata di una storia interessante c'erano davvero tutti.




"Battle Angel Alita" appare per la prima volta su Businness Jump nel lontano 1990 ed è l'opera più lunga di Yukito Kishino, mangaka poco prolifico che deve il successo proprio alla piccola guerriera cyborg; personaggio che inizialmente ha persino un nome diverso: il titolo originale dell'opera è infatti "Gunm", acronimo di "Gun's Dream", mentre la sua giovane protagonista viene chiamata "Gully"; ma quando Viz Magazine decide di portare il manga in Usa, opta per una ridenominazione, dovuta al suono fin troppo "gutturale" del titolo: testata e personaggio vengono ribattezzati "Alita" (citazione del pilastro della fantascienza "Aelita" di Yakov Protazanov), con il beneplacito, caso più unico che raro, dello stesso Kishiro, il quale deciderà di usare il titolo americano quando si tratterà di distribuire la sua opera nel resto del mondo. Ed è in questa sua veste, riveduta e corretta, che la sua piccola cyborg riuscirà a far breccia nei cuori non solo dei lettori di manga, ma, in generale, dei patiti di fantascienza di tutto il mondo.




Il racconto intessuto da Kishiro, infatti, è quello proprio dei seinnen (manga per adulti), piuttosto che degli shonen (manga per ragazzi), solitamente afflitti da una rigida struttura narrativa basata sugli "scontri" del protagonista con l'antagonista di turno. In "Alita", benchè le sequenze action non manchino praticamente mai, il centro focale è però dato dalla caratterizzazione dei personaggi e dal cammino formativo della protagonista, in quello che è una sorta di remake cyberpunk della favola di Pinocchio.
Il setting è un'ideale fusione tra il mondo iper-tecnologico di "Ghost in the Shell" e quello post-apocalittico di un possibile epigono di "Mad Max". Luogo centrale è la "Città-Discarica", enorme baraccopoli che sorge sotto l'avvenieristica Salem, inespugnabile città-eden che si libra nel cielo, ospitando (in teoria) i ricchi e potenti. Tra i rifiuti della Città-Discarica, lo scienziato e cacciatore di taglie Ido rinviene i resti di un cyborg dall'aspetto femminile, il cui corpo è distrutto ma il cui cervello e volto sono ancora integri. Ido decide così di ricostruire la creatura a cui darà il nome di Alita, in onore alla sua defunta gatta; ma una volta risvegliatasi, la giovane si renderà conto di soffrire di una grave amnesia, non ricordando nulla del suo passato, ma, al contempo, padroneggiando perfettamente una potente arte marziale per cyborg, il "panzer kunst"; suo unico collegamento con il passato è dato da degli strani flashback che le riaffiorano alla mente ogni volta che combatte. Alita decide così di unirsi al suo novello padre come cacciatrice di taglie nella Città-Discarica, ma le sue azioni presto la porteranno a confrontarsi con un mondo privo di morale e ad interrogarsi sulla sua vera natura.




Da una parte c'è la tematica identitaria: Alita, ragazza senza passato, scopre la sua personalità con il confronto, talvolta violento, con i personaggi della Città-Discarica; personaggi privi di morale, di valori fondamentali e talvolta persino di idee, veri e propri mostri dal corpo cibernetico ma dal volto fin troppo umano, pronti a tutto pur di sopravvivere in un ambiente ostile. L'identità viene così ricostruita grazie alla certezza del corpo: la forza di Alita, ereditata grazie al suo misterioso passato, è l'unico punto fermo sul quale può basare il proprio io.
Dall'altro lato c'è la descrizione di un mondo allo sfacelo, una società in cui l'incredibile progresso tecnologico ha generato solo mostruosità, prima fra tutte la perdita di quell'umanità intesa come senso di appartenenza ad un valore comune, riportando il mondo ad uno "stato di natura" dove è solo il più forte a vincere. Da qui la duplice anima del manga, visionario come pochi e pregno al contempo di un'azione sfrenata, che talvolta culmina in sequenze splatter vere e proprie.
Ed è proprio questa sua duplice natura, quella di racconto introspettivo e melodrammatico inframezzato da combattimenti al fulmicotone, ma sempre attento a non dare troppo spazio all'azione piuttosto che alla narrazione, che ha permesso ad "Alita" di divenire un cult in tutto il mondo; status garantito anche dalla celebre trasposizione anime datata 1993.



Realizzata da Animate e Madhouse, "Hyper Future Vision Gunm"è una serie OAV di sole due puntate, interrotta a causa dello scarso successo ottenuto in patria, che adatta in modo piuttosto libero i primi due volumi del manga, introducendo due personaggi nuovi, come la scienziata Cherin, ex di Ido, e l'enorme cyborg Grewishka.
Nonostante lo scarso riscontro ottenuto in Giappone, questa riduzione trovò ottima fortuna in Occidente: sia in America che in Italia, il neonato mercato del home-video dedicato agli anime garantiva una domanda sempre alta di storie mature e cupe; "Alita", in tal senso, era il prodotto perfetto, tanto da divenire un cult. Ed è proprio questa sua incarnazione a fare da base del film.




Il progetto di un adattamento hollywoodiano non nasce però con il mero intento di lucrare su di un marchio. E' infatti James Cameron in prima persona a voler trasporre su grande schermo la storia della cyborg guerriera di Kishiro, già a metà degli anni '90: fallito il progetto "Spider-Man" e prima di imbarcarsi sul "Titanic", Cameron crea un adattamento di circa 200 pagine nel quale fa confluire i due OAV e i primi tre volumi del manga, ossia le origini del personaggio e la sua esperienza nel circuito del Motor Ball, sorta di "Rollerball" per cyborg che costituisce una saga a sé all'interno del racconto. Ma pur con il beneplacito dei fan e l'appoggio delle major, Cameron si rende conto che la tecnologia dell'epoca non è adatta a trasporre le spettacolari immagini di Kishiro in modo credibile su pellicola. Decide così di mettere in stand-by il progetto fino a quando non ci saranno i presupposti necessari per produrlo. Il che, ironicamente, non avverrà mai: preso dapprima dal successo di "Titanic", poi da quello di "Avatar" e intenzionato a lavorare unicamente ai seguiti di quest'ultimo, Cameron "dimentica" il sui progetto di adattamento, finché non è lo stesso Robert Rodriguez a stimolarlo affinché ci si dedichi. Il che porta i due cineasti ad una collaborazione insperata.
Pur tuttavia, il cinema di Rodriguez e quello di Cameron hanno più cose in comune di quanto si possa credere, prima fra tutte la fascinazione verso l'uso degli effetti speciali per creare mondi inimmaginabili: la città di "Sin City", in fondo, è figlia della medesima vena visionaria che ha portato alla creazione delle montagne erranti di Pandora. Una comune fascinazione verso l'inusuale che trova nelle pagine di "Alita" un terreno comune: anche Rodriguez è sempre rimasto affascinato da quel racconto crudele eppure incredibilmente umano, feroce ma anche delicato, ipercinetico e al contempo introspettivo.



Ma questa trasposizione arriva forse troppo tardi su schermo. Due decadi sul groppone sono davvero troppe e lo script di Cameron, che all'epoca poteva forse davvero essere considerato come innovativo, di fatto sa di già visto. Tutte le tematiche del manga vengono bene o male riproposte nelle due ore di durata: c'è la crisi identitaria risolta con la certezza del corpo, l'incubo cyberpunk con i cyborg che hanno inghiottito l'umanità, la manipolazione sociale data dalla città celeste che schiaccia la discarica (ribattezzata "Città di Ferro"), così come la fascinazione per un futuro post-apocalittico. Persino il lavoro svolto sui personaggi originali è encomiabile: Alita è ora una vera e propria figlia surrogata di Ido e Cherin, che ne veste letteralmente il corpo, tanto che i personaggi emanano davvero quell'aura di calore necessaria per rendere la trama coinvolgente.
Eppure, nulla salta davvero all'attenzione, ogni colpo di scena ed ogni risvolto della storia, persino quelli più drammatici, non riescono davvero a catturare l'attenzione dello spettatore. Se, in teoria, il mix di fantascienza introspettiva e azione ipercinetica avrebbe dovuto trovare nel mezzo filmico un medium più efficace, nella pratica la storia e i personaggi divengono poco interessanti, quasi piatti per chi non ha letto il manga. Colpa non solo dell'effetto deja-vù, ma anche della natura "episodica" di questo film, in teoria il primo di una serie, dotato persino di un finale aperto verso una continuazione che, purtroppo, forse non vedrà mai la luce.




Il tocco di Rodriguez, dal canto suo, risulta per ovvi motivi più trattenuto: l'ironia folle è assente, facendo un timido capolino giusto in qualche linea dialogica; ed è, d'altro canto, giusto così, in una storia dove la componente drammatica è bene o male sempre alta. La regia da però il meglio di sé nelle sequenze d'azione, dove il gusto per la coreografia è sempre ottimo, con inquadrature e montaggio sempre precisi, mai caotici.
Mentre un plauso va davvero fatto agli artisti della CGI, impegnati nella non facile impresa di rendere credibile un intero mondo totalmente ricreato in digitale per poter essere fotorealistico. Se gli scorci della città trovano una loro piena identità in uno stile architettonico che si discosta dalla controparte cartacea, presentando edifici della tradizione coloniale ispano-americana distrutti dal tempo, piuttosto che la canonica baraccopoli solitamente associata ad un universo post-apocalittico, è l'arte della computer graphic che permette ad essi di unirsi in modo perfetto con immagini virtuali, in cui la cura per il dettaglio è sbalorditiva.
Altrettanto credibile è il lavoro fatto sul volto della protagonista. Curiosa resta la trovata, totalmente attribuibile a Rodriguez, di ridisegnare i lineamenti di Rosa Salazar per renderli identici al tratto di Kishiro: con quegli occhi enormi e l'ovale del viso perfetto, Alita sembra a tratti un alieno piuttosto che un cyborg umanoide. Eppure, l'opera di rendering delle texture della pelle, così come la ricostruzione delle espressioni in mo-cap è tale da rendere sempre credibile questo strano "cartone animato vivente", la cui natura fittizia è riconoscibile solo a causa di animazioni talvolta poco naturali, in un risultato non perfetto eppure incredibilmente reale.




"Alita- Angelo della Battaglia" resta così un film ben congegnato e diretto, ma vagamente insipido; un ottimo adattamento del manga, preciso nella messa in scena così come nell'opera di sintesi della storia originale, eppure a tratti inerte. Se fosse davvero apparso nei cinema come da programma, con una quindicina d'anni d'anticipo, sarebbe probabilmente stato accolto anche meglio di "Avatar", grazie ad una storia degna di questo nome che non riduce il tutto ad una mera parata di effetti speciali; ma purtroppo così non è stato e, a causa dello scarso interesse verso le masse per questa bizzarra ma calorosa avventura cyberpunk, è purtroppo possibile che le avventure della cyber-eroina di Kishiro su Grande Schermo si concludano qui. Ed è un peccato, sopratutto se si tiene conto di come Cameron e Rodriguez siano riusciti a dimostrare che sia possibile creare un ottimo blockbuster partendo da un manga.


EXTRA

Una ragazza dal volto angelico, ma dotata di una forza fuori dal comune, lotta per scoprire la propria identità in un mondo ostile, figlio della catastrofe umana. A ben pensarci, James Cameron aveva già creato una versione live-action di "Alita":




Prodotta e trasmessa da Fox dal 2000 al 2002, "Dark Angel" è un piccolo gioiello di cyberpunk televisivo che deve davvero tanto al manga di Kishiro, dove persino il look della giovane Jessica Alba sembra riprendere quello di Alita.



lunedì 11 febbraio 2019

Il Primo Re

di Matteo Rovere.

con: Alessandro Borghi, Alessio Lapice, Fabrizio Rongione, Massimiliano Rossi, Tania Garribba, Lorenzo Gleijess, Vincenzo Crea.

Italia, Belgio 2019


















E' fin troppo facile lodare lo sforzo produttivo e visionario alla base de "Il Primo Re"; è facile riconoscerne la forza prettamente cinematografica in un panorama nazionale dove la messa in scena filmica è strettamente ancorata  a luoghi comuni di origine teatrale e televisiva, dove, in sostanza, essa si risolve in attori inespressivi che declamano alla bene e meglio dialoghi scipiti mentre siedono ad un tavolo o si reggono in piedi davanti ad un divano. In un tale deserto artistico, è oltremodo facile (sul piano concettuale) immaginare storie che facciano dell' immagine e del movimento il proprio mezzo espressivo, anziché affidarsi alle sole parole.
A stupire, semmai, è il fatto che il fautore di una tale presa di posizione sia Matteo Rovere, regista i cui esordi non lasciavano presagire un tale amore verso il mezzo cinematografico: film come "Un Gioco da Ragazze" e "Gli Sfiorati" altro non erano che il classico "pastone italiano", che cercavano di imporsi all'attenzione del pubblico esclusivamente per merito di storie scomode e di tematiche scottanti, senza avere mai davvero un'idea precisa di cinema. Differente era, semmai, il precedente "Veloce come il Vento", che aveva già un'identità filmica precisa.
Ma se quel piccolo exploit sportivo non faceva altro che riprendere i topoi di tanto cinema sportivo americano e trapiantarli in un contesto italiano, vincendo facile sul piano della messa in scena, il lavoro dietro "Il Primo Re" appare, in contrasto, decisamente meno ortodosso. Non che non sia possibile tracciare anche in questo una serie di influenze che hanno sicuramente esercitato un certo fascino su Rovere ed i suoi collaboratori: basti pensare al "Vahlalla Rising" di Refn, all' "Apocalypto" di Mel Gibson (dal quale riprende l'idea dei dialoghi in lingua), senza contare l'influsso del "Revenant" di Ianarritu  o il successo di serial quali "Game of Thrones" e "Vikings", che fanno dell'ambientazione cruda e primordiale un tratto essenziale del proprio essere. Rovere, tuttavia, riesce ad andare oltre i debiti di ispirazione più ovvi e a creare una piccola epica italiana dotata di una propria identità estetica e filmica ben definita.



Quello de "Il Primo Re" è un universo ancestrale, un 753 a.C. più vicino all' "era Hyboriana" di Robert E.Howard che alla tradizione del "sandalone" nostrano. Un mondo dove non esiste civiltà se non in forma embrionale: i villaggi sono nuclei umani il cui numero di capanne si conta sulle dita di una mano, mentre la religione è professata all'aperto. Non esistono veri interni: tutta l'azione si svolge tra le paludi laziali, graziate da una magnifica fotografia naturalistica creata da Ciprì.
In questa "era prima delle ere", si muovono i due fratelli del mito, Romolo (Alessio Lapice) e Remo (Alessandro Borghi): braccati dagli uomini di Alba, i due si danno alla fuga con un gruppo di disperati, cercando di sopravvivere alla violenza e al fato.
La narrazione è scarnificata, primordiale quanto il mondo in cui è ambientata: il racconto è quello di due sopravvissuti che si scontrano a loro volta con due visioni differenti del potere. C'è, sin dal prologo, una tensione verso l'infinito, verso quel concetto di divinità tanto arcaica quanto arcana. Un concetto misterioso, per questo spaventoso, che ciascuno dei due fratelli tenta di comprendere e di far suo. Se Romolo è impossibilitato all'azione fino al terzo atto, Remo si fa motore degli eventi, giocoforza, rappresentando il punto di vista principale.




Un guerriero che agisce per la protezione del fratello, che si scontra con l'ostilità dell'ambiente e, prima ancora, con la superstizione, l'ombra di quel dio primigeneo (il fuoco) la cui ira, pur intangibile, viene avvertita da tutti i presenti. L'essere umano cerca così di sradicare l'idea di divino che si frappone alla sua affermazione: Remo diviene egli stesso divinità, compiendo dapprima azioni insperate (la caccia notturna, che salva Romolo e l'intero drappello di uomini), poi imponendosi come figura crudele e iraconda al pari di quel concetto trascendente che tanta fascinazione esercita sul popolo: la paura della sua forza è essa stessa forza con la quale soggiogare il prossimo, scacciando il divino per la creazione di una divinità del tutto immanente, così come nel futuro Impero essa sarà rappresentata dall'imperatore, dio di carne e sangue. Una presa di posizione che tuttavia non nasce dall'hybris, quanto dall'amore che egli porta dal fratello: è solo a seguito della profezia sulla loro futura lotta che il giovane guerriero decide di ribellarsi al fato e, con esso, al concetto di divino.



Una ribellione che, come la Storia ci insegna, è vana: il fato di Remo, quello di Romolo e di tutte le loro azioni è già scritto; la tensione, quindi, piuttosto che derivare dalla risoluzione degli eventi, discende da come il conflitto sarà effettivamente gestito dai due e da come gli eventi nei quali sono chiamati a muoversi ne forgeranno il carattere.
E Rovere dimostra di saper tenere bene questa tensione, con una regia precisa, attenta allo spettacolo, ma mai compiaciuta nella ricercatezza delle soluzioni estetiche. Questo fino all'ultimo atto.



E' nel confronto finale che tutto il lavoro fatto dall'autore va, in un modo o nell'altro, a rotoli; il confronto fraterno non ha la forza che dovrebbe, tantomeno la battaglia dove combattono rappresenta una catarsi soddisfacente, anche a causa di una bassezza nei valori produttivi che davvero comincia a farsi sentire, con poche comparse su schermo e soluzioni visive date da inquadrature strette che servono più che altro a mascherare la piccolezza degli eventi. Senza contare come, negli ultimissimi minuti, persino la mano di Rovere vacilla, con un drone che vola letteralmente senza controllo sulla testa dei personaggi ed un montaggio che si fa via via confusionario. Chiamato così a dare un senso a quanto narrato, il narratore si dimostra, purtroppo, afflitto da fiato corto che ne affossa in parte gli intenti epici.
Una caduta di stile che per fortuna non distrugge quanto di buono fatto nelle quasi due ore precedenti: la narrazione cruda e secca riesce davvero a comunicare quelle sensazioni di primordiale furia e disagio dei protagonisti, in una pellicola che riesce ad essere contemporaneamente scostante e affascinante.
E' però doveroso fare una precisazione: è inutile, come sempre, parlare di "rinascita del cinema italiano" dinanzi ad un simile lavoro. Esso è come sempre farina del sacco di un unico individuo, un unico autore non supportato da un sistema produttivo adeguato, la cui assenza, come sottolineata, ne castra persino gli intenti. Il cinema italiano tornerà ad essere tale solo quando verrà ripristinato un sistema produttivo effettivo, che non si basi sui soli finanziamenti pubblici e che faccia dell'economicità uno dei suoi pilastri. Sino ad allora, film come "Il Primo Re" resteranno delle meteore, dalla scia bellissima, ma lo stesso destinate a non lasciare traccia nel cielo dopo il loro passaggio.



mercoledì 6 febbraio 2019

Green Book

di Peter Farrelly.

con: Viggo Mortensen, Mahershala Alì, Linda Cardellini, Sebastian Maniscalco, Dimiter D.Marinov, Mike Hatton.

Drammatico/Commedia

Usa 2018

















Poco prima dell'annuncio delle ultime nominations agli Academy Awards, Bret Easton Ellis affermava, nel suo personale podcast, come lo smanioso supporto operato dalla Disney per "Black Panther" fosse l'ennesima inutile e squallida trovata pubblicitaria di un establishment impaurito dal concetto di inclusivismo; per Ellis, in buona sostanza, a nessuno interessa più la qualità di un film in sé stessa, quanto la sua capacità rappresentativa della minoranza di turno, meglio se afroamericana, ed è esclusivamente in base a questo parametro che un film va giudicato, secondo i canoni della critica statunitense.
Una statuizione del genere, letta da uno spettatore italiano, può sembrare aberrante: in una società fieramente razzista, che combatte quotidianamente con le derive xenofobe perorate spesso dalle istituzioni, l'inclusivismo dovrebbe essere un imperativo condivisibile. Il che è anche corretto, ma non tiene conto delle differenze culturali esistenti tra il nostro tessuto sociale e quello americano (più simile a quello inglese): in una società dove il multiculturalismo è realtà da anni, nella quale la differenza di trattamento sulla base del colore della pelle è oramai quasi del tutto un retaggio di un passato che si vorrebbe persino eliminare e nel quale lo stesso tessuto sociale depreca apertamente le politiche razziste del governo in carica, premiare esclusivamente pellicole che hanno per protagonisti personaggi di colore e trattino tematiche razziali è una pratica inutile, finanche controproduttiva quando, come nel caso di "Black Panther", il film è privo di un qualsiasi valore artistico effettivo. L'attenzione così riservata si tramuta in un mero escamotage pubblicitario per la casa di produzione di turno, la quale potrà utilizzare la carta della propaganda liberal come biglietto da visita, nonché in un vero e proprio atto di lavaggio delle coscienze da parte di un industria che, volente o nolente, risente di un clima politico oscuro e che ha ancora oggi troppi scheletri nell'armadio, come il movimento #metoo ha dimostrato.
Fatto sta che anche quest'anno, agli Oscar, ha trionfato, almeno alle nominations, il politicamente corretto sull'artisticamente valido. E se da un ideale lato dello spettro qualitativo troviamo un film come "Black Panther" e dall'altro quel "BlacKkKlansman" che invece avrebbe meritato maggiori attenzioni, in una ideale zona grigia rientra un film come "Green Book", vera e propria Oscar-Bait che presenta una storiella trita e risaputa, per quanto basata su avvenimenti reali, premiata giusto perché rappresenta l'ennesima testimonianza sul passato intollerante americano, ma che quantomeno riesce a convincere, se non con la storia in sé, con un'esecuzione notevole.



Il "Green Book" del titolo altro non è se non un'ideale "guida turistica per neri" durante gli anni della segregazione: un itinerario, di fatto obbligatorio, per quegli afroamericani che, in viaggio negli stati più ottusi del sud, desiderano restare lontano dai guai. Viaggio che il virtuoso del piano Don Shirley (Alì) intraprende poco prima del Natale 1962 e per il quale decide di usare come scorta il rozzo Tony "Lip" Vallelonga (Mortensen), italoamericano del Bronx famoso per la sua "capacità di risolvere i problemi".



La dinamica conoscitiva tra i due attraversa tutti gli stadi immaginabili. Ha origine da un'ovvia opposizione caratteriale: Shirley, afroamericano newyorkese, figlio dell'upper class che vive in un attico del Carnagie Hall dagli interni lussureggianti, dotato di modi forbiti e abiti eleganti, nonché di una cultura, musicale e letteraria, di prima classe, quasi uno snob perso in un'ottusa contemplazione del bello. Vallelonga, figlio di quella working-class ad un passo dal malaffare, razzista ma in fondo neanche più di tanto, ignorante ma esperto di vita, pronto a rimediare ai torti allungando banconote quando non direttamente cazzotti sul grugno. Due caratteri opposti che vivono in due corpi opposti, quello longilineo di Mahershala Alì e quello ingombrante (in una performance dal Actor's Studio) di Mortensen. Due persone, in sostanza, agli antipodi su tutto, in una dinamica che ricorda (a caso?) quella del francese "Quasi Amici", solo in termini invertiti.



Il viaggio diviene così momento di conoscenza, di confronto  nel quale i due sono chiamati ad uscire dalla propria ideale "comfort zone" per mettere in discussione ciò in cui credono (o in cui pensano di credere) e per ritrovare sé stessi, come tradizione insegna. E dalla tradizione, lo script non si distacca neanche di un millimetro, centrando tutti i topoi del caso: poliziotti sadici, redneck intolleranti, borghesucci che sfruttano il talento del diverso per il proprio sollazzo senza mai riconoscergli una vera dignità, fino alla messa in scena di quella compartimentazione sociale propria della società americana che vede gli italoamericani non mischiarsi mai con i neri. E se la parata di luoghi comuni sull'intolleranza è innocua, forse perché sa di già visto, decisamente ridicola è la descrizione degli italiani, che sembrano la parodia di quanto visto ne "I Soprano" e in tanto cinema di Scorsese: tutti rigorosamente sovrappeso, dal capello impomatato, caratterizzati da modi teatrali e dall'appetito insopprimibile, perennemente seduti ad un tavolo a mangiare (Vallelonga mangia praticamente in ogni scena in cui appare).
La tematica razziale paga così lo scotto di una storia risaputa e di una descrizione che poggia su troppi luoghi comuni per essere presa sul serio. Per fortuna, a salvare la visione ci pensano i dialoghi e l'alchimia tra gli attori.



Peter Farrelly, separatosi dal fratello Bobby dopo quasi 25 anni di collaborazione e abbandonate le scorrettissime gag a base di moccioloni di seme e minzioni femminili, si mette letteralmente al servizio dello script e del duo di protagonisti, i quali risplendono in due performance che, al pari dei personaggi, si completano a vicenda: Alì adopera uno stile pacato, sottrattivo, che lo rende quasi trasparente, mentre Mortensen istrioneggia in modo quasi sornione. L'umorismo trasuda dai dialoghi brillanti, totalmente basati, anch'essi, sulla contrapposizione caratteriale dei due personaggi, che, recitati da un duo in stato di grazia, fanno amare ogni singola scena, anche quelle più scontate.
E la forza del film è tutta qui: non tanto l'impegno, quanto la capacità di riuscire a far apprezzare un'operazione vecchia anche allo spettatore più smaliziato, come solo il buon cinema sa fare.

sabato 2 febbraio 2019

Creed II

di Steven Caple Jr.

con: Michael B. Jordan, Sylvester Stallone, Dolph Lundgren, Florian Munteneu, Tessa Thompson, Phylicia Rashad, Milo Ventimiglia, Brigitte Nielsen.

Drammatico

Usa 2018















Il successo, in verità a sorpresa, del primo "Creed" ha dimostrato come il pubblico (americano e non) abbia ancora voglia di storie degne di questo nome. Benché imperfetto e derivativo, quel film tutto sommato piccolo, venuto alla luce grazie alla passione di un autore all'epoca sconosciuto, riusciva davvero a raccontare una storia con al centro due personaggi (Adonis e Rocky) vivi e verosimili, in un racconto volutamente modesto e intimo, lontano anni luce sia dalla spettacolarizzazione propria di molti degli "episodi" della saga di Rocky, sia di tanto cinema mainstream americano, dove storia e personaggi vengono schiacciati sempre più dall'abuso di effetti speciali e umorismo spicciolo. La calorosa accoglienza riservata al figlio di Apollo Creed nella sua prima avventura su grande schermo era quindi segnale di come quel cinema solitamente riservato al mero circuito indie potesse in realtà essere tranquillamente fruito anche dal pubblico generalista.
Un seguito, al solito, era d'obbligo. Ma "Creed II" non è semplicemente la continuazione di un successo, quanto una sua ideale evoluzione, che espande le tematiche del primo film toccando nuovi territori e, con essi, anche nuove corde emotive.
Differenza con le solite continuazioni made in Hollywood dovuta anche alla sua genesi produttiva: a Ryan Coogler non interessava più di tanto rimettere mano al personaggio di Adonis o a quello di Rocky; viceversa, è stato Sylvester Stallone a volerne continuare le gesta: il suo coinvolgimento nel primo film gli ha permesso di innamorarsi di questo nuovo personaggio, oltre che a riprendere fede in quello di Rocky; da qui la voglia di espanderne caratterizzazioni e storia riallacciandosi direttamente a quel "Rocky IV" che era punto nodale per la caratterizzazione di entrambi; era in quella pellicola che Apollo trovava la sua fine per mano dell'energumeno Ivan Drago, forgiando indirettamente in carattere di Adonis e il suo conflittuale rapporto con la figura paterna. Da qui l'idea di uno scontro generazionale tra i discendenti di quei due personaggi, con il figlio di Apollo faccia a faccia con quello di Drago. Idea bislacca e ridicola per fortuna solo su carta.



Adonis e Viktor Drago sono due figli chiamati a confrontarsi con un'eredità ingombrante, ossia la sconfitta dei padri. Adonis è l'orfano, reso tale per mano di Ivan, che lo ha privato di quella figura paterna che, da assente, si fa adesso ingombrante, con le sue effigi che compaiono in scena come a schiacciarlo sotto il peso del rimorso. Viktor è nato nella rabbia e nel dolore, scaturiti dalla sconfitta del padre per mano di Rocky prima, dall'abbandono della madre dopo; un ragazzo nel corpo di un mostro, il cui fisico imponente cela le ferite interne, quelle di un figlio che è puro strumento nelle mani di un padre in cerca di un riscatto velenoso. Lo scontro tra i due è quindi quello di due figure genitoriali opprimenti, in un modo o nell'altro.



Ma Adonis è anche il ragazzo che si fa uomo, chiamato a confrontarsi con la paternità, a divenire, cioè, quella figura paterna che a lui è sempre mancata. Ed è proprio questo status che gli dà, in ultimo, la forza di vincere la sfida del suo rivale: dalla rabbia pura e semplice, dallo spirito di rivalsa più bieco, Adonis viene distrutto, letteralmente fatto a pezzi, solo per poi rinascere come uomo fatto e finito una volta trovata una vera ragione per la vittoria.




Laddove l'amore verso la caratterizzazione dei personaggi è avvertibile, lo script di Stallone mostra il fianco quando si tratta di creare uno story-arc originale; il cammino di Adonis, di Rocky e di Viktor, inutile dirlo, è intuibile sin dal primo minuto, ricalcando, né più, né meno quello di "Rocky IV", nella più classica delle riproposizioni di una formula fin troppo collaudata.
Fortunatamente, ad arginare in parte il senso di deja-vù ci pensa la regia del semi-esordiente Steven Caple Jr., che adotta uno stile a dir poco peculiare, alternando atmosfere oniriche (il doppio incipit) ad una ricerca spasmodica del realismo negli incontri; per la prima volta nella saga, vediamo così il pugile dal cuore d'oro di turno sputare sangue, accasciarsi a terra in preda al dolore, piangere ed emozionarsi, in quella che è la definitiva distruzione dello stereotipo supereroistico spesso associato alla figura di Rocky Balboa e dei suoi epigoni.



E' quindi facile appassionarsi a questa seconda avventura del pupillo dello Stallone Italiano, nonostante la forte prevedibilità del tutto, in un racconto sicuramente semplice, ma anche incredibilmente umano.