martedì 30 aprile 2019

R.I.P. John Singleton


1968-2019

Non ha mai raggiunto i livelli artistici del collega Spike Lee, ma anche John Singleton merita di essere ricordato come uno dei fautori della rinascita cinema afroamericano dei primi anni '90. Con il suo esordio, l'ancora scottante "Boyz in the Hood" del 1991, riuscì nell'impresa di divenire il primo regista afroamericano candidato all'Oscar, nonché il più giovane. Nonostante non sia mai riuscito ad eguagliare i fasti di quel suo primo film, tanto basta per capirne l'importanza.

giovedì 25 aprile 2019

Avengers: Endgame

di Joe & Anthony Russo.

con: Robert Downey Jr., Chris Evans, Jeremy Renner, Scarlett Johansson, Mark Ruffalo, Chris Hemsworth, Don Cheadle, Brie Larson, Karen Gillan, Danai Gurira, Bradley Cooper, Josh Brolin.

Fantastico/Avventura

Usa 2019















---CONTIENE SPOILER---


Si potrebbe parlare della fine di un'era, della conclusione di un ciclo vitale per i Marvel Studios. "Avengers: Endgame" è in fondo questo: un duplice epilogo ad una storia iniziata circa 11 anni fa con "Iron Man" e che ha trovato il suo midpoint circa un anno fa con "Avengers: Infinity War". E come ogni conclusione che si rispetti, anche "Endgame" permette di fare qualche bilancio, di dare un giudizio pieno non solo alla gigantesca maxistoria che Kevin Feige ha forgiato in oltre 20 film, ma anche e sopratutto al fenomeno che questi hanno generato.



Preso a sé, "Endgame" è un duplice film; o meglio, sono due storie riunite in un'unica narrazione; nella prima parte c'è l'epilogo vero e proprio al precedente "Infinity War": Thanos ha vinto, metà degli esseri viventi dell'Universo è stata spazzata via. Agli eroi superstiti non resta che rintracciare il titano folle e vendicarsi, nulla più; la sconfitta del villain non porta alla vittoria perché ciò che è stato fatto non può essere rimediato: le Gemme dell'Infinito sono state distrutte, la vittoria dell'antagonista è totale.
Con un flashforward di cinque anni, ritroviamo i superstiti alle prese con un mondo che non è più il loro, ma che ha lo stesso bisogno di loro. Eppure, come fare per ritrovare la speranza perduta? Nel più improbabile dei modi: è Scott Lang (Paul Rudd) ad introdurre la possibilità di un viaggio nel tempo per poter riavere le Gemme e resuscitare i caduti.
Da qui, "Endgame" diventa un vero e proprio "Ritorno al Futuro- Parte II" con i supereroi, dove i protagonisti viaggiano a ritroso nel MCU incontrando versioni alternative di sé stessi e modificando in parte gli eventi del passato (non sfuggirà ai più attenti il diverso destino di Loki).



Se la trama in sé stessa è duplice, il tono del film è addirittura triplice: si comincia con la desolazione più totale data da una sconfitta annichilente, si torna alle classiche atmosfere spensierate che tanta fortuna hanno portato al brand Marvel Studios per arrivare ad un terzo atto dai toni epici, in cui lo scontro con un ritrovato Thanos diventa una battaglia totale. In parole povere, ogni tipo di spettatore troverà qualcosa da apprezzare, sia esso l'umorismo leggero o la serietà più drammatica o, ancora, più semplicemente lo spettacolo visivo.
Proprio come il primo film d'ensable, quindi, anche "Endgame" è il perfetto pop-corn movie, al quale la lunga durata consente però di approfondire anche meglio i caratteri dei personaggi, molti dei quali sono finalmente tridimensionali: dall'Occhio di Falco distrutto dalla perdita della famiglia ad un Tony Stark che invece trova nel legame famigliare la forza di andare avanti, passando per un Thor divenuto divertente epigono di Drugo Lebowski a causa dell'onta della sconfitta e Nebula che combatte letteralmente contro sè stessa; l'introspezione paga davvero e ci riesce ad affezionare alle peripezie dei personaggi, anche quando si calca troppo la mano sulla drammaticità (come nella scena del sacrificio di Vedova Nera). Tanto che l'unico vero difetto attribuibile a questa epica chiusura risiede nell'appiattimento della figura del villain, che da machiavellico antagonista diviene semplice "boss finale" da sconfiggere.



Se quindi "Endgame" è un film riuscito e divertente, il fenomeno del MCU e il relativo trionfo non possono che suscitare seri dubbi; che il futuro del cinema di intrattenimento sia davvero relegato alla forzata serialità? Nonostante i successi dei film DC in stand alone, sono le creature di Kevin Feige a polverizzare i record di incassi, con la loro ferrea continuità. E tra un abortito Dark Universe da parte della Universal e le altre major pronte a scannarsi per accaparrarsi i diritti di qualsiasi universo letterario o fumettistico, sembra proprio che, almeno per i prossimi dieci anni, tutti i blockbuster continueranno ad essere l'adattamento di qualcos'altro o la riproposizione di personaggi già collaudati sul Grande Schermo (basti vedere i remake live-action targati Disney).
L'impatto del MCU sul cinema è forse paragonabile solo a quello del primo "Guerre Stellari": una pellicola che ha ridefinito tutti gli standard della narrazione per immagini e cambiato la stessa percezione di questa da parte del pubblico. Una ridefinizione, tuttavia, che ha portato con sé un appiattimento sia della narrazione che del narrato. Una rivoluzione, sicuramente, ma non per forza una buona rivoluzione.



sabato 20 aprile 2019

Hellboy

di Neil Marshall.

con: David Harbour, Milla Jovovich, Ian McShane, Daniel Dae Kim, Sasha Lane, Thomas Haden Church.

Fantastico/Azione/Horror

Usa, Inghilterra, Bulgaria 2019


















Neil Marshall è un regista che non merita la scarsa attenzione che gli viene solitamente riservata. Artigiano di un cinema orgogliosamente di genere, che non ha paura di ambire unicamente all'intrattenimento dello spettatore, senza voler inserire metafore o sottotesti di sorta nei suoi lavori; un cinema "di pura pancia" che tuttavia non manca mai di coinvolgere e stupire. Basti pensare alla rilettura in chiave barbarica dell' "Anabasi" di Senofonte che ha portato in scena con "Centurion" o al sottovalutato "Doomsday", vero e proprio ottovolante exploitation con cui omaggia i miti di John Carpenter e George Miller.
Eppure, ancora oggi, quello di Marshall non è riuscito ad imporsi come paradigma di un cinema popolare fatto con la testa e con il cuore; e il massacro di "Hellboy" ne è purtroppo il sintomo: disintegrato dalla critica e ignorato dal pubblico, l'ultimo figlio bastardo del regista di Newcastle è stato vittima di un'ordalia iniziata già durante la produzione, con scontri più o meno diretti tra l'autore e praticamente ogni altra figura di riferimento sul set: tra litigi con i produttori e attori che riscrivevano i dialoghi arbitrariamente, è forse un vero e proprio miracolo il fatto che il film abbia visto alla fine il buio della sala. Scontri e difficoltà che appaiono vistosamente sulla pelle del prodotto finito, dalla qualità a dir poco altalenante. Ma questa nuova incarnazione per il Grande Schermo del demone-detective di Mike Mignola merita davvero tutto l'astio riservatole?



Narrativamente sganciato da i due exploit firmati da Del Toro, l' "Hellboy" del 2019 è una rilettura più fedele all'originale cartaceo; ritroviamo su schermo alcuni dei comprimari più amati del demone, come Lobster Johnson, Ben Daimio e la villain Nimue, ma non il simpatico Abe Sapiens. Le differenze con la precedente incarnazione non si limitano però alla sola aderenza al modello originale; laddove Del Toro infondeva nella sua visione rimandi a Lovecraft e alla mitologia nordica, Marshall gioca invece di sottrazione, lasciando che siano le sole creature di Mignola e i relativi rimandi a popolare il suo mondo; il conflitto, di conseguenza, è dato tutto dai personaggi principali piuttosto che dai loro comprimari; ed il conflitto principale, come avveniva nel primo film di Del Toro, deriva proprio dalla natura ambigua del suo protagonista, demone cresciuto come uomo, chiamato a combattere la sua stessa natura per salvare ciò a cui tiene. Ma non ci sono dialoghi ridondanti, scene strappalacrime o improbabili triangoli amorosi, tutto viene cucito addosso all'azione, evitando ogni pretenziosità.




Marshall controlla sempre bene la narrazione, a cui imprime un ritmo a dir poco indiavolato: non c'è un solo momento di stanca nei 120 minuti di durata, che scorrono sempre rutilanti su schermo. Il gusto per l'action traspare a prescindere dalle difficoltà di esecuzione sul set: davvero spettacolare il combattimento con i giganti, eseguito con una serie di finti piani-sequenza che si interconnettono; ma il mestiere di Marshall è avvertibile anche nelle sequenze dialogiche, come nell'incontro con la megera Baba Yaga, dove l'uso del grandangolo per i primi piani restituisce tutta la sensazione di disgusto e smarrimento del protagonista.




L'umorismo, d'altro canto, risulta talvolta forzato, relegato com'è al solo uso del turpiloquio e di freddure sparate durante l'azione; il divertimento deriva così per lo più dall'azione stessa e dal gusto per l'esagerazione, con lo splatter che diventa gore talmente urlato da sfociare volontariamente nel parossistico.
Tanto che, alla fine della visione, a Marshall non si può rimproverare praticamente nulla. Gli unici veri difetti di questo suo B-Movie ad alto budget sono dati da una CGI a tratti vistosamente finta e da un climax tutto sommato prevedibile, con una risoluzione degli eventi che non lascia spazio a veri colpi di scena.

giovedì 18 aprile 2019

Tepepa

di Giulio Petroni.

con: Tomas Milian, Orson Welles, John Steiner, Josè Torres, Luciano Casamonica, Annamaria Lanciaprima, Rafael Hernàndez.

Spaghetti Western

Italia, Spagna 1969
















Se il sottofilone dello Spaghetti-Western "impegnato" trova in "Quién Sabe?" l'apripista e nel capolavoro leoniano "Giù la Testa" l'apice, un film decisamente meno ambizioso quale "Tepepa" merita lo stesso di essere apprezzato per il modo in cui tenta di variare la formula classica dello stesso. Oltre che per l'accostamento di due figure attoriali celebri e in un certo senso agli antipodi: il popolare Tomas Milian e l'imponente Orson Welles.





Finita la Rivoluzione Messicana, l'idealista Jesus Maria Moran, detto "Tepepa" (Milian) diventa capo di una banda di bandidos che non accettano il nuovo ordine costituito; contro di loro, c'è il colonnello Cascorro (Welles), mentre uno strano medico di origini britanniche (Steiner) si mette sulle tracce del bandito per motivi personali.




Le rivolte post-sessantottine rivivono nelle gesta dei rivoltosi messicani, con un'acume profetico: alla fine della rivoluzione, tutto cambia senza che nulla cambi davvero; per questo gli ex rivoluzionari continuano la battaglia contro il nuovo Stato, corrotto e ingiusto quanto quello precedente, in cerca della tanto agognata "tierra y libertad".
Tuttavia, il personaggio di Tepepa non ha l'aura del combattente romantico e determinato, quanto quella dell'anti-eroe scorretto e manipolatore: la vendetta del personaggio del Dottor Price è giusta, basata su crimini da lui perpetrati in modo gratuito, che con la lotta per la libertà nulla hanno a che vedere.




Laddove la lotta contro il potere costituito ha quindi una valenza scevra da ogni idealismo, quest'ultimo viene altresì descritto come un cancro, una riproposizione dei meccanismi di sfruttamento che portano alla prima rivolta, incarnata dal personaggio di Orson Welles, mastodontico e inarrestabile, un sadico che gode nella distruzione gratuita dell'avversario che il mitico artista interpreta con gusto e senza mai scadere nell'overacting gratuito, in una perfetta giustapposizione con lo stile più strabordante di Milian.




Laddove il cast è affiatato, sceneggiatura e regia risultano purtroppo più riluttanti; i risvolti più interessanti della trama non vengono mai approfonditi (primo fra tutti il conflitto tra il desiderio di vendetta individuale e il riscatto collettivo), mentre la regia dello specialista Petroni, pur essendo precisa, non riesce mai a cogliere lo spirito spettacolare della vicenda, rendendo "Tepepa" una pellicola interessante e divertente, ma non memorabile.

sabato 13 aprile 2019

DolceRoma

di Fabio Resinaro.

con: Lorenzo Richelmy, Luca Barbareschi, Valentina Bellè, Claudia Gerini, Francesco Montanari, Libero De Rienzo, Iaia Forte, Luca Vecchi.

Italia 2019


















Un'esplosione incontrollata. Fiamme che sprintano dallo schermo come nel "Cuore Selvaggio" di Lynch. Una voce narrante che, come da tradizione nel nostro cinema, introduce il proprio personaggio... solo per sbarazzarsene immediatamente e far turbinare il tutto in un flashback lungo un film.
Un inizio ad effetto, quello di "DolceRoma", con il quale vengono settate da subito le intenzioni, quelle di un cinema veloce, moderno, quasi sfacciato nella sua meta e autoreferenzialità, nel suo voler scardinare tutte le aspettative dello spettatore in un gioco di giustapposizioni e sovversioni coatte.
Fabio Resinaro, qui al suo esordio da solista dopo la collaborazione con Fabio Guaglione per "Mine", adatta un soggetto di Fausto Brizzi, a sua volta tratto da un romanzo di Pino Corrias, riuscendo a fare propria la materia data, con un occhio al cinema post-pulp anni '90 e tanta voglia di distruggere miti e leggende del mondo del cinema italiano.



Andrea Serrano (Lorenzo Richelmy, che sfoggia uno sguardo allucinato degno di un giovane Brad Dourif) è un giovane scrittore spiantato ma dalle grande ambizioni; con i suoi ultimi risparmi riesce a far pubblicare un suo romanzo, "Non finisce qui", ispirato a veri "malaffari" raccontatigli da un suo conoscente camorrista. Il libro stuzzica l'attenzione del produttore veterano Oscar Martello (Luca Barbareschi), che vorrebbe adattarlo in un film. Comincia così per Andrea una vera e propria scalata all'interno del folle mondo del cinema italiano.



Se quello di Serrano è il punto di vista principale, è Martello ad essere il centro del film, il perno che fa ruotare storia e storie all'interno della narrazione. Una narrazione che è scrittura del caos per il caos, pur distinta in tre atti precisi, che parte da uno scontro totale, quello tra il caos, appunto, e il determinismo: Serrano è inizialmente vittima di forze esterne che ne determinano le azioni, non ha presa sul suo destino e lascia che siano queste a portarlo dinanzi all'opportunità di una vita. Martello è in tal senso la sua nemesi totale, un marionettista che è riuscito a fare strada in un ambiente a lui ostile sino a dominarlo. Ma quanto c'è di effettivamente casuale nelle loro azioni? E' da tale quesito che la storia prende il via ed è da questo punto che i conflitti cominciano a configurarsi.



L'odissea di Serrano si fa via via più delimitata, sino a prendere le forme di un tracciato preciso, quasi aritmetico nella sua costruzione, dove ogni dettaglio è cesellato per incastrarsi perfettamente all'interno del quadro generale. Laddove il caos è fanghiglia, la determinazione è l'appiglio per uscirne. E laddove questa fanghiglia ha le forme suadenti di quel bagno di miele, l'essere umano deve fuoriuscirne come forgiato a nuova forma.
Un caos che è quello produttivo proprio del "sistema-cinema" italiano, dove si arrabattano produttori-truffatori, divette finto-ribelli e ragazzetti cresciuti a pane e cinefilia che credono di essere autori fatti e finiti; mondo che viene connotato con una nota di cinismo smaccata, ma non sgradevole.


Caos che ha anche le forme di una scrittura apparentemente schizofrenica, di una regia che usa toni solo superficialmente altalenanti ed uno stile grottesco dove tutto è esagerato: tutti i personaggi sono cartooneschi, dal Serrano vero e proprio freak burtoniano che si aggira come sperduto per tutto il film alla matrona che ha il volto e il corpo generoso della Gerini, passando per il registucolo di belle speranze interpretato da Luca Vecchi, che sembra appena scappato dal set de "La Grande Bellezza" e i camorristi stile parodia di Crozza, fino ad arrivare a Martello, che, con un sigaro perennemente in bocca, viene caratterizzato da un Barbareschi sempre sopra le righe.



Resinaro tiene sempre salde le redini della narrazione e della messa in scena, purga ogni scena da inutili citazioni facendo propri i punti di riferimento, tanto che gli si può rimproverare unicamente il fatto di non aver pigiato sul pedale del grottesco fino in fondo: uno stile ancora più virato verso il demenziale avrebbe forse giovato al nugolo di personaggi che descrivere e alla pazza storia di cui sono protagonisti.

sabato 6 aprile 2019

Shazam!

 di David F.Sandberg.

con: Zachary Levi, Asher Angel, Mark Strong, Jack Dylan Grazer, Djimon Hounsou, Michelle Borth, Adam Brody, D.J.Cotrona.

Fantastico/Supereroistico/Commedia

Usa 2019

















Creato nel 1939 per la Fawcett Comics da Bill Parker e C.C.Beck, Capitan Marvel è stato l'esempio supremo di come un clone possa eclissare l'originale a cui si ispira. La Fawcett Comics ordinò infatti ai due autori di creare un personaggio che potesse rivaleggiare con il Superman di casa DC, che aveva esordito sulle pagine di Action Comics appena un anno prima, mietendo enormi consensi. Parker e Beck risposero con un personaggio che ne era la fotocopia in tutto e per tutto: invulnerabile, superforte e iperveloce, nonché in grado di balzare oltre i grattacieli più alti. La sua vera particolarità  era però del tutto inedita: la sua identità segreta era quella di un ragazzino, Billy Batson, al quale un mago ancestrale aveva donato i propri poteri in punto di morte; gridando la parola magica "Shazam!", Billy si trasforma nella sua controparte supereroistica ed adulta, nonché dotata della saggezza di Re Salomone, la forza di Ercole, la resistenza di Atlante, il potere dei fulmini di Zeus, il coraggio di Achille e la velocità di Mercurio, da cui l'acronimo del grido.




Questo strano clone di rosso vestito esordisce sulle pagine di Whiz Comics pochi mesi dopo l'Azzurrone di casa DC e ottiene subito ottimi consensi; con il tempo la sua popolarità non fa che aumentare, tanto che nel corso degli anni '40, la testata a lui dedicata surclassa persino le vendite di quella di Superman, divenendo l'eroe più amato dal pubblico americano. Nasce in questo periodo, la prima incarnazione cinematografica di Capitan Marvel, un serial nel quale ad indossare la cappa bianca è l'attore Tom Tyler, anch'esso di buon successo.




Con la fine della Golden Age dei comics, Capitan Marvel cade nel dimenticatoio e la Fawcett Comics chiude i battenti. I diritti del personaggio vengono così acquistati dalla DC, che nel 1972 lo ripropone  ribattezzandolo con il suo famoso grido di guerra a causa di beghe legali: nel frattempo la Marvel aveva creato il proprio Capitan Mervel e opzionato i diritti per il nome. Il Marvel della DC continuerà comunque ad utilizzare il primo nome a fasi alterne, sostituendolo del tutto con Shazam solo a partire dalla creazione dei New 52 nel 2011.
E solo negli anni '70 si ha un tentativo di rilanciare il personaggio, con un telefilm andato avanti per 3 stagioni, prodotto dalla Filmation, che purtroppo non ottiene il successo sperato.




Shazam resta così confinato alle pagine dei fumetti per altri tre decenni. Un progetto per portarlo al cinema in una nuova veste arriva solo verso la fine degli anni '00: il successo dei primi film dei Marvel Studios dimostra come anche le proprietà intellettuali meno note al grande pubblico possano portare incassi giganteschi. E per Shazam si decide di rischiare: creare un film per l'eroe ed un film apposito per introdurre il suo acerrimo villain, la nemesi Black Adam, che su schermo avrà il volto di The Rock. Ma il limbo produttivo assorbe entrambe le produzioni, fino a poco tempo fa: sbloccatasi la situazione, si mette in pausa il film su Black Adam, utilizzando il film sull'eroe per "sondare il terreno" in cerca di consensi.
Tuttavia, trasporre su schermo le avventure del "piccolo grande supereroe" della Fawcett presenta un problema di certo non marginale: come rendere il film originale quando il suo protagonista è e resta poco più di un clone di Superman?
Per ovviare, la DC/Warner decide di intraprendere un approccio meno canonico e più in linea con la sua recente svolta produttiva. Niente più trame stratificate, personaggi emotivamente distrutti e atmosfera cupa, "Shazam!" è in tutto e per tutto una commedia adolescenziale con i superpoteri.




Il riferimento è dato dal classico "Big", citato apertamente in una scena. L'enfasi viene posta tutta su Billy Batson (Asher Angel), la sua storia e la sua dualità con la sua versione adulta (interpretata da un pompatissimo Zachary Levi). Shazam è un supereroe con la mente di un ragazzino e su questa impostazione è costruito il 90% del film, con gag a base di superpoteri fuori controllo e improbabili salvataggi.
L'atmosfera è quella spensierata delle commedie per ragazzi anni '80, ma David Sandberg non si riduce mai al citazionismo spicciolo, né alla pura nostalgia; piuttosto ricrea un vero e proprio film per famiglie "come si facevano una volta", dove non mancano né il turpiloquio, tantomeno il gusto per sequenze più cupe (in verità davvero poche).




La formula è quindi semplice, volutamente piatta, tant'è che i conflitti principali della storia vengono risolti alla bene e meglio; la storyline sulla ricerca di Billy della sua vera madre ha un epilogo drammatico, ma tutto sommato irrilevante; il crescente attaccamento di Billy alla sua nuova famiglia viene praticamente dato per scontato nel corso del film; mentre lo scontro con il cattivo di turno è meccanico, anche a causa della scarsissima caratterizzazione data a quest'ultimo.




E' facile capire ciò che "Shazam!" vuole essere: un semplice film-giocattolo per un pubblico molto giovane, nulla più. Se preso per quello che è, visionato con un occhio innocente e infantile, non ci può davvero lamentare: l'umorismo è riuscito e gli attori sono tutti in parte e simpatici, i 132 minuti di durata (che forse alla fin fine sono anche troppi) scorrono via benissimo e tanto basta; se invece si apprezzavano i precedenti film della DC per l'approccio "adulto" verso la materia, si rimarrà oltremodo delusi. Ma è meglio essere chiari: forse un approccio serio ad un personaggio come Capitan Marvel difficilmente avrebbe funzionato a dovere sul Grande Schermo.



lunedì 1 aprile 2019

Dumbo

di Tim Burton.

con: Colin Farrell, Nico Parker, Finley Hobbins, Danny DeVito, Eva Green, Michael Keaton, Alan Arkin, Roshan Seth.

Fantastico

Usa 2019
















Oramai alla Disney non sanno più che pesci prendere; pur essendo il più grande conglomerato di Hollywood (e forse del mondo intero), la casa di Topolino non riesce a sfornare idee originali da anni; e se tramite la Marvel Studios e la Lucasfilm si limita a produrre e distribuire seguiti e spin-off di serie di successo, il marchio principale è impegnato quasi esclusivamente nel rivendere al pubblico i vecchi film del catalogo, i "classici dell'animazione", talvolta vecchi di quasi un secolo, tirati a lucido in una versione live-action che, puntualmente, non riesce ad eguagliare i fasti dell'originale e si limita a riproporre in maniera sterile e stanca personaggi e cliché; il pubblico, dal canto suo, sembra apprezzare davvero questo "usato garantito" e accorre in massa per rivedere vecchie glorie in una nuova veste, anzicché limitarsi a recuperare direttamente i vecchi film.
Con "Dumbo" ci si ritrova dinanzi alla cosiddetta "quadratura del cerchio": era stato proprio Tim Burton ad inaugurare il filone dei rifacimenti dei classici Disney circa 10 anni fa, con l'improponibile "Alice in Wonderland"; e l'originale "Dumbo" resta tutt'oggi uno dei classici più riusciti e amati. Il suo remake, invece, si rivela come un'opera arida e frettolosa, priva di mordente e persino di anima.




Messo da parte lo script originale, è Ehren Krueger a riscrivere la storia dell'elefantino volante, eliminando il punto di vista degli animali parlanti in favore di quello di inediti personaggi umani; ovviamente tutti stereotipati: il padre reduce di guerra che cerca di riallacciare i rapporti con i due figlioletti, orfani di madre e più maturi di quanto sembra; il capitano di industria pronto a tutto pur di lucrare, il direttore del circo ciarlone ma dal cuore d'oro e la bella di turno, che ovviamente preferisce i valori familiari al denaro; tutto secondo la tradizione, nulla di nuovo. Il lavoro di rifacimento, semmai, trova una minuscola nota di originalità nella costruzione della storia: metà film è un remake vero e proprio, la seconda metà una sorta di seguito che espande la storia; dove per "espande" si intende "aggiunge dosi di già visto al già visto": tutta la parte ambientata a Dreamland è talmente prevedibile ed elementare nello svolgimento al punto di poter essere vista senza traccia audio.




La storia, di conseguenza, non incanta né commuove mai davvero: si resta freddi dinanzi alle peripezie di Dumbo e dei suoi amici umani, non ci si commuove mai davvero della loro sorte, né si gioisce del loro trionfo, perché ogni singolo risvolto della storia ed ogni singola linea di dialogo è scontata sino all'inverosimile.
Ancora peggio è però la regia di Burton, totalmente ed incredibilmente anonima. Della carica visionaria che lo rese celebre, qui non è rimasto nulla, non un guizzo, non un'intuizione estetica che sia una, nulla. Ogni elemento visivo è rigorosamente privo di identità; basti paragonare il circo che qui porta in scena con quello visto in "Big Fish" per accorgersi di come, oggi, Burton manchi di anima: i freaks restano sempre sullo sfondo, non interagiscono mai davvero con i protagonisti se non tramite singole battutine; manca la fascinazione, quell'aura magica e sinistra che ne ha da sempre contraddistinto lo stile. Tant'è che la sua mano si nota solo nella scelta del cast, con le presenze di attori di razza quali Danny DeVito, Michael Keaton e Eva Green; nulla più.




La favoletta di Dumbo scorre così senza intoppi su schermo per le quasi due ore di durata, senza mai davvero prendere vita. Persino le scene più divertenti dell'originale qui sono assenti o relegate ad una pura apparizione: la formidabile sequenza della sbronza rivive in una sterile visione del numero delle bolle di sapone, mentre dei "corvi di Harlem" non c'è traccia, in ossequio ai dettami del politicamente corretto hollywoodiano che oramai castra ogni singola produzione.
Anonimo e inerte, figlio di un Tim Burton oramai bollito e ridotto a mero shooter per le major, "Dumbo" è uno spettacolo desolante e vuoto, che forse riuscirà a far felici solo i più piccini, sempre che si accontentino di poco.