giovedì 31 ottobre 2019

Shining

The Shining

di Stanley Kubrick.

con: Jack Nicholson, Shelley Duvall, Danny Lloyd, Scatman Crothers, Barry Nelson, John Glover, Joe Turkel, Philip Stone.

Horror

Usa 1980















Quando, nel 1980, "Shining" uscì nelle sale di mezzo mondo, gli incassi furono magri, superati persino da quelli del coevo "Venerdì 13"; non andò meglio con la critica, che si divertì ad accanirsi particolarmente con l'ultimo film del maestro Kubrick, reo di essere una pellicola di genere. E, in occasione della prima edizione dei Razzie Awards, ottenne persino due nominations, ossia peggior regia (!!!!!!!) e peggiore attrice a Shelley Duvall.
Sembrava che l'allora ultima fatica dell'immenso autore fosse condannata ad essere considerata e ricordata come un passo falso, un errore in una filmografia fatta quasi esclusivamente di capolavori, nella quale "Shining" sarebbe stato una piccola ma indelebile macchia. Per fortuna non è stato così: nel corso degli anni, il film è stato rivalutato da tutti, in primis dagli amanti dell'horror, che ne hanno colto per primi la portata, poi dalla critica. mainstream e non, per finire con il pubblico in generale, che lo ha trasformato in un perfetto film di culto. Ad oggi, forse sono i soli Stephen King e David Cronenberg a nutrire dubbi sulla grandezza dell'unico horror diretto da Kubrick, osannato e citato a destra e a manca (gustosissimo è l'omaggio fatto da Spielberg nel bel "Ready Player One") e persino oggetto di analisi per scoprirne gli ormai celebri "significati nascosti", attitudine che trova l'apice nel bel documentario "Room 237".




La genesi produttiva di "Shining" è alquanto singolare. Nel 1976, Garret Brown inaugura l'uso della sua steadycam in "Rocky", riprendendo per John Avildsen la celebre scena della corsa sulla scalinata del museo di Philadelphia. Kubrick, dal canto suo, era reduce da uno dei suoi film più belli e, purtroppo, sfortunati, "Barry Lyndon", che non riuscì a ottenere il consenso di pubblico sperato. Incuriosito dall'invenzione di Brown, il grande artista decide di volerla utilizzare nella sua prossima fatica, prima ancora di sapere che cosa avrebbe di fatto girato.
Sempre nel 1976 esce in sala "Carrie- Lo Sguardo di Satana" di Brian De Palma, riscontrando un ottimo successo di pubblico e, caso raro, di critica, arrivando persino a essere nominato agli Oscar. Il nome di Stephen King, autore del romanzo adattato da De Palma (tra l'altro, il primo ad essere firmato con il suo nome di battesimo) diviene noto presso l'ambiente hollywoodiano come possibile "gallina dalle uova d'oro"; Kubrick rimane incantato dalla trasposizione filmica operata da De Palma e decide così non solo di girare un horror, ma di trasporre anch'egli su schermo uno scritto di King.



La scelta ricade su di un romanzo allora appena edito, "The Shining", storia di fantasmi e follia nella quale l'autore del Maine sviluppa un'idea già abbozzata nel precedente "Le Notti di Salem", ossia la capacità di un luogo di assorbire e far risuonare sotto forma di apparizione tutti il mali che vengono in esso compiuti.
Kubrick ne è intrigato, ma in sede di script, coadiuvato dalla sceneggiatrice Diane Johnson, opta per una soluzione drastica, ossia l'eliminazione di ogni singola sottotrama e dei flashback relativi al passato dell'Overlook Hotel; scelta che causerà le ire di King, il quale non celerà mai il suo disgusto verso l'adattamento.
Per dare a Cesare quel che è di Cesare, bisogna affermare come le sue ire siano comprensibili, ma anche come, sfrondato di tutto quel materiale frutto del famoso compulsivismo dell'autore, "Shining", su schermo, funzioni ottimamente, merito, ovviamente, della mano del suo geniale regista.




Kubrick utilizza un duplice registro narrativo: al pari di Friedkin, costella la messa in scena di messaggi nascosti, indizi utili a dare nuovi significati alla storia. Al di là delle celebri interpretazioni, secondo le quali tra i frame del film vi sia un rimando all'allunaggio del 1969 oltre che una potente metafora sul massacro dei Nativi Americani, tutti oggetto di ricerca e contesa e perfettamente ricostruiti nel già citato "Room 237", è utile soffermarsi su quanto l'autore faccia per rinforzare i temi portanti del film, ossia la discesa nella follia e l'esistenza di un piano sovrannaturale che va un po' alla volta intrecciandosi con quello immanente.




Il personaggio principale, in tal senso, è innanzitutto l'Overlook, lungi dall'essere mero sfondo alla vicenda. Un luogo che Kubrick sospende in un'atmosfera irreale, ricercata e ricreata nei modi più sottili. In quella che potrebbe tranquillamente essere la storia di un horror gotico, l'autore costruisce l'atmosfera non tramite l'alternanza, espressiva e post-espressionista, tra luce e buio, quanto tramite l'uso di una fotografia dai colori caldi, talvolta sgargianti, che permettono alle immagini di imprimersi con maggiore fermezza nella mente dello spettatore. Non c'è buio nell'Overlook, eppure l'orrore è sempre tangibile, la tensione costante.




L'Overlook è un luogo confinato in un proprio spaziotempo, dove le regole del reale vengono piegate sino a trasformarsi in un luogo del subconscio dove lo scorrere del tempo non è lineare, nel quale questo si piega in un loop o un nastro di Moebius. E', in sostanza, una gigantesca e labirintica dark room nel quale gli eventi coesistono tutti in una volta, sovrapponendosi e intersecandosi tra loro.
Kubrick ricrea tale effetto facendo ricorso a dettagli subliminali. Quando Jack, in una delle prime scene, gioca con la palla, alcuni giocattoli sono disposti nel luogo ove, alla fine, ucciderà il cuoco Halloran: dove cadrà il cadavere di questi, è possibile notare un pupazzo di pezza dal colore scuro, anticipazione di quanto avverrà e per questo evento già avvenuto.




L'uso più clamoroso di tale tecnica è, ovviamente, nel famigerato finale, ove l'immagine di Jack compare in una foto risalente agli anni '20. Fenomeno interpretabile in due modi: dopo la morte, il fantasma di Jack rimane intrappolato nell'Overlook, nel quale i fantasmi degli ospiti rivivono in una sorta di pièce d'epoca, ognuno interpretando un ruolo ben preciso. O, ancora, Jack è sempre stato all'Overlook e continua a ritornarci in un loop temporale infinito. Tant'è che nella versione americana del film, è presente una linea di dialogo in cui afferma di avere una sensazione di deja vù camminando per i corridoi dell'albergo.




La sovrapposizione degli eventi "esplode" nel finale, durante il quale, tramite lo sguardo dell'attonita Wendy, lo spettatore viene bombardato con delle immagini orrorifiche che, slegate da ogni contesto, risultano ancora più sinistre e spiazzanti. Le famose visioni del cliente dalla testa spaccata, del fiume di sangue e dei due ospiti intenti ad inscenare un insano gioco di ruolo erotico colpiscono direttamente al subconscio, essendo, appunto, pura viene de-razionalizzata, vera e propria "sostanza di cui sono fatti gli incubi" che incede imperterrita verso i sensi dello spettatore.




Al di là delle singole sequenze, è l'intera narrazione ad avere una duplice, se non triplice, natura, a seconda anche del punto di vista interno che si riprende.
Prima e più semplice, è la percezione dei fatti dal punto di vista del personaggio di Wendy: la vicenda assume i connotati di un dramma famigliare, dove il nucleo di persone esplode a causa delle incomprensioni e della violenza. La madre è chiamata ad assistere e a resistere alla violenza priva di movente che esplode negli episodi di follia, sempre più frequenti, di un marito che forse, sotto sotto, non ha mai amato i suoi cari.
Visione "semplice" rispetto a quella degli altri personaggi, supportata da un'ottima performance di Shelley Duvall (nomination a Razzies davvero meritata, come no), carpita da Kubrick in modo brusco e efficace, maltrattandola costantemente sul set.




Dal punto di vista di Danny, "Shining" è un thriller sovrannaturale, nel quale tutto il male susseguitosi nel corso del tempo all'interno dell'hotel riemerge per perseguitare i protagonisti. C'è un costante senso di minaccia nei suoi vorticosi giri tra i corridoi, un che di malvagio che potrebbe spuntare da ogni angolo, ma che si manifesta solo in poche occasioni: la visione degli spettri delle due gemelle e, soprattutto, l'aggressione nella stanza 237. Episodio, quest'ultimo, che Kubrick lascia fuori scena, permettendo allo spettatore di immaginare come sia avvenuto, trasformandolo definitivamente in un orrore del subcosciente. Al punto di rendere comprensibile e quasi condivisibile la teoria secondo cui nella stanza non ci siano spettri e l'aggressione sia stata effettuata da Jack. Sottotraccia narrativa, quella della violenza celata nel nucleo familiare, che aumenta il tasso di disturbo, rendendo la vicenda ancora più spaventosa.




Più complesso è il punto di vista di Jack, perno dell'intera narrazione, nonché protagonista della maggior parte delle sequenze. Jack è un uomo che sprofonda, un po' alla volta, nell'antro della follia, intesa non tanto come perdita del raziocinio, quanto come distaccamento intellettivo e sensoriale dal piano del reale. Ed è così che Kubrick interseca in modo definitivo il piano soggettivo da quello oggettivo, sino a renderli indistinguibili, creando un terzo piano narrativo, neutro e dotato di una personalità che non è la semplice somma dei due. La realtà percepita da Jack è un misto tra le reminiscenze sovrannaturali dell'hotel, il probabile ricordo ancestrale di una vita passata nonché una realtà oggettiva piegata a soggettiva, le quali formano un corpo unico.




L'inscindibilità degli elementi di questo terzo piano viene rimarcata da Kubrick in ogni scena nella quale il personaggio assiste al dipanarsi di eventi sovrannaturali: ogni quali volta Jack incontra quello che noi spettatori percepiamo come un probabile ectoplasma, egli è posto davanti ad uno specchio (talvolta più d'uno). Il suo sguardo, di conseguenza, si rinfrange e riflette verso sé stesso, penetrando all'interno della propria psiche, dalla quale egli stesso proietta questa nuova realtà.
Attitudine che viene sintetizzata nel simbolo del labirinto: se per Wendy e Danny questo è innanzitutto luogo reale, per Jack è luogo della mente, nel quale (come il minotauro celato in una celebre scena) egli si perde, anticipando sin dalla prima scena il suo esserne prigioniero: basta accorgersi del dettaglio rivelatore della cravatta che indossa al primo colloquio con Ullman, solcata da una fantasia che ricorda i tortuosi corridoi del labirinto, per di più dello stesso colore. Ed è superfluo, a questo punto, lodare l'incredibile performance di Nicholson, in grado di passare dal sottigliezza più fine all'overacting più trabordante, essendo sempre perfetto, oltre che magneticamente calato nel suo ruolo. Ottimo, come al solito nei film di Kubrick, anche il doppiaggio nostrano, con un solidissimo Giancarlo Giannini a fare da doppio al protagonista, del quale carpisce alla perfezione ogni singolo stato d'animo.




Il senso di tensione e smarrimento viene comunicato per il tramite di una serie di scelte registiche inusuali e "subliminali". Come detto, in ogni scena si ha la sensazione che qualcosa non torni, che ci sia qualcosa di sbagliato in quanto accade. Kubrick riesce a comunicare tale stato inserendo dei dettagli ai margini del centro d'interesse dell'inquadratura, lasciando che sia appunto il subconscio ad assimilarli. Ad esempio, nel primo confronto tra Wendy ed un Jack innervositosi a causa della mancanza di concentrazione, gli oggetti di scena alle spalle di quest'ultimo cambiano da inquadratura a inquadratura, come se si fossero mossi all'interno dell'alternanza tra primi piani.
La tensione viene trasmessa anche tramite l'uso del sonoro. La colonna sonora minimale, curata da Wendy Carlos (al secolo "Walter") e Gyorgy Lygeti, utilizza sonorità oniriche che immergono le immagini in uno stato irreale che le rende ancora più spiazzanti e difficili da assimilare. E al di là della musica, Kubrick trova nell'uso degli effetti sonori l'arma comunicativa più potente, in grado di distruggere i nervi dello spettatore in un trionfo di puro cinema orrorifico.




Inoltre, usa lo spazio scenico in modo inedito, rielaborando le sue famose "carrellate all'indietro" sino a farne un vero e proprio feticcio. La steadycam gli permette di creare movimenti fluidi mai pensati prima, di inseguire e anticipare i personaggi in modo del tutto libero. Le sue inquadrature si fanno così ancora più audaci e perfette: la ricerca insistita della profondità d'immagine si sposa con un innato senso per la geometricità delle forme, che divengono sovente speculari all'interno del medesimo frame. Kubrick finisce usare la macchina da presa come un vero e proprio bisturi, per incidere movimenti precisi al millimetro negli ampi spazi dei ciclopici set, creando immagini sempre sinistre e evocative.




Ed è scontato, a questo punto, sottolineare la perfezione, sia formale che sensoriale, di tutto il film. "Shining" è un capolavoro tout-court, una lezione di cinema che trascende la narrativa di genere pur essendone saldamente ancorata. Impresa che solo Kubrick poteva effettuare.




EXTRA

Distribuita solo di recente come "Shining- Extended Edition", questa nuova versione del film non è altro che la versione distribuita negli Stati Uniti già a partire dal 1980, più lunga di circa 25 minuti, con più dialoghi, talvolta chiarificatori, e nuove sequenze, come quella, ipnotica e geniale, del televisore.



Una vera "versione integrale" del film è di fatto quasi del tutto inedita. Dopo aver distribuito nelle sale americane un primo montaggio, Kubrick decise di rimontare il film e accorcialo. Si sono così avute due versioni dello stesso, quella distribuita su suolo americano e quella distribuita nel resto del mondo. La prima, tuttavia, differisce  anche da quella proiettata originariamente nei cinema statunitensi nel 1980: in quest'ultima edizione, nell'epilogo, al posto della famosa carrellata verso la foto d'epoca, era presente una scena in cui Ullman fa visita e Wendy e Danny in ospedale e lancia a quest'ultimo la stessa pallina che una forza misteriosa gli aveva lanciato nell'Overlook. Finale misterioso, forse fin troppo criptico, abbandonato dall'autore e mai reso nuovamente pubblico sin dall'uscita del film in sala.




L'Esorcista III

The Exorcist III

di William Peter Blatty.

con: George C.Scott, Ed Flanders, Brad Dourif, Jason Miller, Nicol Williamson, Scott Wilson, Nancy Fish.

Thriller/Horror

Usa 1990















Candidato a ben 10 premi Oscar, vincitore di due, tra i quali quello per la miglior sceneggiatura non originale, divenuto un cult a pochissimi giorni dalla sua uscita in sala, capolavoro dell'horror riconosciuto come tale da tutti i moviegorers di Internet e del resto del mondo, "L'Esorcista" di Friedkin è stato, è e forse resterà per sempre una delle pellicole più amate e citate dell'intera Storia del Cinema.
Eppure, oltre al suo effettivo valore intrinseco, quale è stato il lascito effettivo? Al di là dei vari cloni ed epigoni, ha generato un primo sequel, "L'Esorcista II- L'Eretico", del quale si salva unicamente lo stile di messa in scena di John Boorman. Un prequel del quale meno se ne parla e meglio è. Una recente serie televisiva, che ha tentato invano di ripeterne i fasti. Nonché una gustosa parodia nostrana, il simpatico "L'Esorciccio", del duo Franchi-Ingrassia, che all'epoca della sua uscita riscosse parecchio successo persino all'estero.
Non sarebbe quindi sbagliato affermare come il fenomeno del film non sia mai stato bissato. Eppure, c'è una pellicola ad esso collegata che negli ultimi anni è stata riscoperta e giustamente rivalutata, ossia il secondo sequel, "L'Esorcista III", il quale ne riprende il lascito riuscendo a creare una propria mitologia, imponendosi come un horror psicologico perfettamente riuscito.



Alla base del film vi era inizialmente un altro romanzo di William Peter Blatty, "Legion", pubblicato nel 1983, il quale era in tutto e per tutto uno spin-off del suo capolavoro. Caso più unico che raro nel panorama hollywoodiano, fu lo stesso Blatty a dirigerne l'adattamento filmico, giunto nei cinema nel 1990; nonostante la sua notorietà, lo scrittore non riuscì però ad avere il final cut sulla pellicola: la versione distribuita al cinema era composta del girato originale più una serie di re-shoot atti ad aumentarne la portata orrorifica. La director's cut, più corta, è stata distribuita nel corso degli anni solo in home-video, in combo con la thetrical cut e con il titolo originariamente pensato, ossia "Legion".



Al centro della narrazione, troviamo ora Kinderman, che ha adesso il volto granitico di George C.Scott. Il poliziotto, che nel corso degli anni ha stretto un forte legame con padre Dyer, oltre a quello che lo legava anni prima con padre Karras, è ora alle prese con dei delitti inquietanti: un serial killer che decapita le vittime, le fa a pezzi e ne sostituisce gli arti mancanti con pezzi di statue sacre, creando delle raccapriccianti parodie delle immagini sacre. Il suo modus operandi ricorda in tutto e per tutto quello di Gemini Killer, catturato e giustiziato 15 anni prima...




Un sequel che è seguito più che continuazione, il quale si salda in modo indiretto al capostipite. E dal quale riprende una narrazione lenta, basata questa volta quasi esclusivamente sui dialoghi. L'atmosfera che Blatty riesce a ricreare è plumbea e opprimente, concedendo un unico raggio di speranza solo nella sequenza del sogno, volutamente sopra le righe sino a sfiorare il ridicolo.
Sempre dal primo film, Blatty recupera l'uso del sound design come strumento per terrorizzare, ma evita di appoggiarsi completamente su quanto già fatto da Friedkin, adoperando uno degli strumenti più difficile da usare efficacemente in un horror, ossia il jump-scare.




Adoperando una messa in scena a tratti minimale, fatta di primi piani, master in campo lungo e camera fissa, lo scrittore riesce non solo a comunicare una costante sensazione di disagio, ma anche a far saltare sulla poltrona lo spettatore in modo incisivo, senza mai apparire pretenzioso persino quando usa i falsi spaventi. La tensione viene così suddivisa e portata avanti da una storia a dir poco sinistra, dall'atmosfera lugubre e dagli spaventi. Ciò fino a metà film, quando Blatty decide di fargli cambiare pelle e trasformarlo in una sorta di "horror da camera".




Il confronto con Gemini Killer e con il mistero riguardante il suo ritorno si consuma totalmente all'interno di una cella e costruito con inquadrature serrate. Con tono teatrale, la narrazione viene affidata ai dialoghi e alle solide perfermance degli attori, in particolare a quella di un Brad Dourif scatenato, in grado di inquietare anche solo con lo sguardo. E quando gli effetti speciali fanno il loro ingresso, non deludono, concedendo allo spettatore un esorcismo breve ma altamente intenso, una lotta tra Bene e Male sicuramente non memorabile quanto quella del primo film, ma altamente valevole.




"L'Esorcista III", pur al netto di qualche lungaggine di troppo, riesce, in definitiva,  a coinvolgere e a spaventare con poco. Un sequel di ottima fattura e, purtroppo, seconda e ultima prova da regista di uno scrittore che è riuscito davvero a fare suo il mezzo filmico.



mercoledì 30 ottobre 2019

Scary Stories to Tell in the Dark

di André Øvredal.

con: Zoe Margaret Colletti, Micahel Garza, Gabriel Rush, Austin Adams, Dean Norris, Gill Bellows.

Horror

Usa, Canada, Cina 2019
















Dopo il successo di critica e i riconoscimenti ottenuti con "La Forma dell'Acqua", Guillermo Del Toro avrebbe ben potuto far cambiare direzione alla propria carriera, dedicarsi ad un cinema più "autoriale" nel senso peggiore del termine, dirigendo film pensati esclusivamente per il circuito dei festival e per un pubblico "borghese". Fortunatamente, lui non è quel "tipo" di autore, ma un creativo a tutto tondo, orgoglioso delle proprie radici saldamente affondate nel cinema di genere. E "Scary Stories" è proprio qui a dimostrarcelo: affidato l'onore della direzione all'André Øvredal di "Trollhunter", Del Toro traspone su schermo l'antologia omonima, con una strizzatina d'occhio ai fumetti della Ec Comics, scrivendo e producendo un film solo in apparenza convenzionale, anche se non del tutto riuscito.



Il setting è essenziale: è il 1968, mentre i giovani si arruolano per il Vietnam, Nixon è in corsa per la rielezione. Un gruppo di amici, accomunati dalla passione per il fantastico, fa una scoperta macabra: dentro una villa che si crede infestata dagli spettri, ritrovano un manoscritto contenente dei racconti di terrore, i quali cominciano ad avverarsi, con conseguenze disastrose.



Il succo dell'operazione è facilmente comprensibile: un omaggio all'horror classico, quello di stampo "karmico" che le storie di "Tales from the Crypt" hanno contribuito a coniare. Mentre l'ambientazione storica non è, come potrebbe di primo acchito sembrare, una scusa per abbandonarsi alla nostalgia, quanto uno sfondo che permette di accomunare l'orrore fantastico, viscerale e sopra le righe, con quello più sottile del reale, dove l'incubo del Vietnam e l'ascesa al potere di "Trcky Dicky" appaiono come incubi solo formalmente meno pulsanti. Ed è qui che purtroppo lo script incontra un primo limite: non solo la critica all'amministrazione Nixon risulta fuori tempo massimo, ma anche il parallelo con la "sporca guerra" lascia spesso il tempo che trova, essendo utilizzato più che altro per caratterizzare il personaggio di Ramon, mostrandosi debole quando dovrebbe in realtà far risaltare la sensazione di disagio che dovrebbe ammantare ogni richiamo.



Øvredal dirige tutto senza troppi sforzi, utilizzando una messa in scena classica che talvolta inciampa nell'abuso di jump-scare e in un montaggio a tratti insicuro, ma riesce perfettamente a ricreare un'atmosfera sinistra, sospesa tra il reale e l'irrazionale. Buono è anche il ricorso all'immaginario del body-horror per alcuni dei racconti più disturbanti.
Il vero punto di forza ed interesse vive così nella lettura metareferenziale che può essere data alla storia, la quale celebra la forza dell'immaginazione e l'importanza della letteratura, che fa letteralmente rivivere i morti e può avere la forza di distruggere la realtà.



Per il resto, "Scary Stories" si configura come un horror per ragazzi riuscito, il quale riuscirà sicuramente ad impressionare i meno accorti e a coinvolgere, nel bene e nel male, i più esigenti.



sabato 26 ottobre 2019

Dolemite is my name

di Craig Brewer.

con: Eddie Murphy, Wesley Snipes, Kodi Smit-McPhee, Snoop Dogg, Keegan-Michael Kay, Chris Rock, Craig Robinson, Chelsea Gilson, Da'Vine Joy Randolph.

Biografico/Commedia

Usa 2019














Il nome di Rudy Ray Moore non dirà praticamente nulla a molti spettatori moderni. E di certo la sua fama non è mai stata paragonabile a quella di altri protagonisti della Blaxploitan quali Richard Roundtree, Melvin Van Peebles o Pam Grier, tanto meno a quella di coloro che si sono ispirati a lui. E sono proprio i nomi di questi ultimi a far comprendere la portata del suo lascito: Richard Pryor e Eddie Murphy.
Fu proprio Moore che, tra la fine degli anni '60 e la metà degli anni '70, impose uno stile di comicità grezzo e pregno di turpiloquio, ancora più spinto di quello del collega Redd Foxx, sbeffeggiando i luoghi comuni della comunità afroamericana dell'epoca, riscuotendo un buon successo con i suoi monologhi su lp. Un successo arrivato non subito: classe 1927, passa solo la seconda metà della sua vita restando sempre, bene o male, sotto i riflettori.
Successo indissolubilmente legato al personaggio di Dolemite, che crea e interpreta in un film da lui diretto nel 1975, il quale, a fronte di una lavorazione rocambolesca, distrugge letteralmente il botteghino alla sua uscita, garantendogli fama almeno per i 5 anni successivi, dopo i quali, complice una scia di flop, la sua stella si eclissa per far spazio ai suoi figli spirituali.


Una pellicola a dir poco sgangherata, sia in senso negativo che positivo. La poca dimestichezza di Moore con la macchina da presa è sempre avvertibile, ma per fortuna il suo carisma e la sua indomita presenza scenica suppliscono alle sue carenze di regista.
Un personaggio, quello di Dolemite, che è la quint'essenza dello stereotipo della blackploition, ossia un pappone karateca immerso nei guai, sia con la giustizia che con i suoi rivali. Protagonista di una storia di vendetta contro il sistema corrotto che lo caratterizza come un anti-eroe cool fin nel midollo, simile al più famoso Superfly.
Il successo di questa stramba commedia d'azione è enorme e trasforma sia Rudy Ray Moore che il suo alter-ego in un'icona della cultura pop.
A ben 45 anni di distanza, dopo la morte dell'autore avvenuta nel 2008, è così Eddie Murphy, il più prolifico dei suoi successori, a confrontarsi con il padre di tutta la comicità nera. E lo fa in una pellicola divertente, divertita e, sopratutto, genuinamente sincera.



Murphy e Craig Brewer adottano un approccio simile a quello usato da James Franco in "The Disaster Artist", ma senza voler dare un significato ulteriore alla vicenda. Su schermo, cast e troupe si limito a far rivivere i momenti salienti della vita di Moore e della lavorazione del suo cult: dalla creazione del personaggio, nato sulla scia dei deliri di un senzatetto, alla scoperta del Dunbar Hotel, vera e propria crackhouse nel quale vennero girati tutti gli interni, sino al successo ottenuto a seguito della vendita dei diritti alla Dimension Film.
La narrazione diviene così una descrizione della vita e, sopratutto, del carattere di Moore. Incarnato da un Eddie Murphy in stato di grazia, l'attore e regista è ritratto come un uomo dalla volontà di ferro, ostinato a tutti i costi ad ottenere la fama. Ma anche e forse sopratutto un uomo che ha una forma di talento che deve affinare. Certo, un talento che si esplica, su schermo, in una accozzaglia di scene ridicole, ma anche un talento in grado di stregare il pubblico, letteralmente ipnotizzato dalle sue rime, antesignane di quelle di praticamente tutti i rapper della storia.




L'omaggio è quindi sincero, reso ancora più prezioso dalla presenza di Snoop Dogg in rappresentanza di quella comunità di musicisti che tanto deve a Moore. Il tutto in una pellicola che riesce anche a divertire, scherzando sull'effettivo carattere del suo protagonista, il quale risulta simpatetico in ogni suo aspetto.




"Dolemite is my name" riesce così a convincere e divertire: una biografia veritiera e appassionata, condita da gag simpatiche e riuscite. E non è difficile immaginare come Murphy possa avere la sua seconda nomination agli Oscar con questo exploit.



giovedì 24 ottobre 2019

Death House

di B.Harrison Smith.

con: Nicole Cinaglia, Cortney Palm, Bill Moseley, Tony Todd, Adrainne Barbeau, Barbara Crampton, Camille Keaton, Kane Hodder, Gunnar Hansen, Michael Beryman, Sid Haig, Tony Moran, Kenny Ray Powell, Debbie Rochon, Dee Wallace, Lloyd Kaufman, Vernon Wells.

Horror

Usa 2017













A leggere i nomi coinvolti, si potrebbe di primo acchito pensare a "Death House" come ad uno slasher vintageploitation sulla falsariga di "Summer of '84" o "Beyond the Gates", dove magari un gruppo di famose icone dell'horror si presta ad un divertito gioco metareferenziale. E non si potrebbe essere di più in errore.
"Death House" è nulla più di un B-Movie che sfoggia volti noti, talvolta sprecandoli, in una serie di camei che costellano la più classica trama da "assedio". Un filmetto che sarebbe presto caduto nel dimenticatoio se non fosse per un importante particolare: è l'ultima apparizione su schermo del compianto Gunnar Hansen, il quale ha anche partorito l'idea alla base di tutta l'operazione.



Un soggetto trito e poco ispirato, nonostante non sia privo di ambizione: in un futuro prossimo, la "Death House" è una gigantesca prigione sotterranea dove vengono confinati i serial killer e psicopatici più deviati, per studiarne la natura e comprendere, in ultimo, l'effettiva valenza della distinzione tra bene e male. Come da manuale, i prigionieri riescono a liberarsi e i protagonisti sono chiamati a sopravvivere all'orrore.



Tutto scorre su binari preimpostati, dalla caratterizzazione dei due blandi protagonisti sino ai colpi di scena in teoria più spazzanti, nulla riesce davvero a colpire. Di riuscito, semmai, è l'intero immaginario horror, tra il gore ed il satanico, che il regista mette in piedi. Ma anche quando la storia sembrerebbe decollare o introdurre spunti interessanti, la visione è affossata a causa dei bassi valori produttivi che, SFX gore a parte, creano una cornice di puro squallore alla vicenda.



Tanto che alla fine si capisce come praticamente tutto il budget sia stato investito per chiamare il gruppo di icone horror a comparire su schermo per pochi istanti, accreditandoli nei titoli di testa (tranne per Danny Trejo, che resta misteriosamente non accreditato).
Spiace dirlo, ma non sarà certo questo il film per cui Gunnar Hansen sarà ricordato. E se proprio si vuole preservarne la memoria, è meglio riguardare una delle numerose interviste che ha rilasciato nell'ambito dei dietro le quinte dell'immortale "Non Aprite Quella Porta". Sopratutto se si tiene conto di come, per praticamente tutto il film, sia in realtà la presenza di Kane Hodder a fagocitare l'attenzione.



martedì 22 ottobre 2019

Habemus Papam

di Nanni Moretti.

con: Michel Piccoli, Nanni Moretti, Margherita Buy, Jerzy Sthur, Renato Scarpa, Franco Graziosi, Camillo Milli. Gianluca Gobbi, Leonardo Della Bianca.

Italia, Francia 2011


















Chissà cosa ha fatto scattare in Nanni Moretti la molla per scrivere e dirigere un film come "Habemus Papam". Forse l'esperienza collettiva della morte di Giovanni Paolo II e della successione avutasi con il più rigido Ratzinger. Forse una riflessione personale, sbocciata come un'epifania, davanti all'ennesima visione di "Studio di un ritratto di Innocenzo X" di Bacon. Non è dato saperlo. Quel che è certo è che il buon Moretti è riuscito a dare uno spaccato impietoso dell'ambiente religioso in una pellicola ricca di spunti interessanti, purtroppo non sempre sviluppati a dovere.



Duplice è la traccia narrativa. Da una parte abbiamo il neoeletto papa Melville, interpretato da un immenso Michel Piccoli, che dona una espressività incredibile al personaggio. Dalla'altre c'è ovviamente lui, Nanni Moretti, nei panni di uno psichiatra che nella più pura tradizione narcisistica è "il migliore al mondo". Nel mezzo, l'ambiente vaticano perso in una forma di follia data dall'indeterminatezza, con cardinali provenienti da tutto il mondo in preda al panico.



Partendo da Melville, Moretti descrive un personaggio incredibilmente umano e, per questo, incredibilmente fragile. Un uomo chiamato suo malgrado a ricoprire una delle massime cariche di potere al mondo, perso nel panico da prestazione che, per la prima volta, lo porta a confrontarsi con la sua finitezza, con i suoi difetti reali e presunti.
Melville è, letteralmente, l'uomo dietro la carica, la mente singola chiamata ad essere collettiva, a rappresentare in modo definitivo l'istituzione. Una mente che si frantuma, scoprendo il limite del suo stesso ufficio: non c'è, forse, differenza tra un papa chiamato a parlare con i fedeli ed un attore chiamato a salire su di un palco per intrattenere il pubblico. Entrambi rivestono un ruolo preciso nell'economia degli eventi, entrambi usano storie per veicolare una verità, effettiva o anche solo presunta che sia.



Il personaggio di Melville diviene così uno specchio del reale preciso e profondo, nonostante non abbia, di fatto, una caratterizzazione che lo renda indipendente dal simbolismo cucitogli addosso; troppo minimale è la sola backstory sulla sua fallita carriera d'attore; piattezza caratteriale che, fortunatamente, non inificia più di tanto il suo ruolo nella narrazione, perfettamente riuscita.
Se la descrizione di questo protagonista, vera colonna portante del film, è precisa e riuscita, del tutto inefficace è la parte relativa al caos generatosi in Vaticano.



Moretti tenta in ogni scena di rilanciare gli affondi più blandi verso un conclave fatto da persone più interessate al sollazzo che ad altro. Prova persino a buttare il tutto nella pura allegoria, con una stramba partita di pallavolo tra prelati. Ma ogni sua forma di critica e di simbolismo, questa volta, cade a vuoto, non riesce a restituire la carica corrosiva che vorrebbe trasmettere, né a creare immagini davvero memorabili, complice anche l'ormai classica incapacità di Moretti nell'utilizzare il mezzo audiovisivo. In questo, il buon Nanni avrebbe forse dovuto riguardare con attenzione le opere di Ciprì e Maresco, che, letteralmente, giocano nel medesimo campo vincendo in maniera schiacciante.



"Habemus Papam" diviene così, da circa metà in poi, un'opera ai limiti del pretenzioso, che sembra rincorrere a vuoti significati su significati, senza mai riuscire a raccontare altro se non la deriva del protagonista, che, alla lunga, si fa facile e sin troppo insistita. Un'opera nella quale Moretti ben avrebbe fatto a lasciare la sceneggiatura ad altri, sempre ammesso che possa esserne capace.



venerdì 18 ottobre 2019

L'Esorcista

The Exorcist

di William Friedkin.

con: Jason Miller, Max Von Sydow, Ellen Burtsyn, Linda Blair, Lee J. Cobb, Kitty Winn, William O'Malley.

Usa 1973
















C'è questa leggenda metropolitana, suffragata persino in un celebre episodio de "I Simpson", secondo la quale "L'Esorcista" di William Friedkin sia un horror invecchiato malissimo, che faceva paura solo all'epoca della sua uscita e solo a causa dell'ingenuità del pubblico e che, rivisto oggi, si riveli come un film noioso, tedioso e poco sconvolgente.
Visione nata molto probabilmente a causa della distrazione del pubblico verso pellicole più impegnate o impegnative; o, ancora più certamente, viziata da un piccolo eppure importantissimo dettaglio: il film di Friedkin non è e non vuole essere un comune horror, imponendosi più che altro come una pellicola smaccatamente autoriale costellata di sequenze orrorifiche. Le quali, tanto per essere precisi oltre che corretti, sono tutt'oggi sconvolgenti, sopratutto qualora lo spettatore sia un credente.
La storia che Friedkin narra nei 122 minuti di durata (ci si riferisce qui alla theatrical cut del 1973) è quella dello scontro tra il sovrannaturale e l'immanente, sul come un gruppo di personaggi ancorati alla razionalità si trovino a confrontare un evento che con il razionale non ha nulla in comune; e questo a prescindere dal fatto che due dei protagonisti siano due preti, tanto che le critiche verso il film, accusato di essere retrogrado e persino reazionario, non mancano tutt'oggi.



"L'Esorcista" è, in un certo senso, lo studio di due personalità, quella di padre Karras e di Chris McNeill, la madre di Reagan. Due persone in un certo senso agli antipodi: il primo è un prete, un uomo di fede che, nel pieno di una crisi spirituale, cerca di avvicinarsi alla realtà in modo razionale (di fatto, inizialmente sconsiglia il ricorso ad un esorcismo e non crede nemmeno nella possessione) solo per poi tornare alla fede; Chris, d'altro canto, è una donna del suo tempo, emancipata e madre single, nonché attrice di chiaro orientamento liberal, la quale vede crollare, un po' alla volta, tutte le sue certezze sino a sprofondare nell'accettazione dell'esistenza di un piano ultraterreno.
Entrambi i personaggi partono dallo scetticismo per ritrovare una forma di fede; percorso che è costato a Friedkin e allo scrittore William Peter Blatty l'accusa, ancora, di antimodernismo. Critica comprensibile, ma che va tuttavia limitata: non c'è, nel film, una vera accusa verso gli scettici, solo la presa di coscienza della possibile esistenza di una realtà ulteriore oltre a quella immediatamente visibile.



Ed è proprio su questo concetto che Friedkin costruisce tutta la narrazione del prologo e dei primi due atti del film. La presenza sovrannaturale del demone (Pazuzu, così chiamato solo nel romanzo e nel seguito, "L'Esorcista II- L'Eretico", uscito nel 1977 per la regia di John Boorman) è avvertibile sin dall'inizio, un'escursione nel deserto iracheno narrata quasi del tutto facendo ricorso alle immagini e ai suoni. Una narrazione lenta e ipnotica, del tutto anti-spettacolare ma perfettamente in grado di esprimere una sensazione di disagio verso quei luoghi e verso i sinistri personaggi che padre Merrin incontra.



Narrazione e simbolismi sono che, nel corso di tutto il film, sono sottilissimi; Friedkin sperimenta una messa in scena letteralmente subliminale, che poi verrà ripresa persino da Kubrick nel suo capolavoro horror "Shining", fatta di immagini e parole nascoste nei singoli fotogrammi. Si parte dalle associazioni più ovvie, quelle faunistiche, con riproduzioni di animali che compaiono letteralmente in ogni scena, simboleggiando la ferocia della possessione; le immagini delle suore e dei bambini che corrono per la strada, giustapposizione tra il sacro e l'innocenza, per poi arrivare a scritte e messaggi nascosti, come il "tuaskete", "aiuto" in giapponese, nascosto in una delle inquadrature nella biblioteca, senza contare la sequenza onirica, dove le immagini del sogno vengono intercalate con lo sconvolgente primo piano del demone. L'atmosfera si carica così sin da subito di una valenza sinistra, che mette sottilmente a disagio lo spettatore in modo inconscio, mentre i personaggi cercano di dare una spiegazione del tutto razionale agli eventi.



In questa sua duplice forma di analisi caratteriale e horror anticonvenzionale, "L'Esorcista" funziona a dovere, tanto che si capisce perché tanto detestato dagli spettatori meno pazienti: la sottigliezza di scrittura e messa in scena è forse proprio troppo marcata per un pubblico oggi come oggi abituato a jump-scare e splatter gettato in faccia. Quello che Friedkin fa è invece giocare con i sensi e le aspettative dello spettatore, portandolo in una situazione di indeterminatezza e disagio, avvalorata ulteriormente da un uso estremo del jump-cut anche nelle scene più ordinarie, negandogli ogni forma di quiete.



Incomodità che viene ricreata anche con i dialoghi: l'uso del turpiloquio e dei riferimenti sessuali usati dal demone riesce davvero a incutere una forma di nauseante timore, alla quale non ci si riesce mai ad abituare neanche dopo ripetute visioni. Un plauso, in merito, va fatto anche al doppiaggio italiano: la voce di Laura Betti, la musa di Pier Paolo Pasolini, è semplicemente perfetta per convogliare la volgare ferocia della Reagan posseduta.


Ed è nel terzo atto che Friedkin firma quella che è definitivamente la sequenza horror più agghiacciante del cinema del terrore, ossia la lunga lotta tra padre Merrin e padre Karras contro il demone. Un esorcismo che sembra non finire mai, un vero incubo ad occhi aperti nel quale la dose di dettagli raccapriccianti viene rilanciata ogni minuto e dove la sensazione di incomodità raggiunge il suo culmine, anche grazie all'uso magistrale del sonoro.




Rivista oggi, grazie sopratutto ai moderni home-theatre e all'alta definizione, l'opera di Friedkin non ha perso un grammo della sua profondità, né della sua carica orrofica. Un capolavoro del cinema horror, nonché un classico del cinema in generale, che ha superato la prova del tempo, a prescindere da quanto i millennials ne possano dire.