sabato 31 ottobre 2020

Il Seme della Follia

In the Mouth of Madness

di John Carpenter.

con: Sam Neill, Julie Carmen, Charlton Heston, Jurgen Prochnow, John Glover, Peter Jason, David Warner, Bernie Casey, Wilhelm Von Homburg.

Horror/Fantastico

Usa 1994















---CONTIENE SPOILER---

Trasporre su media visivi le pagine di H.P. Lovecraft non è cosa semplice. Impresa ardua è dare una forma anche solo parzialmente concreta a quell'orrore infinito e strisciante che il grande scrittore descrive in modo volutamente vago, lasciando che sia la mente del lettore a concretizzarlo, facendogli così raggiunge vette di terrore infinito. Eppure con "In the Mouth of Madness", Carpenter dimostra come sia non solo possibile ricreare quell'atmosfera tetra e onirica sul medium visivo per eccellenza, ma anche come sia possibile creare una perfetta trasposizione del Ciclo di Chtulu senza effettivamente trasporre nulla in modo diretto, lasciando che sia quello stesso tipo di orrore, re-immaginato, a farsi incarnazione indiretta, libera eppure incredibilmente fedele all'originale.



Per comprendere la mitologia alla base del film e l'opera di metanarrativa intessuta da Carpenter e dallo sceneggiatore Michael De Luca, bisogna tenere a mente un fatto preciso: nel mondo reale, il Necronomicon non esiste e non è mai esistito. Diverse sono le fonti d'ispirazione alle quali Lovecraft si è rifatto per la sua mitologia, ma nulla di ciò che viene narrato nei suoi racconti è veritiero.
Eppure, la storia del Necronomicon e del mito di Chtulu è in qualche modo riuscita a entrare nel mondo reale quando, nel 1941, l'antiquario newyorkere Philip Duchesne affermava di possedere una copia del Libro dei Morti. Realtà? Fantasia? Non ha importanza. Ciò che importa è che molta gente ha cominciato a credere alla possibile fattualità insita nel mondo fantastico creato dall'autore di Providence, il quale ha così assunto una forma di fisicità che lo ha elevato al pari dei miti ellenici, ossia un racconto irreale divenuto reale grazie alla fede riposta in esso dai lettori.



Il mondo di "In the Mouth of Madness" è idealmente ricalcato su quello di Lovecraft. Lo stesso titolo del film, del libro al centro della sua storia e del film nel film altro non è se non una contrazione di "At the Mountains of Madness", così come il Pickman Hotel è un rimando a "The Pickman Model", mentre la cittadina di Hobb's End, benché rimandi nel nome a quella "Astronave Atomica del Dr.Quatermass" già indirettamente omaggiata in "Il Signore del Male", ben potrebbe essere una controparte di Arkham o Dunwich.
Il punto saliente è però un altro: nel mondo di Carpenter e De Luca è reale solo ciò in cui le persone credono, i miti, i racconti e le leggende acquistano vita propria grazie all'interesse dei lettori, divenendo una sorta di religione "demoniaca" creata da una fede sviluppatasi spontaneamente nel popolo, concetto già esplorato da Clive Barker in "The Forbidden" e che sarà nuovamente applicato alla mitologia lovecraftana da Alan Moore nel capolavoro "Providence".


Per enfatizzare lo scarto tra realtà e invenzione, al centro del racconto troviamo il personaggio di John Trent (interpretato da un Sam Neill che finalmente può dar sfogo al suo istrionismo), uno scettico per antonomasia, investigatore specializzato in frodi assicurative che viene incaricato da un editore di rintracciare Sutter Cane, scrittore/superstar scomparso alla vigilia della pubblicazione del suo nuovo romanzo
Trent reagisce con sarcasmo a quelle visioni orrorifiche che il protagonista-tipo dei racconti di Lovecraft tende a razionalizzare: per lui la spiegazione è semplice, ogni cosa è una finzione, una montatura creata ad arte per promuovere un prodotto.
Cane, d'altro canto, è il "profeta del male", una sorta di Nyarlathotep della carta stampata, ricalcato non tanto su Lovecraft, quanto su Stephen King, dal quale eredita lo status di Re Mida del horror, ma anche su Robert E.Howard, prigioniero com'è delle sue stesse creazioni.



Le creature che lo perseguitano possono non essere reali: demoni ancestrali al pari degli Antichi? Pure leggende? Non ha importanza, ciò che conta è che la forma scritta e il pensiero dei lettori dà loro sostanza vitale, rendendoli vivi quanto i personaggi principali.
Eppure, sia i demoni che gli umani sono a loro volta i protagonisti di una finzione, di una storia narrata in un libro e in un film. Da qui la natura fittizia di Trent, il suo ruolo "evangelico" nel piano diabolico e di pedina in un gioco più grande di lui. Un gioco narrativo e, soprattutto, metanarrativo, dove tutto è reale perché tutto è finzione, la realtà esiste in quanto esistono un narratore (Carpenter e De Luca) ed uno spettatore, che per 94 minuti crede a ciò che gli viene raccontato.


La messa in scena di Carpenter si fa più visionaria. L'uso dei grandangoli per l'incipit, nel quale il racconto è filtrato tramite la visione distorta di Trent, ormai folle, è un rimando esplicito a quanto fatto da Kubrick in "Arancia Meccanica". Ed è proprio l'incipit a costituire la parte più "stramba" del film, con un John Glover smaccatamente sopra le righe ed un atmosfera folle che sembra aver inghiottito il reale. Tutto è urlato e sopra le righe, persino il tema musicale, al solito composto direttamente dal regista, che si compone di sonorità rock urlate e irresistibili.
Paradossalmente, il racconto nel racconto è più lucido, persino quando si tratta di dar vita agli orrori sepolti sotto la coltre del reale. Tutto il film diviene così un lungo incubo ad occhi aperti, dove l'unica realtà è quella del momento e dove ogni cosa può accadere, in una sovrapposizione tra piani narrativi vorticosa eppure perfetta.



Ultimo capitolo della "Trilogia dell'Apocalisse", iniziata con "La Cosa" e proseguita con "Il Signore del Male", "In the Mouth of Madness" è anche l'ultimo vero capolavoro di Carpenter, l'ultima pellicola in cui il suo genio rifulge a pieno. Seguiranno ottimi exploit di genere ("Fuga da Los Angeles" e "Vampires") e pellicole sotto tono ("Fantasmi da Marte" e "The Ward"), nella filmografia di un cineasta che è riuscito davvero a riscrivere le regole del cinema fantastico sin nelle fondamenta.


EXTRA

Ultima apparizione sul grande schermo per il caratterista e controverso ex pugile Wilhelm Von Homburg, che qui appare nei panni di uno dei cittadini di Hobb's End. Il suo ruolo più famoso resta quello di "Vigo il Carpatico" nel cult "Ghostbusters II".


Essi Vivono

They Live

di John Carpenter.

con: Roddy Piper, Keith David, Meg Foster, George "Buck" Flower, Peter Jason, Raymond St.Jacques, Norman Allen.

Fantastico/Azione

Usa 1988













Quando, nel 1988, "Essi Vivono" uscì nelle sale, John Carpenter era perfettamente cosciente che la sua metafora sul capitalismo avrebbe generato reazioni polarizzate e che sarebbe stata accolta in modo positivo da tutti i detrattori di quella "reaganomics" che tanto male aveva portato nella società americana del decennio. Quello che neanche lui poteva immaginare era il fatto che, a oltre 30 anni di distanza, quelle immagini di baraccopoli distrutte dalle ruspe e di poveracci picchiati a sangue dalla polizia si sarebbero rivelate profetiche; non poteva certo essere cosciente di come il film abbia anticipato non solo la tendenza sociale del capitalismo di creare ricchezza per i ricchi e povertà per il proletariato, ma anche la visione di una società impoverita da una serie di crisi economiche che sembrano pilotate ad arte. Il che rende quello che è già di per sé un piccolo capolavoro come un film dal valore ancora maggiore.



L'ispirazione viene dal racconto di Ray Nelson "8 o'clock in the morning", in particolare da una sua versione a fumetti pubblicata negli anni '60, che Carpenter adatta per il grande schermo con lo pseudonimo di Frank Armitage cambiando l'incipit della storia. 
Protagonista è John Nada, interpretato dal compianto wrestler Roddy "Rawdy" Piper. Nada è un antieroe carpenteriano doc, una sorta di Snake Plissken della working class, che non esita a far ricorso alla violenza nella lotta contro il sistema che lo ha usato e gettato via. Il suo stesso nome significa "nulla", a simboleggiarne lo status di ultimo ingranaggio nella macchina sociale, uguale a mille altri e per questo tranquillamente sostituibile, privo di un valore intrinseco e per questo di dignità.


L'immaginario costruito da Carpenter è a dir poco dirompente. Le masse sono sottomesse da una razza aliena che, nell'apparenza, ricorda dei ghoul, ossia morti viventi che divorano a loro volta i cadaveri, parassiti che si cibano di esseri morti per sostenersi.
Le masse sono sottomesse grazie ad un segnale televisivo; la tv non fa altro che trasmettere sciocchezze, reportage di moda e interviste a superstar che vendono al pubblico il proprio narcisismo. Al di sotto dei cartelloni pubblicitari, tra le righe delle riviste e nascosti negli stessi segnali televisivi, messaggi subliminali invitano il volgo a restare addormentato, a riprodursi, obbedire, non questionare l'autorità e, soprattutto, a consumare e venerare il denaro come un dio.
La società è così ridotta in due grandi categorie: zombi massificati che aspirano alla ricchezza, soggiogati da desideri consumistici e privi di ogni ambizione che non sia strettamente edonista. E i ghoul, gli alieni, che si nutrono di loro, parassiti che succhiano la linfa del pianeta e prosperano grazie al duro lavoro della classe operaia, versione iperbolica di quegli yuppies per i quali l'affermazione individuale tramite il successo economico è l'unico valore nonché imperativo morale. Il mostro, come ne "La Cosa", ha fattezze umane, questa volta non solo rassicuranti, ma anche ideali, confondendosi con quella classe sociale che, allora come ora, viene eletta a modello da seguire.



In molte interviste successive all'uscita del film, Carpenter ha specificato come la sua non sia, in realtà, una critica al capitalismo per sé, quanto a quelle degenerazioni del sistema che, come la reaganomics appunto, portano ad una marcata discrasia tra classi sociali. Eppure, è impossibile non vedere una chiara metafora marxista nella costruzione della mitologia alla base del film, in particolare una metafora del colonialismo, con agenti esterni che si infiltrano in un territorio vergine per prosciugarne le risorse e spartirne la ricchezza con pochi indigeni a scapito della moltitudine. Visione smaccatamente sinistrorsa mitigata unicamente dalla descrizione del ruolo salvifico dell'istituzione ecclesiastica (nello specifico, quella episcopale), come unica forza in grado non solo di assistere gli indigenti, ma anche di coordinare quella rivolta degli ultimi garantendo loro un rifugio sicuro nel quale ritrovarsi.


La resistenza contro gli invasori ha come primo passo la rivelazione della realtà celata sotto il fumo della propaganda. La presa di coscienza avviene, idealmente, grazie allo sforzo della classe intellettuale (il predicatore di strada e quello "laico" che trasmette segnali pirata sull'emittente principale). La bugia collettiva crolla quando la persona assiste alla violenza insita nel meccanismo di sopraffazione sociale: è con lo sgombero del campo dei senzatetto, letteralmente gli ultimi, i diseredati abbandonati dal resto della società, che Nada trova gli occhiali che gli permettono di vedere la realtà. Le immagini dello sgombero sono oggi più attuali che nel 1988, prova di come l'igniustizia sociale persista anche quando la realtà economica migliori per tutti.



La presa di coscienza dell'inganno porta l'uomo ad una graduale ribellione. Dapprima gratuita, con la violenza in banca e nel supermarket, ovvero due dei luoghi per eccellenza del consumismo. Poi, grazie ad un'organizzazione collettiva, si arriva alla sovversione totale del sistema, alla cancellazione di quel "velo di menzogna" che copre le gesta degli schiavisti, ispirando una futura rivolta globale.
Per chi non si ribella, il destino è semplice: essere assimilato all'interno di una compagine che garantisce sicuramente un quantum di ricchezza, una porzione del banchetto creato sfruttando le masse, ma che, al contempo, non porta ad una emancipazione, quanto ad una forma di "schiavitù dorata", nella quale quelle poche briciole condivise con la classe dirigente altro non sono che un contentino che garantisce solo l'illusione del benessere. Non per nulla, il personaggio più sinistro del film è il senzatetto interpretato dal prolifico caratterista George "Buck" Flower, che si unisce agli invasori senza mai divenire loro pari.



La metafora sociale viene declinata attraverso l'espressività del "B-Movie". "Essi Vivono" è, nella forma, un perfetto meccanismo di intrattenimento, condito da one-line memorabili e scene d'azione ben congegnate. Da antologia, ovviamente, la scazzottata nel vicolo, ben 6 minuti di combattimento coreografato come un vero incontro di wrestling (grande passione di Carpenter), ma anche tutta la sequenza della scoperta della "realtà nella realtà", nella quale la messa in scena si rifà direttamente al cinema di genere anni '50, con il bianco e nero usato per "decolorare" la finzione e trovare la verità che giace al di sotto di essa, con inquadrature plastiche del "mondo sotto il mondo" volutamente spiazzanti, dove il prilifcare di messagi e edifici crea un' inescapibile atmosfera claustrofobica. Il punto di riferimento, sia visivo che narrativo, è dato soprattutto dai primi serial sci-fi, come "Ai Confini della Realtà" e "Oltre i Limiti", dei quali l'intero film può essere visto come un omaggio che ne amplifica stile e tematiche.



Il budget minuscolo (appena 4 milioni di dollari) non impedisce a Carpenter di portare avanti una visione complessa e spettacolare. Le scene di massa non mancano e l'uso di location reali rende la visione più ruvida e vivida. I vari setting sono stati trovati dai location manager nella vera periferia di Los Angeles dove, all'epoca, alle abitazioni della piccola borghesia si affiancavano le baraccopoli degli hobos, sintomo di quell'ingiustizia sociale che il film depreca e che, paradossalmente, è più viva che mai. L'unico limite arriva dal riciclo dei prop, con i comunicatori alieni che altro non sono se non i misuratori PKE di "Ghostbusters" riciclati, unico dettaglio che infrange parzialmente la sospensione dell'icredulità, altrimenti perfetta.



Perfetto nella sua costruzione metaforica e divertente nel racconto, "Essi Vivono" è un magistrale esempio di cinema di genere che si fa intellettuale riuscendo ad essere più espressivo di qualunque altro registro narrativo e mediatico possibile. Un film che, inutile dirlo, andrebbe fatto vedere nelle scuole per insegnare ai giovani gli orrori del conformismo e dello sfruttamento incontrollato.


EXTRA

Distribuito negli Stati Uniti nel Novembre 1988, "Essi Vivono" ha aperto al primo posto al box office, riuscendo a generare profitto già nel primo weekend di programmazione, per poi magistralmente sparire dalla classifica dei film più visti, tanto che non rientrerà neanche nella top 50 di quella stagione.
Sembrerebbe quindi normale affermare come, data la sua natura sovversiva, non sarebbe di certo stato destinato a divenire qualcosa più di un cult movie. Eppure, la realtà ha superato le aspettative e persino la fantasia: nel 2001, lo street artist Shepard Fairey ha lanciato la sua linea d'abbigliamento "Obey", palesemente ispirata al film di Carpenter. Paradosso dei paradossi: una pellicola nata come critica al consumismo sfrenato è divenuta brand consumistico per le masse. Per fortuna, ciò non ne ha intaccato né la fama, né il valore.



R.I.P. Sean Connery

 

1930 - 2020

Un mito, una leggenda del cinema alla quale non serviva entrare nel personaggio per convincere. Sean Connery è stato un'icona del Grand Schermo il cui stile e le cui movenze, immediatamente riconoscibili, sembravano create apposta per risplendere nelle immagini dei film ai quali ha partecipato. Ai quali ha innegabilmente concesso quel qualcosa in più che ha reso molti di loro davvero memorabili.




Agente 007-Licenza di Uccidere (1962)
Bond esordisce su Grande Schermo in una produzione piccola e invecchiata non bene, ma nella quale ancora oggi Connery fa la figura del leone.



Marnie (1964)
Una leggenda del cinema ne dirige un'altra, in una storia che all'epoca dipingeva il neo-divo come un uomo capace di prendere con la forza una donna, generando un piccolo scandalo.



Agente 007- Missione Goldfinger (1964)
Bond diventa un mito, Connery ascende definitivamente a divo, in un film che diviene subito icona di stile.



Riflessi in uno specchio scuro (1973)
Un agente di Scotland Yard torchia un sospetto pedofilo. Diretto da Sidney Lumet, Connery divora letteralmente la scena in un dramma claustrofobico.



Zardoz (1974)
Cult del "weird" di John Boorman nel quale Connery regge la scena anche grazie alla sola presenza fisica.



Il Vento e il Leone (1975)
Epico dramma diretto dal grande John Milius. Connery è il condottiero berbero Raisuli, in lotta con Theodore Roosvelt per la dignità del proprio paese.




L'Uomo che volle farsi Re (1975)
Diretto da John Huston e con affianco un affiatato Michael Caine, Connery risplende nei panni dell'arrivista Danny, che in Afghanistan viene scambiato per il discendente di Alessandro Magno.



Robin e Marian (1976)
Al fianco di Audrey Hempburn, Connery è un Robin Hood crepuscolare, ma ancora carismatico.



Atmosfera Zero (1981)
Remake hard sci-fi di "Mezzogiorno di Fuoco", Connery è uno sceriffo spaziale di ferro rimasto ultimo baluardo contro l'incalzante corruzione.



In un periodo in cui la sua stella divenne un po' opaca, Connery si concede una divertente parte nel fantasy di Terry Gilliam, nei panni di un ironico e paterno Re Agamennone.



Cinque Giorni, un Estate (1982)
Storia di un amore maledetto e di una passione più grande della vita, Connery aggiunge un tocco di definitiva perfezione nel dramma a tinte forti di Fred Zinnemann.



Mai Dire Mai (1983)
Il Bond "apocrifo", remake dello spettacolare "Agente 007 Thunderball- Operazione Tuono". Connery torna nei panni che lo resero celebre a 53 anni, riuscendo ancora ad incantare e aggiungendo un tocco di ironia al personaggio in una delle sue incarnazioni più riuscite.



Il Nome della Rosa (1986)
Nel fortunato adattamento del best-seller di Umberto Eco, Connery dona a Guglielmo da Baskerville un'aura di irresistibile carisma.


Highlander- L'Ultimo Immortale (1986)
Il film del rilancio: in appena 20 minuti di screentime, Connery divora il film e buca lo schermo nei panni dell'ironico e affascinante Juan Sanchez De Villalobos Ramirez, immortale che insegna l'arte del duello a McLeod. Sul set, diviene grande amico del protagonista Christophe Lambert e l'alchimia tra i due è visibile su schermo.


The Untouchables- Gli Intoccabili (1987)
Un anno dopo "Highlander", Connery veste di nuovo i panni del mentore e si aggiudica quello che resterà il suo unico Oscar.



Nei panni di Henry Jones Sr., Connery crea un ottimo duo con Harrison Ford in quella che per molti è la migliore avventura di Indy. A 59 anni viene persino eletto attore più sexy di Hollywood.



Caccia a Ottobre Rosso (1990)
Thriller "subacqeuo" magistralmente condotto da John McTiernan nel quale Conney sprizza carisma da tutti i pori.



Entrapment (1999)
A 69 anni, Connery dà ad Hollywood una lezione di stile in un divertente thriller "milleniarista".



Scoprendo Forrester (2000)
Dramma formativo risaputo ma simpatico, dove Connery, come al solito, fa a pezzi la scena.



La Leggenda degli Uomini Straordinari (2005)
Malriuscita trasposizione dei personaggi di Alan Moore. Connery, circondato da un ensamble di attori più giovani, divora tutto come da copione, in quella che purtroppo sarà la sua ultima apparizione sul Grande Schermo.

martedì 27 ottobre 2020

Books of Blood

di Brannon Braga.

con: Brit Robertson, Freda Foh Shen, Nicholas Campbell, Anna Friel, Paige Turco, Rafi Gavron, Yul Vazquez.

Horror

Usa 2020
















Pubblicati tra il 1984 ed il 1985, i "Books of Blood" sono l'apice della carriera letteraria di Clive Barker, antologie di racconti dell'orrore caratterizzati da un rifiuto della classicità in favore di tematiche concernenti la sessualità e il body horror. Veri e propri pilastri della letteratura orrorifica moderna (è da qui che Stephen King ha definito Barker come "il futuro del genere horror"), alcuni singoli racconti sono stati già oggetto di trasposizione cinematografica, come "Midnight Meat Train" e soprattutto "The Forbidden", messo alla base del cult "Candyman".
L'idea di una trasposizione integrale arriva solo di recente: con l'acquisizione dei diritti di sfruttamento da parte di Hulu, Brannon Braga, Seth McFarlane e lo stesso Clive Barker hanno unito le forze per dare forma visiva alle visioni delle singole storie. Sfortunatamente, il progetto, nato come serie a puntate, è stato rimpicciolito dalla produzione ad un singolo film, diretto dal solo Braga, nel quale vengono condensati due racconti delle antologie e un inedito scritto appositamente da Barker per l'occasione.
Il risultato è un film ad episodi dignitoso, ma privo di mordente.



Dei tre racconti, è il primo, "Jenna", ad essere il più interessante e riuscito. L'uso della misofonia come elemento di disturbo viene tutto sommato ben congegnato, ma è soprattutto lo script imprevedibile a tenere sempre alta l'attenzione. Una storia dove non ci sono buoni o cattivi, solo diversi gradi di colpa e mostruosità, che trova nel finale (montato come epilogo di tutto il film) la nota di massima cattiveria.



"Bennet", vero e proprio episodio di raccordo, è un puro pretesto per cucire assieme due storie che altrimenti non avrebbero punti in comune. Semplice abbozzo, ha una trama semplice e piatta e non riesce mai davvero a spaventare o intrigare.



Decisamente più interessante "Miles". Episodio che si sorregge su di un colpo di scena che ribalta le aspettative e spezza la storia in due. La prima parte è la più riuscita, con una contrapposizione tra fede nel sovrannaturale e scetticismo che riesce davvero a tenere alta l'attenzione, anche grazie alla buona caratterizzazione dei personaggi e alla buona performance di Anna Friel. Più convenzionale la seconda parte, che pur trova un punto d'interesse nel climax, votato ad un body horror che poteva sicuramente essere più esplicito, ma che anche così funziona a dovere.



In generale, "Books of Blood" è un'operazione tutto sommato riuscita che ben può rappresentare un'introduzione per neofiti alla poetica di Barker. Nella speranza che Hulu si convinca a trasformarlo in un serial vero e proprio.

sabato 24 ottobre 2020

Il Signore del Male

Prince of Darkness

di John Carpenter.

con: Donald Pleasence, Victor Wong, Jameson Parker, Lisa Blount, Dennis Dun, Susan Blanchard, Anne Howard, Ann Yen, Peter Jason, Alice Cooper.

Horror

Usa 1987















Riconciliatosi con la critica grazie al successo di "Starman" e reduce dal flop di "Grosso Guaio a Chinatown" (che pur diverrà uno tra i suoi cult più amati), Carpenter si ritrova, nella seconda metà degli anni '80, a tornare a produzioni più ridotte. Il che non intacca minimamente la sua vena creativa che, anzi, trova un perfetto sfogo nel primo film di questa nuova fase della sua carriera, "Il Signore del Male".
Pellicola che nasce da un'amara constatazione: il cinema horror ha perso la sua originalità. Tra sequel infiniti e infinitamente uguali di serie quali "Nightmare", "Venerdì 13" e "Halloween", il genere stagna in una ripetitività micidiale. Nasce così, nell'autore, l'urgenza di creare un racconto orrorifico fuori dagli schemi, in grado di portare una boccata d'aria fresca nel genere.
L'ispirazione arriva dall'intersse verso la fisica teorica, dalle scoperte fatte nel campo dei quanti e dei tachioni, di come queste particelle subatomiche ineriscano sulla realtà. Carpenter scrive (con lo pseudonimo di Martin Quatermass, omaggio all'omonimo personaggio icona della fantascienza cinematografica e televisiva degli anni '50) una sceneggiatura che fonde scienza e sovrannaturale, dove fede e logica si ritrovano inermi dinanzi al Male supremo. E il risultato è un film sinistro e avvincente.


Le tematiche della religione e della fisica sono cucite sui due personaggi del prete (Pleasence) e del professor Birack (Wong, chiamato così in omaggio alla situazione matematica in cui due operazioni sono invertibili, rimando al concetto di materia e anti-materia alla base della mitologia del film). Due personaggi che indagano la realtà ognuno a modo loro e ognuno nel giusto. La mitologia alla base del film si rifà in modo indiretto ai racconti di Lovecraft, con entità demoniache transdimensionali pronte ad invadere la nostra realtà, ma mischia tale ispirazione con la fede Cristiana.
Esiste una realtà "sovrannaturale", esistono un Dio e un diavolo. Essi risiedono in due dimensioni opposte, la luce, ossia la materia, e l'ombra, l'antimateria. Il cilindro contenente il liquido contiene l'essenza dell'anti-cristo, del figlio del "dio del male" che, al pari della sua controparte benigna, prepara il ritorno del padre.
Intuizione semplicemente geniale: un manicheismo che trova nella fisica quantistica una forma di verosomiglianza, che rilegge il Cristianesimo delle origini in modo spaventoso, per questo irresistibile.


La chiesa di San Godard diviene così il terreno di scontro tra Bene e Male, una "terra di nessuno" erede fantastico della stazione di polizia di "Distretto 13- Le Brigate della Morte". Ma la dinamica dell'assedio viene ripensata: non sono tanto i demoni che si radunano all'esterno dell'edificio a rappresentare la minaccia (guidati da Alice Cooper, amico del produttore del film e fan di Carpenter il quale, paradossalmente, anni dopo diverrà un cristiano rinato), ma il male in esso custodito, il liquido demonico che trasforma i giovani studenti in inarrestabili accoliti assetati di sangue. Come ne "La Cosa", il vero male è, in un modo o nell'altro, insito nell'essenza dell'uomo e pronto ad uscirne per portare morte e distruzione indiscriminata.


Carpenter si affida all'atmosfera, ricreandola soprattutto grazie all'ottimo score musicale. La sua regia si fa qui più classica, basata sul montaggio delle singole inquadrature, riducendo i movimenti di macchina all'essenziale. Ne consegue un tangibile senso di claustrofobia, soprattutto nella parte di film ambientata tra le mura della chiesa.
Le scenografie sono volutamente scarne, spoglie e addobbate con simboli sacri per comunicare un senso di disagio e di urgenza, riuscendo a trasmettere la forza apocalittica della storia in modo diretto.
Il racconto viene poi strutturato come una serie di crescendo, dove il ritmo viene dettato grazie all'uso del montaggimagnificamente condotti e centellinati.
Il tocco di classe arriva poi nell'epilogo, dove con un'inquadratura semplicissima Carpenter riesce a chiudere il film con una nota spiazzante, volutamente irrisolta, in grado di lasciare davvero i brividi addosso allo spettatore.


Carpenter riesce così a creare un vero e proprio classico, perfetto nell'esecuzione e coraggioso nei contenuti, con poco, perfetto esempio di come il vero talento non necessiti di grandi budget o effetti speciali roboanti. Lezione che ripeterà, un anno dopo, con il capolavoro "Essi Vivono".

venerdì 23 ottobre 2020

Roma

di Federico Fellini.

con: Peter Gonzales Falcon, Fiona Florence, Anna Magnani, Pia De Doses, Stefano Mayore, Franco Citti, Eleonora Giorgi, Federico Fellini, Alvaro Vitali, Gore Vidal, Cassandra Peterson.

Italia, Francia 1972















Roma la magnifica, Roma la puttana, Roma matrona, Roma popolana. Roma, la Città Eterna, eternamente uguale, trasfigurata ma mai davvero sfigurata dagli anni (almeno allora). Forse solo un artista come Fellini poteva ritrarla in modo tanto vivido e veritiero, tanto fantasioso e gioioso. Non solo grazie al suo occhio immaginifico, ma soprattutto per il suo stato di "provincialotto" cresciuto nel mito di quella capitale che, una volta incontrata, lo abbaglia e conquista. "Roma" è la Roma di Fellini, una Roma più vera del vero e al contempo falsa, mistificata perché filtrata dall'immagine e dal ricordo, prima ancora che dalla macchina da presa. E, come direbbe Kubrick, la fotografia della fotografia del reale è più reale del reale.



Come ne "I Clowns", Fellini apre questo suo omaggio con la rielaborazione del ricordo d'infanzia. Il giovane Federico conosce Roma dai racconti di paese, dalle lezioni di storia e, non per ultimo, il cinema, che già nei negli anni '20 si colorava delle geometrie classiche della Roma antica. Il ricordo, come sempre, è misto all'immaginazione, alla rielaborazione del fatto in via visionaria.
Continuando, il ricordo personale si fa storia universale; è il 1939 e un giovane Fellini si trasferisce nella capitale, facendo subito conoscenza dei suoi coloriti abitanti. Il primo contatto con i "romanacci" rivive con colori sgargianti: la Roma del giovane Fellini altro non è se non un "paesone", dove la gente si riunisce in strada per mangiare assieme, dove i teatri della rivista sono infestati dai "burini" che si divertono a tediare gli artisti.
Questa è la Roma popolare, ma anche la Roma del ricordo, ricostruita in studio, con le sue architetture più famose (Colosseo compreso) che divengono iperboliche, trovando nell'immaginazione una forza ancora più dirompente del vero.



Ma Roma è anche città moderna. Il Fellini cineasta ci accompagna al sua ingresso tramite il Grande Raccordo Anulare, dove, in una sovrapposizione tra realtà e finzione, la vera Roma diviene protagonista. Una Roma caotica, dove orde di giovani occupano le strade predicando l'amore libero. Una Roma "matrona", una donna dai seni enorme che accoglie chiunque nel suo placido grembo.




La commistione tra patrizi e plebei viene portata in scena in modo curioso, affiancando i postriboli dei popolani a quelli dell'alta borghesia. Due luoghi diversi da un punto di vista scenografico, uguali per i personaggi che la popolano, in fondo due facce della stessa medaglia.
Il punto di vista si alterna, così, tra quello del giovani Fellini e quello del Fellini autore, filtrato dalla macchina da presa. La messa in scena alterna immagini reali a rielaborazioni di luoghi comuni della città; e trova un ideale punto d'incontro nella lunga sequenza della metropolitana, dove gli scavi della linea principale, con la loro modernità descritta come un mostro che fagocita il sottosuolo della capitale, finisce per sfociare nel passato, nelle reliquie della Roma imperiale, le quali vengono polverizzate dal contatto con l'aria della Roma moderna, immagine sibillina di una capitale che forse la modernità è davvero riuscita a distruggere, anche se con qualche decennio di ritardo rispetto a quando previsto dall'autore.



Per tutto il film non ci si accosta mai al Vaticano, il quale viene a stento nominato. La Roma cardinalizia rivive così solo nel sogno dell'antica nobildonna, che rivive il ricordo di una grottesca sfilata di abiti per prelati, sempre più iperbolici sino a arrivare al kitsch, perfetta rappresentazione di un'immagine spirituale che, per inseguire mode e gusti, perde ogni forma di rispettabilità.



E per chiudere questo excursus tra fatti e ricordi, Fellini si affida al volto della Magnani, qui in quella che sarà la sua ultima apparizione, perfetto per simboleggiare lo spirito di una città al contempo nobile e popolana.


Fellini riesce così a creare un ritratto perfetto, una rielaborazione personale, tra ricordi, fantasia e impressioni, che si fa perfetta immagine di una città unica, perfezionando il discorso stilistico che troverà poi perfetta maturazione nel successivo "Amarcord".



EXTRA

Esordio assoluto per la bellissima Cassandra Peterson, che qui compare come extra nei panni di una giovane hippie. 



La Peterson troverà fama a partire dagli anni '80 nei panni della mitica Elvira.