sabato 16 ottobre 2021

Dolls- Bambole

Dolls

di Stuart Gordon.

con: Ian Patrick Williams, Carolyn Purdy-Gordon, Carrie Lorainne, Guy Rolfe, Hilary Mason, Bunty Bailey, Cassie Stuart, Stephen Lee.

Horror

Usa, Italia 1987












Charles Band ha una vera e propria ossessione per i giocattoli assassini; basti pensare all'infinita serie di "Puppet Master", la cui ultima incarnazione è stata curata addirittura da Craig S.Zahler, o alla serie parallela di "Demonic Toys", con tanto di relativo cross-over, senza contare i vari "Deadly Dolls" e l'antologico "The Haunted Dollhouse".
Vero e proprio precursore del filone, che anticipa di qualche anno persino la più celebre saga di "Child's Play" di Don Mancini, è però il piccolo "Dolls", horror sui generis diretto per Band da Stuart Gordon, il quale declina in modo originale il tema delle bambole assassine per creare una simpatica e riuscita favola horror.


La storia ha dei presupposti da horror gotico: in una notte di pioggia, la famigliola Bower, composta dal dispotico capofamiglia David (Ian Patrick Williams), la sua antipatica sposa di seconde nozze Rosemary (Carolyn Purdy-Gordon) e la piccola Judy (Carrie Lorraine), si ritrova a ripararsi nel castello della strana coppia degli Hartwicke, anziani giocattolai che sembrano vivere fuori dal tempo. Al gruppo si aggiungono presto le punk Isabel e Enid (Bunty Bailey e Cassie Sturart), malfattrici che hanno circuito il simpatico e ingenuo Ralph (Stephen Lee). E la lunga notte è appena cominciata...


Dal gotico, Gordon trae una favola orrifica che non rinuncia alla violenza, ma che prende le istanze dal punto di vista del bambino, sia esso la giovanissima protagonista, che il fanciullo interiore di Ralph, vero e proprio bimbo nel corpo di adulto. Il bambino è innocenza, semplicità opposta alla rapacità egocentrica dell'adulto, incarnata da tutti gli altri personaggi, siano essi una coppia di snob dediti al solo edonismo o una di rapinatrici incallite prive di ogni buonsenso. 
I piccoli mostri assassini, celati sotto le spoglie delle bambole vittoriane, diventano così agenti di una giustizia karmica che prima distrugge i cattivi, poi li maledice accogliendoli tra le proprie file, come versioni balocchesche di quello che erano, condannati ad una non-vita da oggetto.
Il bambino, più che carnefice, è invece vittima che si ribella la suo ruolo di suddito dell'adulto: le bambole altro non sono che i pargoli degli Hartwicke, i quali vedono lo status di genitore come una responsabilità, ma anche una gioia, piuttosto che come un peso, come invece avviene per i Bower.


Gordon, come da copione, cela i suoi mostri per la maggior parte del tempo, adoperando la macchina da presa come loro punto di vista. E quando questi appaiono, il risultato, nonostante il bassissimo budget, è comunque soddisfacente, grazie alle animazioni in stop-motion curate, tra gli altri, dal compianto John Carl Buechler. E pur non puntando in alto come in altre sue opere (su tutte, il coevo "From Beyond"), riesce lo stesso a convincere con un film piccolo, ma perfettamente riuscito.

venerdì 15 ottobre 2021

I Diavoli

The Devils

di Ken Russell.

con: Oliver Reed, Vanessa Redgrave, Dudley Sutton, Max Adrian, Gemma Jones, Murray Melvin, Georgina Hale.

Inghilterra 1971
















Inutile negarlo: il nome di Ken Russell resterà per sempre legato a "I Diavoli", non solo la sua opera più riuscita, potente e importante, ma anche uno di quei film per i quali il termine "maledetto" sembra essere stato coniato appositamente.
Selezionato da Fellini, Visconti e De Sica per partecipare alla Mostra del Cinema di Venezia, allora diretta dall'ultracattolico Gian Luigi Rondi, viene proiettato nell'agosto del 1971 scatenando l'ira dei conservatori: troppo licenzioso verso la rappresentazione "dannata" dei suoi personaggi, troppo leggero e oltranzista nella descrizione degli equilibri di potere tra Stato e Chiesa, troppo progressista nell'affrontare il tema, da sempre dibattuto, del celibato dei preti cattolici. Una tripletta che finisce per bollare il film come "scandaloso" e immorale sino ai limiti del blasfemo. Il che è in parte veritiero, ma non così scandaloso quando ci si accorge non solo dell'urgenza delle tematiche che l'autore sviscera, ma anche grazie ad una rappresentazione del corpo e dell'estasi sessuale spinta, ma mai veramente compiaciuta.


Russell si ispira al romanzo "I Diavoli di Loudun" di Aldous Huxley, in particolare ad una sua trasposizione teatrale operata da John Whiting.
Francia, inizi del XVII secolo. Finite le guerre di religione contro i protestanti, schiacciati dalla repressione cattolica, nella cittadina di Loudon il patriarca cattolico Urbano Grandier (Oliver Reed) detiene l'effettivo potere politico sui sudditi, garantendo la convivenza anche con i protestanti. Vero e proprio edonista, Grandier porta avanti una vita sregolata, concedendosi a tutte le donne che desidera a prescindere dal suo status di ecclesiasta; e senza che lui lo sappia, è il sogno erotico delle suore Orsoline del posto, la cui madre superiora Jeanne (Vanessa Redgrave) smania per possederlo. Le cose precipitano quando, da un lato, il prelato decide di sposare in segreto la bella e pudica Madeleine (Gemma Jones), dall'altro Richelieu (Christopher Logue) prende la decisione di revocare i privilegi di autogoverno della cittadina, insidiando il potere lì costituitosi. All'opposizione di Grandier, la Chiesa decide così di istituire un processo per possessione demoniaca facendo leva sugli istinti frustrati delle monache del posto.


I "diavoli" del titolo sono per prima cosa i sentimenti umani, le sensazioni corporali che si fondono con le istanze spirituali. La pulsione erotica, nella sua primordiale accezione sessuale, è un tabù, condannata dalla dottrina cattolica, bollata come sintomo diabolico e per questo va sottomessa, repressa e annegata in una spiritualità totalizzante. Da qui l'incontrollabilità del desiderio puro che porta al delirio misticheggiante, alla confusione tra sacro e profano e quindi alla pura blasfemia.
Grandier accetta il richiamo dei sensi, lo fa suo nonostante il suo ruolo di chierico e l'obbligo di castità, puntualmente disatteso, poiché visto come irrazionale anche alla luce delle Scritture. Madre Jeanne, d'altro canto, non soddisfa le sue pulsioni e queste finiscono per divorarla, dapprima nelle forme della visione, ai limiti del satanico, di un Cristo fatto di carne e sangue, quelle dell'oggetto del desiderio, che si fa corpo da possedere, icona della carnalità venerata come un dio, irrefrenabile appunto perché  primordiale, del tutto connaturata alla forma umana.


I diavoli sono i potenti, la Corona e la Chiesa, divisi e al contempo accomunati in un imbelle gioco di potere, dove quello spirituale si confonde e sovrappone con quello secolare. Il potere politico, detenuto da Luigi XIII, è ritratto come debole, incarnato da un sovrano effeminato perso nel culto dell'effimero; la prima sequenza è chiarificatrice: ebbro di narcisismo, il re interpreta Venere in una rappresentazione teatrale, i cui spettatori si scambiano effusioni erotiche, mentre il tutto culmina con il bacio dell'anello del Cardinale. Il sovrano non è che un pupazzo, una testa di legno manovrata dal potere temporale, da quella Chiesa e in quegli anni in Francia (e in Italia con Mazzarino) operava come vero potere politico centrale. Un potere che deve essere assoluto, che non può tollerare limitazioni di sorta, né altri soggetti che ne comprimano la portata. Da qui la necessità di distruggere Grandier, uomo il cui carisma tiene in piedi il borgo ancora più delle fortificazioni.


I diavoli sono i demoni (inesistenti) che posseggono Madre Jeanne e le sue consorelle, portandole oltre i limiti della follia. Demoni interiori, quelle pulsioni represse che prendono la forma di raptus erotici incontrollabili, che si sfogano sugli oggetti sacri trasformandoli in feticci erotici (tra tutti, il crocefisso con cui Jeanne si incide una stimmate erotica e l'osso a forma di fallo, reliquia di Grandier, con il quale si masturba in una famosa scena tagliata) per arrivare ad un'estasi orgiastica nella quale soddisfano ogni istinto in modo immorale e blasfemo.


Lo scontro tra Chiesa e Stato è in realtà inesistente: è la Chiesa a detenere il vero potere e i nobili prendono le forme di dandy buoni a nulla, dediti solo all'edonismo. Ma il potere ecclesiastico è basato sul nulla, su di una forma di credenza che è in realtà manipolazione delle superstizioni popolari, come sottolineato dalla scena in cui, durante l'esorcismo, il prete scopre come la reliquia portata dal nobile sia in realtà finta, pur avendo avuto effetto sul rituale.
Fasullo o meno che sia, quello della religione è comunque potere assoluto, che non tollera eccezione nella sua dottrina, né opposizione ai suoi dogmi. Da qui la figura di Grandier, uomo prima che prelato, che vive la propria fede in modo libertino, quasi un cattolico di mentalità moderna trapiantato nel XVII secolo: non si lascia schiacciare dai dogmi, né vede le pulsioni come diaboliche e, anzi, le accetta senza che ciò contrasti con la propria fede, comunque solida. Una mentalità moderna che ben ricorda i cattolici del XX secolo, da cui lo status di "profeta" del personaggio, un messia iconoclasta e per certi versi blasfemo, ma pur sempre un uomo di fede, la cui ragione non è ottenebrata dai dogmi e le cui azioni non sono guidate dalla volontà di affermare sé stesso. E se all'inizio afferma di voler appagare i sensi in modo quasi distruttivo, con lo sbocciare del rapporto con la pura e fedele Madeleine riesce a mediare le proprie sensazioni con la propria spiritualità, trovando un equilibrio sano e a suo modo coerente.


Lo scontro tra autorità e tra carnalità e spirito prende le forme di un sogno delirante, di una visione infernale e febbricitante. A Russell non interessa il realismo nella messa in scena e, anzi, opta per uno stile onirico sino ai limiti dello psichedelico. Affidandosi a scenografie essenziali e alternando costumi dalla verosomiglianza ricercata ad altri smaccatamente moderni, cala gli eventi in una bolla a-temporale, un tempo fuori dal tempo che rende le immagini ipnotiche, anche grazie alla composizione geometrica e pittorica. Il racconto diviene così incontenibilmente visionario, trabordante nella sua forza espressiva, un vero e proprio capolavoro di stile.


Il grande regista crea un'opera eccessiva, visionaria e irriducibile nella sua carica distruttiva, l'apice del suo cinema per espressività e stile. E quanto al suo lascito, basti sottolineare come le immagini di suore indemoniate da lui create hanno dato vita ad un filone di pellicole di serie B, la famosa "Nunsploitation", mentre ancora oggi, persino dopo la morte dell'autore, la versione integrale del film non è ancora mai stata pubblicata. Il che è un peccato immane.

lunedì 11 ottobre 2021

L'Importante è Amare

L'important c'est d'aimer

di Andrzej Zulawski.

con; Romy Schneider, Fabio Testi, Klaus Kinski, Jacques Dutronc, Claude Dauphin, Gabrielle Doulcet, Nicoletta Machiavelli, Katia Tchenko.

Drammatico

Francia, Italia, Germania 1975













L'ottima accoglienza riservata a "La Terza Parte della Notte" e "Diabel" portò il nome di Andrzej Zulawski alla ribalta nella prima metà degli anni '70. Il passo successivo sarebbe stato quello di una produzione internazionale che ne solidificasse la fama a livello mondiale, o quantomeno europeo. Occasione che gli si presenta grazie all'adattamento del romanzo "La Nuit Americaine" di Christopher Frank, che il grande regista porta sul grande schermo con "L'Importante è Amare"; graziata dalla partecipazione di un cast internazionale in ottima forma, questa splendida trasposizione prende le forme di un melodramma dalle tinte forti e talvolta fosche, una riflessione amara sulla prigione della morale e dell'incontrollabilità dei sentimenti.


Servais Mont (Fabio Testi) è un fotografo che vive grazie agli scandali e al ricatto, spesso al giogo dello strozzino Mazelli (Claude Douphin). Per puro caso si ritrova sul set di un film a luci rossi interpretato da Nadine Chevalier (Romy Schneider), ex diva caduta in disgrazia e ridottasi a vendere il suo corpo su schermo. Tra i due scatta l'attrazione al primo sguardo, ma questa loro storia sarà maledetta e tormentata.


Sono due i livelli sui quali il racconto opera: un primo adagiato su di un racconto melodrammatico incandescente, il secondo su di una riflessione sulla forza salvifica dell'arte.
Nel ritrarre la storia d'amore tra Servais e Nadine, Zulawski dimostra un gusto eccellente per le regole del dramma: carica di tensione ogni loro incontro, si adagia sulle bellissime note di Georges Delerue, reminiscenti di quelle de "Il Disprezzo", e crea un racconto forte e compatto.


Nadine e Servais non possono stare insieme e la loro storia è in realtà già accaduta: è già stato Jacques, il marito di lei, a salvarla una prima volta dal baratro, garantendole una vita agra ma lontana dalla temuta strada. Nadine le è inoltre fedele e non vuole rompere quel sodalizio per lui tanto importante solo per riprovare daccapo un'esperienza già vissuta.
Ma anche Servais è prigioniero del passato, di una relazione già spezzata, quella tra Luciene e Raymond, un tempo sposati, separatisi a causa di Servais, che ha letteralmente rubato e abbandonato la donna. Ora Raymond è il suo migliore amico, ma vive una vita a pezzi, perso in elucubrazioni intellettualistiche in un appartamento bardato di libri che sembra quasi un mausoleo nel quale si aggira il suo fantasma.


Su di un piano tangente, Zulawski tesse una storia di salvezza per il tramite dell'arte, unica forza, assieme e più dell'amore, in grado di redimere l'essere umano. Tutti i personaggi cercano di riscattarsi tramite essa: Servais è disgustato dall'uso delle sue foto, sottintendendo la volontà di creare qualcosa di valore, piuttosto che immagini pornografiche a fini ricattatori. Raymond vive sepolto tra i libri, come se questi fossero l'unico appiglio alla vita rimastigli. Jacques ha come unica ricchezza una collezione di foto d'epoca, mentre Nadine, dopo la caduta, prova a risalire la china, con l'aiuto di Servais, partecipando ad uno strambo adattamento del "Riccardo III" in abiti dell'era Sengoku giapponese.


Ma anche l'arte non è un ancora sicura: il flop a teatro è cocente e tutti i personaggi tornano a sguazzare nella loro miseria. Emblematico, in proposito, il Karl-Heinz Zimmer del sempre immenso Klaus Kinski, quasi doppio dell'interprete, sempre pronto a tornare in pista con arroganza, adoperando la violenza in modo spiccio per sfogare le proprie frustrazioni. Ed è proprio lui a portare Nadine sul baratro dell'oblio, comprandola per una notte e sbattendone in faccia il risultato al sensibile Servais.


Dramma e riflessione divengono tutt'uno, complementandosi in un gioco di maschere tragicomiche, con Jacques che diviene un buffone per amore, mentre  Servais si rivela carnefice e vittima degli eventi. Per rendere il tutto più claustrofobico, tutto l'azione viene confinata in interni talvolta asfissianti, dove i personaggi si muovono come su di un percorso prestabilito, in preda alle proprie pulsioni sentimentali. E lo stile della regia segue con la canonica camera a mano i personaggi, adagiandosi però più spesso del solito su di una costruzione salda della scena, con pochi e misurati movimenti. 
Zulawski vince così la sfida di creare un dramma fiammeggiante e coinvolgente, che potrebbe primeggiare tra i migliori melodrammi europei di sempre.

mercoledì 6 ottobre 2021

Castle Freak

di Stuart Gordon.

con: Jeffrey Combs, Barbara Crampton, Jessica Dollarhide, Jonathan Fuller, Luca Zingaretti, Massimo Sarchielli, Elisabeth Kaza, Raffaella Offidani.

Horror/Gotico

Usa, Italia 1995













Stuart Gordon è stato uno di quei cineasti in grado di sorprendere ad ogni nuovo film. Certo, resterà per sempre nella memoria dei fans come l'autore horror che, di concerto con l'amico e collega Brian Yuzna, ha dato vita ad un immaginario orrorifico scatenato, fatto di splatter estremo e umorismo selvaggio, quasi un Sam Raimi meno sofisticato ma altrettanto efficace. Eppure, nella sua filmografia,  ha saputo variegare le scelte artistiche, spaziando dai B-Movie per adulti alle commedie per ragazzi (sua la sceneggiatura di "Tesoro mi si sono ristretti i ragazzi", prodotta da Yuzna per la Disney, o anche lo scoppiettante "Il Meraviglioso Abito color Gelato alla Panna"). Ma è senza dubbio per il tramite dei suoi exploit horror che vale la pena ricordarlo, per come, non per altro, abbia saputo riprendere l'immaginario di autori classici come Edgar Allan Poe E H.P. Lovecraft e aggiornalo alle influenze pop degli anni '80, dapprima, per poi creare degli adattamenti che ne riprendessero l'essenza e riuscissero a trasporla con perfezione su schermo.
Da questo punto di vista, è efficace iniziare il discorso partendo da uno dei suoi più sottovalutati, il bel "Castle Freak".


"Castle Freak" arriva all'indomani della collaborazione allo script di "Ultracorpi- L'Invasione Continua" (poi diretto da Abel Ferrara) e rappresenta l'ultima collaborazione tra Gordon e Charles Band.
Patron della Full Moon Pictures, Band è stato il timoniere delle produzioni di Gordon sin dall'esordio con "Re-Animator" nel 1985. E la fama della Full Moon parla da sé: specializzata in pellicole di genere rigorosamente straight-to-video, operava con budget risicati, girando spesso in Italia, patria dei genitori e nonni di Band, dalle ataviche origini rumene ma naturalizzate italiane, non tanto per chissà quali scelte artistiche, quanto per risparmiare sui costi di produzione, approfittando anche delle proprietà di famiglia site sul territorio.
"Castle Freak" è in un certo senso il canto del cigno della Full Moon: oltre ad essere stato diretto dalla punta di diamante del suo roaster di registi, arriva anche in un anno in cui le vendite delle VHS toccano l'apice, alla vigilia dell'avvento del DVD, del cinema digitale e della fine dell'era dei B-Movie da videoteca. E come ultimo grande exploit, riesce davvero a lasciare il segno.



Gordon, anche autore del soggetto, si ispira a "The Outsider", racconto breve di Lovecraft del 1921, che qui riarrangia anzicché trasporre in modo diretto. Al centro della vicenda, c'è la famiglia Reilly, la quale eredita un maniero nel Lazio, abitato da un sinistro "freak" che comincerà subito a mietere vittime.



Il racconto originale poggiava su di una premessa azzeccata ed un ottimo colpo di scena. Il protagonista, uomo senza nome né passato, si ritrova rinchiuso in un antico maniero, nel quale ritrova un tesoro fatto di libri e opere d'arte che gli garantiscono una formazione intellettuale impeccabile. La sua è però pur sempre una prigionia, dalla quale riesce a fuggire dopo numerosi tentativi. Ritrovatosi all'interno di un circolo culturale, scopre, con suo sommo disgusto, una verità agghiacciante: il suo aspetto è orripilante e, nonostante la sua mente erudita, viene considerato dal resto del mondo come un mostro.
Gordon riprende la premessa di un "diverso" che di punto in bianco si ritrova a confrontarsi con i normali. Giorgio è la perfetta incarnazione del "mostro-vittima", una creatura il cui aspetto è stato deturpato da decenni di abusi fisici da parte della folle madre, che ha perso praticamente l'uso della parola ed è persino stato evirato. Una creatura non più umana, ma solo nell'aspetto: nel suo profondo, è ancora un bambino spaventato, ora preda delle sue stesse pulsioni.


Il punto di vista viene però ribaltato: non più protagonista, il freak diviene l'elemento di disturbo, nella più classica tradizione gotica, la quale viene ripresa anche per la premessa, con la storia di una famiglia che si ritrova catapultata in un mondo altro, lontano dal comfort e all'interno di una vera e propria casa stregata. 
La caratterizzazione dei personaggi rigetta però stereotipi e archetipi. La famiglia Reilly è infatti a pezzi, afflitta dalla morte del figlio più giovane, che ha perso la vita in un incidente causato dal padre ubriaco, il quale ha anche lasciato cieca la figlia superstite. Se la madre Susan seppellisce nel profondo il suo dolore, il padre John è stritolato dai sensi di colpa, i quali lo porteranno a tornare sulla strada dell'autodistruzione; e un plauso va fatto a Barbara Crampton e Jeffrey Combs, che nel dare vita a due personaggi distrutti dagli eventi creano delle performance vitali e sentite, forse le migliori della loro carriera.
La battaglia per la sopravvivenza diviene così forza riunificatrice che porta i conflitti ad arrestarsi. Il racconto orrorifico si fonde così in modo efficace con il dramma famigliare; e di fatto, tutta la vicenda nasce dalla distruzione del nucleo famigliare, con mogli e figli abbandonati ad un destino di pazzia, una storia che potrebbe ripetersi, ma che la realizzazione del dramma da parte dei protagonisti porta alla catarsi, come si accenna anche nell'ultimissima immagine.


Sul piano stilistico, Gordon abbandona la sua classica estetica bizzarra e roboante in favore di una messa in scena naturalistica, con la fotografia di Mario Vulpiani (già collaboratore storico di Marco Ferreri e Monicelli) che opta per colori spenti, privi di quella valenza lisergica del passato, cassata in favore di un look polveroso e sgranato, che meglio sottolinea l'atmosfera gotica e l'apporccio serio alle tematiche. Lo stile di Gordon si adagia invece su lunghi take, in contrapposizione al suo solito uso del montaggio, opzione dovuta alle concise tempistiche di produzione, che però dona un ulteriore tocco di personalità al tutto.


Gordon dirige così con mano ferma una riuscita variazione del classico filone gotico. Un film piccolo, ma perfettamente riuscito, riprova del talento eclettico del suo autore.

sabato 2 ottobre 2021

No Time to Die

di Cary Joji Fukanaga.

con: Daniel Craig, Léa Seydoux, Rami Malek, Lashana Lynch, Jeffrey Wright,Ana De Armas, Ben Whishaw, Naomie Harris, Ralph Fienness, Christoph Waltz, Rory Kinnear, Billy Magnussen, David Dencik, Dani Benssalah.

Azione

Inghilterra, Usa 2021














---CONTIENE SPOILER---

Che sia davvero la fine di un'era? Dopo 59 di (quasi sempre) onorato servizio, 007 si ritira dalle scene? Non per nulla, se è vero che è "no time to die" sin dal titolo, le splendide note di Louis Armstrong ci ricordano come "we have all the time in the world", quindi forse è davvero ora per James Bond di morire.
Anche perché, forse, non c'è posto per lui, tombeur des femmes elegante, amante dei cocktail fortemente alcolici, delle auto veloci e con uno spiccato senso della violenza in un mondo dove tutto deve essere politicamente corretto, l'eroe maschile non deve essere troppo mascolino mentre la donna non deve essere femminile. Tant'è che lo stesso Cary Fuakanaga ha ammesso come il Bond originario, quello di Sean Connery, oggi sarebbe percepito come un maniaco sessuale. Ma se è davvero ora di farla finita, che lo si faccia per bene e "No Time to Die", bene o male, mantiene tutte le promesse.


Dopo gli eventi di "Spectre", Bond (Craig) si gode una suite materana con la bellissima Madeleine (Léa Seydoux), ma in cuor suo ha ancora il fardello della morte di Vesper Lynd. Un nuovo attentato da parte della Spectre lo convince del fatto che la bella francese sia in realtà una spia e decide quindi di abbandonarla.
Cinque anni dopo, ritroviamo la superspia in Giamaica, oramai in pensione dal MI6. Ma l'incontro con l'amico e collega Felix Leiter (Jeffrey Wright) lo forza a rimettersi in pista, sulle tracce di un'arma biologica sviluppata dal governo inglese e caduta nelle mani dell'organizzazione criminale arcinemica. Il che è giusto il prologo di un'intricata serie di eventi che lo porteranno a confrontarsi con il suo credo ed il suo lascito.


Il Bond dell'era Craig è sempre stato costruito su una dicotomia interessante e azzeccata. Da un lato c'è il suo aspetto, quel volto freddo dai lineamenti forti, più simile ad un villain che ad un eroe, innestato su di un fisico da macho hollywoodiano piuttosto che su quello, più sensuale, solitamente attribuito a 007. Dall'altro c'è la sua caratterizzazione, quella di un agente acerbo (inizialmente), fallibile e soprattutto sensibile, che si innamora perdutamente della prima Bond Girl (la seconda, se si conta la scappatella con Caterina Murino) e che ora è perseguitato dal suo fantasma, da una storia che sembra ripetersi. Perchè Bond è già stato innamorato, in un altro tempo e in un altro luogo, prima ancora che con Vesper, con la bellissima Tracy della compianta Diana Rigg in "Al Servizio Segreto di Sua Maestà", l'exploit boindiano più sottovalutato e che solo negli ultimi anni sta ricevendo le attenzioni e gli elogi che merita.


Il Bond di Lazenby non aveva certamente il fascino magnetico di quello di Connery, quindi anche nello script si faceva leva sul suo lato più umano, presentando per la prima volta uno 007 in grado di fallire e, soprattutto, malinconico. C'era una malinconia costante in quel bellissimo esperimento d'antan, che Fukanaga e gli sceneggiatori decidono di riprendere e applicare al Bond di Craig. Bond è ora un eroe scottato dall'amore, in lutto sia per Vesper che per Madeline, in cui rapporto è stato troncato proprio prima di diventare come quello visto nell'ultimo atto di "Casino Royale". Da qui deriva un Bond anche più emotivo, che cerca di strozzare il fratellastro Blofeld alla sua confessione e che è chiamato più volte a confrontarsi con i propri limiti.
Se da un lato l'eroe è ora quanto mai umano (pur sempre nei limiti di quanto sia possibile renderlo tale in una storia comunque action), le Bond Girl sono ora sue figure speculari. Se la Madeline della Seydoux è la sua umanità perduta, è anche il personaggio più piatto. Decisamaente più interessante la Paloma della bellissima Ana De Armas, superspia acerba, insicura ma del tutto in grado di risolvere la situazione e ammantata in un humor naif irresistibile. La 007 di Lashana Lynch è quasi la mascolinità perduta di Bond (e il fatto che sia interpretata da un donna con un fisico da maschio la dice lunga sui nostri tempi), un'eroina d'azione pronta a sostituire il "vecchio modello" colpevole di essersi abbandonato alla sua umanità.


Anche il Lutsifer Safin di Rami Malek non è che una visione distorta dell'eore, un uomo avvelenatosi a causa della vendetta e dell'amore, una figura sfuggente, evanscente, che compare poco su schermo e lo fa in modo laconico, quasi a nascondere quella sua forza e perspicacia che lo porterà, alla fine, a sconfiggere il buono.
Fukanaga, dal canto suo, è perfettamente a suo agio nelle sequenze di dialogo, nella direzione degli attori e nell'uso, al solito magistrale, della luce, ma si rivela un po' insicuro nella direzione dell'azione, che risulta funzionale, ben coreografata ma mai davvero emozionante o spettacolare, facendo perdere in parte mordente al racconto.


"No Time to Die" ben potrebbe,quindi, rappresentare la fine di 007... o quantomeno di questo 007. Il milione di euro raccolto in due giorni solo in Italia preannuncia incassi spettacolari e la dicitura "James Bond will return" appare come da copione nei titoli di coda. Forse questa è la fine solo di questo 007, un Bond che ha avuto un inizio, una maturazione e, adesso, una fine e che lascerà il posto ad una nuova incarnazione. Perchè, forse, anche in un mondo votato al politicamente corretto e alla demascolinizzazione, c'è sempre posto per un eroe iconico come lui.

domenica 19 settembre 2021

Dune

di Denis Villeneuve.

con: Timothée Chalamet, Rebecca Ferguson, Oscar Isaac, Stellan Skarsgaard, Jason Momoa, Zendaya, Charlotte Rampling, Dave Bautista, Javier Bardem, Josh Brolin, David Dastmalchian, Sharon Duncan-Brewster, Stephen McKinley-Henderson, Chen Chang, Babs Olusanmokun.

Fantascienza

Usa, Canada 2021












Un progetto come "Dune" porta con sè, inevitabilmente, un'ineludibile carica di aspettative. Laddove in passato una trasposizione degna del capolavoro di Frank Herbert era ai limiti dell'impensabile, oggi, con la moderna CGI e l'approccio episodico alla narrazione filmica, il compito risulta se non più facile, quantomeno meno dispendioso e azzardato. E Denis Villeneuve, che già all'indomani dell'uscita di "Blade Runner 2049" aveva esternato la sua volontà di dirigere un nuovo adattamento dell'opera di Herbert, è sicuramente uno dei pochi (se non l'unico) regista hollywoodiano in grado di rendere giustizia alla magnificenza dell'universo di Arrakis. Come sempre, urge chiedersi, alla fine della visione: operazione riuscita?


La trama segue la prima metà del primo romanzo: l'anno è il 10.191 e la Spezia Melange è la sostanza più importante nell'universo. Grazie ad essa è possibile espandere la coscienza e la conoscenza, accedere ad un controllo totale del corpo e della mente, come fatto dalla sorellanza Bene-Gesserit, dai computer viventi Mentat e dai membri della Gilda Spaziale, organizzazione che detiene il monopolio assoluto sui viaggi intergalattici.
Con un decreto imperiale, il controllo di Arrakis ("Dune" come chiamato dagli indigeni), unico pianeta sul quale la Spezia attecchisce, viene tolto alla casata degli spietati Harkonnen e affidato alla rivale casa Atreides, nel chiaro intento di scatenare un conflitto tra le due.
Paul Atreides (Chalamét), figlio del Duca Leto (Isaac) e della strega Bene-Gesserit Jessica (Rebecca Ferguson), sua concubina, è ossessionato dalle visioni di Arrakis, in particolare di una ragazza, Chani (Zendaya), che ne profetizza il futuro come campione dei Fremen, l'orgoglioso popolo natio del pianeta. Quello che neanche lui conosce è la sua natura di Kwisatz-Haderach, profeta creato ad hoc dal Bene-Gesserit per controllare le genti. Il suo destino lo attende, così, sul pianeta deserto.


L'opera di adattamento del romanzo è al contempo più fedele e più libera rispetto a quanto fatto da Lynch nel cult del 1984. Le ragioni dello sterminio della casa Atreides, come nel romanzo, non riguardano lo status di divinità umanoide di Paul, ma i "semplici" intrighi di potere all'interno dell'Imero e delle casate del Landsraad. Paul non è un superuomo dotato di poteri divini, piuttosto un umano mutato dalla spezia oltre i limiti concessi alle Bene-Gesserit e loro burattino nel controllo dei popoli. La divisione in due parti della storia permette di trasporre per intero la fuga di Jessica e Paul da Arrakeen ed il loro incontro con Stilgar, ma al contempo molto materiale presente nella prima parte del romanzo viene lasciato fuori. Non c'è traccia di Feyd Rautha e del suo ruolo di "anti-Paul", né dell'Imperatore, presenza fantasma per tutto il film. Allo stesso modo, alcune sequenze sono modificate, come l'introduzione di Paul e Jessica e il primo dialogo tra Paul e suo padre Leto, con la storia del padre di Leto ucciso da un toro mal adattata, pur usando l'emblema dell'animale come presagio di morte.
La traspozione del racconto comunque funziona ottimamente e anche chi non conosce il romanzo non avrà problemi a districarsi nell'intricato universo herbertiano. Soprattutto e fortunatamente la sceneggiatura riesce ad evitare le trappole di cinema woke odierno, lasciando i personaggi principali intatti rispetto alla controparte cartacea, con due eccezioni più o meno vistose: il dottor Kynes è ora una donna di colore, non si sa per quale motivo specifico se non quello di aumentare le "quote rosa" nel cast, e non c'è alcun accenno alla pedofilia del Barone Harkonnen, forse per evitare polemiche sulla rappresentazione dell'omosessualità come devianza, benché nel romanzo fosse caratterizzata più come pederastia violenta che semplice omosessualità.



L'approccio di Villeneuve al romanzo di Herbert è più personale persino rispetto a quello di Lynch; "Dune" diventa nelle sue mani la storia di un ragazzo chiamato dal destino a prendere le redini di un popolo, ma il quale è cosciente non solo dei suoi limiti, quanto e soprattutto della artificialità del suo status di liberatore, mero specchietto per le allodole in un gioco di potere di portata galattica. Da questo punto di vista, Timothée Chalamat risulta una scelta perfetta per il ruolo, che con il suo fisico emaciato e il volto angelico dona un''aura di vulnerabilità e insicurezza tangibile al personaggio.
L'inizio del viaggio di Paul è quindi scoperta della propria forza interiore, accettazione del proprio ruolo di leader anche nell'ottica della semplice vendetta. Come nel romanzo, il suo non è un semplice "cammino dell'eroe", né il ruolo quello del "salvatore bianco", quanto qualcosa di più gretto e sinistro, che si dispiegherà nell'eventuale secondo film e che qui già prende prefetta forma.



Come creatore di immagini, Villeneuve mantiene le promesse di spettacolarità ed epicità visiva e riesce a confezionare un kolossal a dir poco imponente; alternando il minimalismo estetico già sfoggiato in "Blade Runner 2049" e "Arrival" all'opulenza della scala dei corpi delle scenografie e delle location, crea visioni future quasi opprimenti nella loro vastità. E al di là dei costumi variegati e del design industrial delle navi, a fare da gioiello è, come lecito aspettarsi, la rappresentazione del verme delle sabbie, celato per la maggior parte della durata e rivelato in tutta la sua gloria solo nell'ultimo atto, immagine di un'imponenza impellente sino ai limiti dell'imlpacabile.
Magistrale è anche la caratterizzazione dei singoli popoli e pianeti, vero punto forte dell'opera di Herbert e, in passato, del film di Lynch. Vengono introdotti linguaggi alieni, talvolta disturbanti versi gutturali che caratterizzano la ferocia degli Harkonnen e dei Sardaukar, così come l'alfabeto muto delle Bene-Gesserit trova spazio per la prima volta su grande schermo. Gli Harkonnen diventano dei feroci barbari, talvolta melliflui nei loro lineamenti secchi, ma sempre brutali nelle parole e nelle azioni, bardati in abiti neri e resi calvi. I Sardaukar divengono dei vichinghi in tuta spaziale, la cui violenza e contrapposta alla leggiadria con cui planano sulle vittime. Le streghe Bene-Gesserit, non più calve, sfoggiano abiti ricercati e veli che le rendono sinistre e misteriose, mentre la Gilda Spaziale, che purtroppo appare in un'unica scena, è racchiusa in armature e mantelli eleganti che ne  nascondono totalmente le fisionomie.


La mano dell'autore, purtroppo, vacilla in un montaggio delle singole inquadrature talvolta troppo veloce e maldestro, colpa, probabilmente, del fatto che il lavoro di edizione si sia svolto via remoto causa Covid. Il montaggio generale della storia è invece spedito, senza tempi morti nonostante la durata di due ore e mezza, anche se è evidente che qualcosa è stato sacrificato all'altare del ritmo: non c'è risoluzione ai destini dei personaggi di Gurney Halleck e Tufir Hawatt, i quali semplicemente scompaiono dopo la battaglia di Arrakeen.



Nonostante la fedeltà al romanzo, Villeneuve riesce lo stesso a dare un tocco di originalità anche al racconto. Le riflessioni politico-religiose, benché presenti, non divorano la narrazione e sembrano più che altro un'anticipazione di quanto sarà raccontato nell'eventuale secondo film.
L'atmosfera generale viene scissa nei momenti di veglia e in quelli di visione, più pregnanti, per ovvi motivi, nel terzo atto. Laddove Lynch immaginava il mondo di Herbert come un sogno che sconfinava in visione, Villeneuve si limita a creare una dicotomia sogno-veglia solo in parte più convenzionale, che comunque garantisce la giusta carica di visionarietà e onirismo al racconto, il quale perde di mordente, in parte, solo a causa della scelta di escludere la voce-pensiero dei personaggi, la quale riusciva davvero a donare loro, sia nel romanzo che nel film precedente, una profondità maggiore.


Nonostante qualche evidente sbavatura, il "Dune" di Villeneuve riesce lo stesso ad incantare e coinvolgere, con l'unico limite, intrinseco e pienamente riconosciuto dall'autore, di configurarsi come una mera introduzione, un antipasto a quello che sarà il cuore nel racconto, che verrà racchiuso in un sequel che al momento, purtroppo, rischia di non vedere mai la luce.

venerdì 10 settembre 2021

Il Collezionista di Carte

The Card Counter.

di Paul Schrader.

con: Oscar Isaac, Tiffany Haddish, Tye Sheridan, Willem Dafoe, Alexander Barbara, Ekaterina Baker, Bobby C.King.

Usa, Regno Unito, Cina 2021

















Incagliato nei (letterali) casini con la produzione di "Dark", a Paul Schrader serviva davvero un progetto che fosse un punto e a capo, magari un ritorno alle tematiche classiche del suo cinema declinate in tono minore, quasi una prova generale per lavori più impegnativi. "Il Collezionista di Carte" è in effetti tutto questo, un noir sulla carta "classico" con la quale il grande autore torna alle atmosfere oniriche e alle storie di personaggi a pezzi proprie della sua poetica. E con un cast solido e alcune ottime intuizioni visive, Schrader firma una pellicola certamente non memorabile, ma estremamente convincente.


William (Oscar Isaac) è il classico personaggio schraderiano, un uomo la cui vita da esperto di interrogatori dell'esercito lo ha portato al limite. Ritrova una forma di equilibrio in prigione, dove diviene un asso delle carte, ma anche fuori non riesce a scrollarsi di dosso lo stile di vita da recluso. La sua è un'esistenza solitaria, priva di rapporti umani, dove tutto viene meticolosamente misurato e annotato su di un diario. Al di fuori del tavolo verde, castra ogni possibile emozione sul nascere (le lenzuola utilizzate per togliere colore dalle stanze), mentre al gioco elabora minuziosamente ogni singolo movimento per ottenere un vantaggio. E come in tutti i noir che si rispettano, il passato torna a morderlo, nelle forme di Cirk (Tye Sheridan), figlio di un suo ex commilitone morto suicida.


Cirk diventa così il veicolo della tentazione (quella della vendetta), ma anche l'occasione per il riscatto: dare un futuro al ragazzo per ritrovare uno scopo nella vita. Le carte si mischiano e Schrader, anche sceneggiatore, conduce il racconto in modo asciutto, misurando ogni passo dei personaggi, lavorando spesso di sottrazione sino all'asettico, tranne che nei flashback, volutamente roboanti, dove fa un uso del fish-eye a dir poco spettacolare.


Il noir resta così a metà tra tradizione e innovazione, con la forza salvifica dell'amore, come in tutto il cinema schraderiano, come via di fuga dalla non-vita che come veicolo di redenzione ed una conduzione generale che evita i luoghi comuni del genere. Da questo punto di vista, l'autore non fa nulla di davvero nuovo, ma il tutto funziona e coinvolge anche grazie alle prove del cast, con un Oscar Isaac misuratissimo e credibile e una bellissima Tiffany Haddish, rendendo questa piccola prova preziosa e riuscita.

martedì 7 settembre 2021

R.I.P. Michael Kenneth Williams

 

1966 - 2021


Inutile negarlo, ma Michael Kenneth Williams sarà ricordato più come una star del piccolo schermo; il che non significa che, nel corso della sua carriera, non abbia dato vita a personaggi memorabili, come l'Omar dell'imprescindibile "The Wire" e il Chalky White di "Boardwalk Empire". Al cinema ha avuto più che altro ruoli da caratterista in, tra gli altri, "12 Anni Schiavo", "RoboCop" e "Vizio di Forma", ma il suo volto marcato resterà un ricordo indelebile per chiunque ne abbia saputo apprezzare il talento.

lunedì 6 settembre 2021

R.I.P. Jean-Paul Belomondo


1933 - 2021

Inutile negarlo, lo ricorderemo sempre con quell'aria da piacione un po' sfacciato. Perché Jean-Paul Belmondo ha incarnato lo spirito ribelle e anticonformista di un'era, con una serie di personaggi memorabili, tragici e ridicoli al contempo, segnando indelebilmente l'età d'oro del cinema europeo.





"La Ciociara" (1960)







"Lo Spione" (1962)







"Borsalino" (1970)