venerdì 23 settembre 2016

R.I.P. Gianluigi Rondi



1921-2016


Sarebbe facile, oggi, rivalutare in positivo la figura di Giuanliugi Rondi, utilizzare quell'ipocrisia tipica di tanta razza italiana per affermare come sia stato il critico più eminente che abbia mai calcato il suolo italico, nonchè l'uomo di cinema più importante della storia del paese. Facile, ma non giusto, perchè quella di Rondi è stata una figura a dir poco controversa, importante si, ma la cui attività di critico in particolare ha spesso regalato perle di malcostume giornalistico da antologia. 
Meglio sarebbe, di conseguenza, capire quali siano stati davvero i suoi effettivi meriti, astrarsi da considerazioni personali, lodi sperticate ed inutili o insulti gratuiti, per darne una visione se non completa, quantomeno chiarificatrice.

Rondi era comunista e cattolico, membro della resistenza e militante della Democrazia Cristiana. Comincia la sua carriera di critico nel 1947, ancora ventenne, facendo parlare di sè per essere la più giovane firma che il mondo della critica giornalistica abbia avuto; e come tradizione italiana vuole, ricoprirà tale carica, per Il Tempo, fino alla sua morte. Sulla sua attività giornalistica si potrebbe dire tanto, ma meglio è riprendere in mano i suoi vecchi e nuovi scritti per rendersi conto del suo peculiare acume e la sua incapacità di comprendere forme estetico-narrative lontane dalla tradizione. Due però sono gli episodi che meglio testimoniano questo frangente: l'iniziale inimicizia con Pasolini, che lo tacciava di ipocrisia, poi paradossalmente mutatosi in stretta amicizia; e l'allontanamento coatto dal "Cineamtografo", la scalcinata trasmissione di Marzullo, dove la corte di "critici" che si avvicendava nella demolizione del blockbuster americano di turno spesso mal sopportava gli interventi di Rondi; e tenendo conto che della stessa facevano parte figure quali Bertarelli e Anselma Dell'Olio, non si può che parteggiare spudoratamente per lui.

Decisamente più importante è stata la sua carriera "politica"; fu lui l'uomo che mediava tra la classe dirigente e il mondo del cinema, il ponte, il "potente dei potenti" che tutto sapeva e tutto poteva. Ed è qui che ha dato il meglio di sé, è riuscito davvero a fare qualcosa per la Settima Arte in Italia, rigenerando quel Festival di Venezia che a partire dagli anni '80 si impose come uno degli avvenimenti cinematografici più importanti al mondo, secondo solo al Festival di Cannes. Sempre sua l'intuizione di dare spazio alla cinematografia asiatica, in particolar modo cinese, permettendo all'occidente di scoprire maestri del calibro di Ang Lee, Wong-Kar Wai e Zhang Yimou.
Non che la sua conduzione non abbia avuto ombre, sia chiaro: basti pensare alla spettacolare figuraccia che raccolse nel 1986 con l'esclusione del capolavoro "Velluto Blu", tacciato di essere immorale per il solo fatto di mostrare il corpo nudo della Rossellini. Ma a conti fatti, è stata un'ipocrisia scusabile.

Se c'è stato invece un frangente nel quale l'operato di Rondi è stato davvero encomiabile, senza se e sena ma, questo riguarda la conduzione televisiva degli approfondimenti ai film. Erano gli anni '80, la tv commerciale berlusconiana spadroneggiava a suon di cosce e spettacolini imbarazzanti. La Rai replicava con canzonette e quizzetti idioti, ma in questa battaglia combattuta a colpi di vuoto pneumatico spaccaneuroni, Rondi decise di presiedere la trasmissione di interi cicli dedicati alle opere, tra gli altri, di Bergman, Renoir e Antonioni, introducendo ogni film con un apposito approfondimento critico, arrivando anche a creare interviste ad hoc. Da antologia è stato il suo incontro con Antonioni, dove i due discutevano in modo profetico dell'utilizzo delle nuove tecnologie per l'evoluzione del mezzo filmico, visione ancora oggi a dir poco interessante.

Quest'ultima è forse la parte migliore del suo operato, la più encomiabile: l'essere riuscito a creare una trasmissione prettamente culturale e mai banale o superficiale in un momento nel quale il mezzo televisivo era già decaduto, riuscendo a dargli dignità.

E forse è un bene ricordarlo proprio così.

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