lunedì 17 giugno 2019

I Morti non Muoiono

The Dead Don't Die

di Jim Jarmusch.

con: Bill Murray, Adam Driver, Tom Waits, Chloe Sevigny, Tilda Swinton, Steve Buscemi, Danny Glover, Caleb Landry Jones, RZA, Sara Driver, Selena Gomez, Rosie Perez, Carol Kane, Iggy Pop.

Usa, Svezia 2019













Il cinema di Jarmusch è, in un modo o nell'altro, perennemente sospeso in quella zona di confine tra omaggio sentito e parodia, tra passione viva e pulsante verso il "genere" e distruzione totale dei suoi elementi caratterizzanti; laddove "Dead Man" era un western onirico che distruggeva a suon di splatter l'epica classica e leoniana,  "Ghost Dog" un omaggio sentito al polar di Melville infarcito di un sottilissimo umorismo acido, "I Morti non Muoiono" compie un percorso a loro simile, eppure diverso, omaggiando i propri numi tutelari e virando, al contempo e clamorosamente, verso i territori dello sberleffo più puro, per abbracciare e sbeffeggiare il filone zombi.




Si parte dal setting più classico possibile, la piccola cittadina di Centerville, dove vive letteralmente un pugno di personaggi, rappresentazione talmente perfetta di quel mid-west americano di romeriana memoria da divenirne esplicita iperbole, con un corredo di personaggi sin troppo aderenti ai rispettivi archetipi: dallo sceriffo Cliff Robertson (Bill Murray, che nella tradizione dell'autore porta il nome di un corrispettivo famoso, in questo caso il compianto caratterista omonimo), paterno eppure scazzato, al barbone filosofo Bob (Tom Waits), passando per lo zotico di fiera ispirazione trumpiana Frank Miller (Steve Buscemi), il nerd Bobby (Caleb Landry Jones), la nuova impresaria delle pompe funebri e patita di filosofia zen Zelda (Tilda Swinton) fino agli hipster di passaggio capitanati dalla peperina Zoe (Selena Gomez).
Centerville è, nel modo più puro e semplice, l'archetipo di ogni ambientazione di ogni horror possibile, corredato dai personaggi più ricorrenti. Non per nulla, Jarmusch mette subito in chiaro quali sono i suoi numi tutelari, ossia Romero, ma anche John Carpenter, richiamati esplicitamente non solo nella costruzione dello script, quanto e sopratutto dall'oggettistica esposta nell'antro del nerd, vero e proprio coacervo di tutto il cinema dell'orrore possibile dal "Nosferatu" di Murnau sino ai classici del neo-horror americano degli anni '70 e '80.



Anche nella costruzione degli eventi, Jarmusch riprende il modello "classico", con un primo atto che introduce i personaggi, un secondo in cui l'orrore comincia a strisciare a poco a poco tra le case ed un terzo in cui l'incubo esplode. Le tempistiche vengono dilatate, ogni tensione viene volutamente disinnescata dal ritmo lento e dall'umorismo sarcastico e feroce, mai così vicino a quello dei fratelli Coen per asciuttezza ed efficacia. Il ribaltamento del canone è così servito, ma è solo il primo passo dell'opera de-costruttiva.
Tutti i personaggi sono, bene o male, parodie, caricature di sé stessi che si muovono all'interno del feroce gioco al massacro intessuto dall'autore. A partire dagli sceriffi, uomini d'azione che, a differenza di quanto accadeva ne "La Notte dei Morti Viventi", non riescono a tenere a bada l'invasione, anzi non sanno davvero cosa fare nonostante vivano in universo in cui la fiction sugli zombi esiste ed è di comune conoscenza. Il nerd di turno, l'outsider che sarebbe stato l'eroe in qualsiasi trama negli anni '80 e '90, non riesce a combinare nulla, nemmeno a fare colpo sull'interesse amoroso di turno, tantomento a salvarsi la vita, pur combattendo fianco a fianco con il personaggio di Danny Glover, afroamericano reminiscenza dell'eroe del capolavoro di Romero.



Lo stesso non-morto è al contempo doppio sbiadito di ciò che era nei tempi passati e sua perfetta rappresentazione: nuovamente redivivo che ripete meccanicamente tutte le azioni fatte in vita, chiuso in cerchio infinito di consumismo che non porta a nessuna forma di soddisfazione (come in "Dawn of the Dead"); eppure la metafora anti-capitalistica (così come quella ecologista data dalla causa scatenante il risveglio) resta sempre sullo sfondo, secondaria a quello che è davvero il cuore del film.
Poiché Jarmusch non vuole tanto ripetere la lezione di Romero, né semplicemente omaggiarla o scompaginarla, quanto crearne una versione iperbolica, totalmente fuori controllo, dove nulla segue quegli schemi preimpostati da anni di imitazioni e omaggi. Non per nulla, già nei primissimi minuti fa abbattere la quarta parete al personaggio di Adam Driver, il quale, nell'ultimo quarto, finisce addirittura per confessare di aver già letto la sceneggiatura e sapere che tutto finirà come da tradizione, ossia male per i protagonisti. E anche in questo finale "telefonato" non c'è davvero nulla di scontato: non la dipartita dei tutori dell'ordine, purgata da ogni valenza eroica, non l'esplicitazione della metafora, semplicemente spiattellata allo spettatore dal narratore onnisciente, non la certezza della salvezza di quei personaggi (l'eremita di Waits, i tre ragazzini chiusi in riformatorio) che, vivendo al di fuori del sistema sociale, sarebbero anch'essi perfetti eroi da film di genere.



Quello di "I Morti non Muoiono" è così un lavoro non dissimile da quello fatto anche in "The Limits of Control", ossia una riflessione sull'arte del tutto autocosciente e metareferenziale, che ora tocca quel cinema che, ancora oggi, ci si ostina a credere di serie B, guarnendo il tutto con un umorismo distruttivo atto a sovvertirne ogni elemento caratterizzante; oltre a distruggere persino quelli che sono gli elementi caratterizzanti dello stesso cinema di Jarmusch e persino di sé stesso, come dimostra il personaggio di Tilda Swinton, dapprima riproposizione del samurai di "Ghost Dog", poi vero e proprio colpo di scena vivente.


Una riflessione che riesce ad essere al contempo divertita e divertente, adagiandosi su di un lavoro degli attori semplicemente irresistibile e su di uno humor sempre riuscito, persino quando si fa cartoonesco, nonché una carica dissacrante che farebbe invidia a molte altre commedie ben più blasonate presso il grande pubblico ("Zombieland" in primis), impostandosi se non come il film più interessante del suo autore, quanto meno come uno dei suoi più riusciti.



domenica 16 giugno 2019

R.I.P. Franco Zeffirelli


1923 - 2019

Benché il suo cinema non abbia mai raggiunto le vette di molti suoi illustri colleghi, la dipartita di Zeffirelli è notizia assai triste. Con lui se ne va un altro pezzo di quella stagione irripetibile per la filmografia nazionale. A ricordarlo, i suoi film meglio riusciti, tra i quali vanno annoverati almeno "Romeo & Giulietta", trasposizione del dramma attentissimo all'ambientazione storica, l'immortale "Gesù di Nazareth", rievocazione dell'intera vita del Cristo, nonché l' "Otello" con Plàcido Domingo.

mercoledì 12 giugno 2019

I Fratelli Sisters

Les Fréres Sisters

di Jacques Audiard.

con: John C. Reilly, Joaquin Phoenix, Jake Gyllenhall, Riz Ahmed, Rebecca Root, Rutger Hauer, Carol Kane.

Western

Francia, Usa Spagna, Belgio, Romania 2018













Confrontarsi con un "genere" blasonato e usurato come il western può essere compito arduo, data forte la difficoltà di unire le istanze sue proprie con quelle personali del singolo autore al fine di avere un prodotto originale prima ancora che riuscito. Ma Jacques Audiard non è un regista qualsiasi e alla sua prima esperienza americana mette da parte il polar e il noir per gettarsi a capofitto nel filone fondativo del genere americano classico, solo per sovvertirlo totalmente, al punto di creare qualcosa di sinceramente spiazzante ma anche altamente riuscito.


I pezzi fondamentali del western sono tutti presenti: i paesaggi immensi caratterizzati da una natura ancora selvaggia, la corsa all'oro, i bandidos (o presunti tali) dietro cui corrono i bounty killer, finanche i grossi imprenditori (il "commodoro") malintenzionati; eppure questi pezzi del puzzle, una volta combinati, danno un risultato diverso, lontano anni luce da quanto ci si aspetterebbe.
Audiard mette le cose in chiaro sin dalla prima scena, con una sparatoria che avviene letteralmente al buio. Non vediamo le azioni dei due protagonisti, le quali vengono così spogliate di ogni valenza (epica o antieroica che sia) per farsi puro gesto, quasi routine. Ma quando la vera missione ha inizio che le cose cominciano davvero a farsi bizzarre e strane.
Il rapporto fraterno tra Eli (John C.Reilly) e Charlie (Joaquin Phoenix), benché burrascoso, non è mai davvero conflittuale; tanto calmo il primo quanto autodistruttivo il secondo, i due non finiscono mai davvero nei guai a causa dei loro tratti caratteriali.



Amicizia virile che si ritrova anche nel rapporto tra John Morris (Jake Gillenhall), terzo cacciatore di taglie, e la "preda" Hermann Kermit Warm (Riz Ahmed), i quali scopriranno una reciproca complicità data dal disgusto per l'avidità imperante.
Il conflitto non viene neanche ingenerato dallo scontro tra un sistema di valori di stampo familiare con l'ideologia del profitto data dalla corsa all'oro, il quale diviene mero punto di trama. Tantomeno, Audiard si lascia trasportare dalla nostalgia per il codice d'onore cavalleresco dei pistoleri contrapposto alla miserevole logica capitalistica alla base del progresso, come invece la tradizione di Peckinpah insegna; il progresso è anzi un mero dato di fatto, come sottolineato dal soggiorno a San Francisco dei due protagonisti. Manca, infine, quel senso di elegia verso il tramonto dell'età d'oro del Selvaggio West alla "C'Era una Volta il West".



Audiard disinnesca così ogni possibile declinazione crepuscolare verso il western finendo per chiedersi se l'epica, il "mito del West", di fatto sia mai esistito, avvicinandosi così a quanto fatto, in modo ancora più radicale, da Robert Altman ne "I Compari". Ogni gesto eroico viene infatti negato: le sparatorie sono puro caos, dove il montaggio spezzato rende praticamente impossibile seguire l'azione. Il confronto finale con il cattivo viene negato, mentre il midpoint, con un incredibile colpo di scena che ribalta la storia, avviene quasi per caso, annullando quel determinismo del tutto umano che solitamente è alla base dell'azione nel western classico.




In questa operazione decostruttiva (se non distruttiva) non è però mai presente quel compiacimento postmoderno che molti cineasti si prenderebbero la briga di avere. Così come fatto con il noir e il gangster movie, Audiard dimostra una vera e propria reverenza verso la materia trattata e i suoi personaggi, rendendo così anche la semplice visione superficiale godibile, in un'opera ambiziosa e di ottima caratura.



giovedì 6 giugno 2019

Noi

Us

di Jordan Peele.

con: Lupita Nyong'o, Winston Duke, Elisabeth Moss, Shahadi Wright Joseph, Evan Alex, Tim Heidecker, Yaha Abdul-Mateen II, Anna Diop.

Thriller/Horror

Usa, Giappone 2019














---CONTIENE SPOILER---


Il successo a sorpresa di "Scappa- Get Out" è stato del tutto meritato e ha permesso a Jordan Peele di imporsi come un filmmaker a dir poco rimarchevole, le cui ambizioni di commentatore sociale sono ben supportate da un talento per la narrazione di genere che, oggi come oggi, si vede ben di rado nel cinema mainstream. E questo nonostante quelle strambe dichiarazioni fatte poco prima dell'uscita del suo secondo lavoro, l'atteso "Us": è davvero razzista affermare di non volere un attore bianco come protagonista dei propri film? Forse no, non c'è vera discriminazione, quanto la presa di coscienza di poter fare qualcosa di inedito, ossia un film prodotto da una major con un grosso budget totalmente interpretato da afroamericani.
Più che le dichiarazioni di Peele per loro stesse, è inquietante il contesto nel quale sono state espresse, ossia l'America dell'era di Trump, dove tra conservatori ottusi, social justice warrior piagnucoloni e femminaziste che hanno distrutto la reputazione del movimento femminista, sembra davvero che il trend sia dato da chi spara la provocazione più grossa; da qui l'incapacità di scindere affermazioni davvero offensive da quelle effettivamente inclusive (vedasi in proposito la figuraccia fatta da Brie Larson qualche mese fa).
Al di là delle polemiche, Peele riesce a regalare, in questa sua seconda prova, un thriller interessante, dove la metafora, benché meno incisiva rispetto al suo esordio, è lo stesso affascinante.



"Us" come "noi", ossia la società americana, quella medio-borghesia nera oramai lontana dalla segregazione, che si è costruita una comfort-zone fatta di case in riva al lago e barche comprate a poco prezzo; arrivata in cima ad una vetta eppure incredibilmente invidiosa di quell'uomo bianco che svetta ancora su di lui, per questo sempre pronta a criticarlo a denti stretti. Una borghesia che sembra essersi dimenticata di tutto, prima fra ogni cosa le proprie origini: il concetto del passato rimosso è l'incipit e la fine del film; all'inizio è il 1986, anno di pieno furore per la Reaganomics, con la lunga catena umana che attraversa il continente da New York a Santa Monica come opera benefica a favore dei meno abbienti. Ovverosia, una pura dimostrazione senz'anima, dove l'unità sociale è solo uno specchietto per le allodole, un'immagine priva di anima.
Così come speculari privi di anima sono le misteriose creature che fuoriescono dal sottosuolo, da quei tunnel e canali dimenticati da secoli (tra i quali, forse, rientra anche la fantomatica ferrovia sotterranea che consentiva agli schiavi di fuggire dal sud verso il Canada); "Us" quindi anche come "United States", ossia un paese che è l'ombra senz'anima di ciò che dovrebbe essere, un ultracorpo nato non nello spazio profondo, ma in quei meandri della nazione dove risiedono seppelliti i valori ormai dimenticati.



I doppi sono nulla più che gli stessi protagonisti (da qui anche quel colpo di scena finale intuibile e neanche spiazzante). Se il padre di famiglia è un omaccione che sbraita, la figlia è un'atleta un pò viziata e il figlioletto è patito di magia che vive chiuso nella propria passione, la madre di famiglia e punto di vista di tutta la vicenda altro non è se non un riflesso continuo, un personaggio privo di qualsivoglia tratto caratteristico che non sia la reazione all'ambiente che la circonda; da qui la sua duplice valenza di unica persona in grado di distaccarsi da quella società omologatrice e dimentica di sé, nonché di "carta bianca", di essere privo di una identità che non sia rispecchiata nel suo ruolo di madre di famiglia.




Il doppio diviene così versione deformata e deformate del sé, o quantomeno di quella percezione del sé che i personaggi hanno o credono di avere. Una società nella società dove tutto è un'iperbole, ogni azione un'imitazione di quella reale, ripetuta senza senso, come pura azione speculare, in un rito privo di raziocinio e passione, quindi privo di senso.
Questi "zombi ancora in vita" cercano di impadronirsi del mondo in un meccanismo narrativo non troppo dissimile da quello visto ne "La Notte dei Morti Viventi"; ma se nel classico di Romero il diverso era l'incarnazione della paura strisciante, per Peele il diverso è simile all'ultracorpo, appunto, del classico di Don Siegel, ossia una copia carbone dell'essere umano, privo però di anima, per questo creatura mostruosa e grottesca, riflesso ghignante di un paese che ha dimenticato i propri valori, le proprie radici e la cui identità è data unicamente dalla ripetizione di gesti; persino l'atto di ribellione culmina nella riproposizione di quella catena umana che già nella sua forma originale era puro atto di omologazione privo di effettiva volontà di ripercussione nell'ambito sociale.




Se la metafora è forte e ben supportata da un simbolismo basilare ma estremamente efficace, meno convincente è la costruzione della mitologia dei doppi, troppo vaga e scontata, sino a mettere a dura prova la sospensione dell'incredulità.
Peccato tutto sommato scusabile a fronte di un'esecuzione quasi impeccabile, nella quale Peele riesce a infondere una sensazione di terrore strisciante sin dalla prima scena, usando come mezzo terrorifico la sola inquadratura, prova della sua ottima preparazione di cineasta di genere.



sabato 1 giugno 2019

Godzilla II - King of the Monsters

Godzilla - King of the Monsters

di Michael Dougherty.

con: Vera Farmiga, Kyle Chandler, Millie Bobby Brown, Ken Watanabe, Ziyi Zhang, Sally Hawkins, Charles Dance, Bradley Whitford.

Catastrofico/Fantastico

Usa, Giappone 2019













Quando nel 2014 il "Godzilla" di Gareth Edwards invase i cinema di tutto il mondo, gli spettatori si ritrovarono davanti ad uno spettacolo a dir poco deludente: il secondo tentativo di americanizzare l'icona pop nipponica per antonomasia era, a conti fatti, un film pretenzioso, che metteva totalmente sullo sfondo il godzillosauro del titolo per appiattirsi su tutti gli stereotipi del cinema catastrofico made in Usa, con personaggi monodimensionali, situazioni improbabili ed un grado di spettacolarità che non riusciva davvero mai a stupire, proprio come avveniva, in un certo senso, con il "Godzilla" di Roland Emmerich due decenni prima. Ma il successo di quella seconda versione made in Usa del lucertolone di Ishiro Honda fu immane, anche presso la critica, tanto che la Toho decise di riappropriarsi del personaggio con il più riuscito e interessante "Shin Godzilla" del 2016.
Un'incarnazione, quella americana, in grado di raccogliere oltre cinquecento milioni di dollari in tutto il mondo; il franchise su di un "Godzilla" a stelle e strisce vide così la luce, ma il primo passo per questa nuova serie è stato in realtà quel "Kong: Skull Island", sequel indiretto del "King Kong" di Peter Jackson che avrebbe fatto da viatico per il prossimo "Godzilla vs. Kong" atteso per il 2020; e prima del quale si pone questo "King of the Monsters", sequel diretto dell'exploit di Edwards che riunisce il Re dei Mostri con i suoi colleghi kaiju più noti, ossia Mothra, Rodan e sopratutto la sua nemesi naturale, il drago a tre teste King Ghidorah.
Messo in cabina il Michael Dougherty già autore dei simpatici "Krampus" e "Trick r' Treat", "Godzilla II" si caratterizza come un kolossal a dir poco spettacolare, in grado di tenere incollato alla poltrona anche lo spettatore più smaliziato... purché si accettino le premesse a dir poco bislacche della storia.




Messo da parte lo stile para-documentristico con cui Edwards guardava i suoi kaiju, Dougherty riprende la forma del dramma familiare a lui cara, usandola come punto di partenza per dare il via al combattimento tra titani; dopo gli eventi del primo film, la dottoressa Emma Russell (Vera Farmiga), che nell'attacco dei Muto ha perso un figlio, crea un marchingegno in grado di comunicare con i mostri, essenziale poiché nel mondo ne vengono ritrovati circa 17 in stato di sonno criogenico. Tuttavia, un gruppo di eco-terroristi guidati da Jonah Alan (Charles Dance) rapisce lei e sua figlia Madison (la divetta Millie Bobby Brown, al suo primo ruolo su grande schermo); toccherà all'ex marito e scienziato Mark (Kyle Chandler), assieme al dottor Serizawa (Ken Watanabe), mettersi alla loro ricerca, mentre questi sembrano voler risvegliare tutti i mostri.



Una storia che è puro pretesto, che porta in scena un conflitto ridicolo, quello tra i terroristi che vorrebbero far estinguere la razza umana per poter salvare il pianeta (?!?!?) ed un gruppo di scienziati decisamente più saggio, che opta per una coesistenza tra uomini e mostri, dove questi ultimi, come nei film precedenti, sono i guardiani dell'ecosistema. Conflitto usato come mero espediente per portare in scena personaggi e kaiju decisamente più simpatici; laddove gli umani sono quel gruppo familiare scoppiato che, nell'affrontare la tragedia, si ricompatta (riportando alla mente il ben più riuscito "The Host" di Bong Joon-Ho, ma anche il "Krampus" dello stesso Dougherty), i kaiju sono creature terrestri che si scontrano con un invasore, Ghidorah, le cui origini aliene vengono riprese dai vecchi film e perfettamente implementate in un universo dove tutti i titani sono antichi miti risvegliatisi.
Proprio la mitologia alla base di questo "Monsterverse" è l'aspetto più riuscito della storia, divenendo parte essenziale del racconto e base per la risoluzione; anche quando Dougherty decide di calcare la mano, inserendo dei simbolismi cristologici francamente risibili.


Quello che conta, alla fine, è lo spettacolo. Se il "Godzilla" di Edwards moriva per difetto, centellinando le apparizioni dei mostri in una sorta di coito interrotto perenne, "King of the Monsters" arriva quasi alla sovraesposizione, lasciando spesso e volentieri la scena ai mostroni, con risultati efficaci: si è davvero rapiti dalle immagini dei combattimenti apocalittici, dalla distruzione, gratuita ma incontrovertibilmente divertente, di città e veicoli, nonché dalla varietà delle creature, tutte classici della Toho con oltre quarant'anni di carriera sulle spalle, ma che mai come ora bucano lo schermo. E Dougherty riesce anche a caratterizzare esteticamente le singole scene di lotta appaiando ad ogni creatura un cromatismo particolare, in un tripudio visivo quasi pari a quello del "Pacific Rim" di Del Toro.


Tutto sommato, vale la pena fare un giro su questo nuovo ottovolante del Re dei Mostri: spettacolo e divertimento sono garantiti e anche quando la sospensione dell'incredulità crolla, non si scade mai nell'idiota; il rispetto verso il pubblico c'è sempre e, al di là di luci e colori, è forse proprio questo uno dei maggiori pregi di "King of the Monsters".



venerdì 31 maggio 2019

Il Traditore

di Marco Bellocchio.

con: Pierfrancesco Favino, Maria Fernanda Candido, Luigi Lo Cascio, Fabrizio Ferracane, Jacopo Garfagnoli, Fausto Russo Alesi, Alessio Praticò, Gabriele Arena, Marco Gambino.

Italia, Francia, Germania, Brasile 2019














Se in Italia vi è un autore in grado di demolire ogni singola istituzione dello Stato, questi è sicuramente Marco Bellocchio, che in più di cinquant'anni di onorata carriera ha messo alla berlina tutti i pilastri dell'Italia, sia esso l'esercito con "Marcia Trionfale", la famiglia con l'imprescindibile "I Pugni in Tasca", la Chiesa con "Nel Nome del Padre", finendo per fare le pulci all'intera classe dirigente con "Buongiorno, Notte" e riesumando i fantasmi del fascismo con "Vincere". E con "Il Traditore", Bellocchio non solo rievoca i fatti della Mattanza, ma si insinua all'interno di Cosa Nostra, ossia lo Stato nello Stato, svelandone i meccanismi mediante il personaggio di Tommaso Buscetta.



"Il Boss dei Due Mondi", così era definito a causa del suo ruolo di coordinamento tra la Sicilia e il Sud America; ma Buscetta era anche il ponte tra la magistratura e la mafia, colui che per primo collaborò per portare alla luce l'operato dei Siciliani, durante il periodo più nero della Seconda Guerra di Mafia. Bellocchio lo ritrae per il tramite di un camaleontico Pierfrancesco Favino e lo caratterizza come un uomo ossessionato dalla morte, sia la propria che quella di chi gli è accanto; perseguitato dai fantasmi dei propri figli, tra le prime vittime del conflitto con i Corleonesi, così come dalle visioni di una sua prematura dipartita, Buscetta è un traditore nel senso più puro del termine, avendo egli per primo voltato le spalle all'istituzione mafiosa; ma, al contempo, traditori sono coloro i quali hanno trasformato quell'istituzione in una fabbrica di morte; non c'è però idealizzazione della Cosa Nostra ante-Riina, solo la presa di coscienza di come sia stato possibile (e vantaggioso) per il primo pentito di Mafia passare dalla parte dello stato.



Bellocchio costruisce tutto il film come la confessione di Buscetta, prima verso l'amico Giovanni Falcone, poi verso il pubblico, nella ricostruzione certosina delle deposizioni durante i maxi-processi. Il ritratto che segue è impietoso, quello di un gruppo di uomini più simili a bestie che ad esseri umani, una sorta di sub-umanità che si esprime a gesti, adoperando talvolta un lingua aliena, persa nella contemplazione del proprio bene e dei propri interessi, dove non esistono veri legami affettivi, solo la comune militanza.



Un ritratto vivido che trova una messa in scena secca; la regia abbandona quasi del tutto le derive oniriche e suggestive tanto care all'autore per divenire cinica, quasi glaciale, lasciando la spettacolarità e la ricercatezza confinati ad una paio di momenti e di trovate (il contatore dei morti, la strage di Capaci), ma riuscendo sempre ad essere incisiva; e che trova un limite solo in qualche anacronismo e nella scelta di un paio di attori poco somiglianti alle controparti reali.


lunedì 27 maggio 2019

Ted Bundy- Fascino Criminale

Extremely Wicked, Shockingly Evil and Vile

di Joe Berlinger.

con: Zac Efron, Lily Collins, Kaya Scodelario, Angela Sarafyan, Haley Joel Osment, James Hetfield, Dylan Baker, Terry Kinney, Jim Parsons, John Malkovich.

Biografico/Giudiziario

Usa 2019












Quello di Ted Bundy è stato un caso più unico che raro; se gli Stati Uniti d'America sono la prima nazione al mondo per il numero di assassini seriali (seguiti a ruota, guarda caso, dall'Itala), Bundy è in un certo senso il re di questi, un killer talmente mitizzato da divenire un caso mediatico già durante il processo che lo portò alla condanna, seguito voracemente da milioni di telespettatori e con vere e proprie fan adoranti ad attenderlo in aula; merito non solo della sua avvenenza, ma anche del suo innato narcisismo, che lo portava a flirtare con i media come una vera e propria rockstar pavoneggiante.
A 30 anni dalla sua esecuzione, Joe Berlinger, già autore della serie "Paradise Lost", ne rievoca la figura, dapprima nella docu-serie "Conversazioni con un killer: il caso Bundy" per Netflix, poi con un film per il Grande Schermo, "Extremely Wicked, Shockingly Evil and Vile"; se la prima è una cronaca attenta delle gesta di Bundy, impreziosita dagli estratti delle conversazioni che aveva con giornalisti e i primi profiler, il secondo ne descrive la figura da un'angolazione apparentemente inedita, quella di Elizabeth Kendall, compagna per anni di Bundy, del quale adatta l'autobiografia "The Phantom Prince: My Life with Ted Bundy".




Ed è proprio la visione ambigua di Bundy da parte della Keller a rappresentare il profilo più interessante della pellicola; si introduce nella vita della donna come un affascinante gentiluomo, garbato con la di lei figlia, amorevole e attento ai bisogni della partner; ne consegue come, dopo le prime accuse, la sua freddezza appaia vagamente disturbante; il quadro che ne fuoriesce riesce ad essere quanto mai veritiero: Bundy è bello e sicuro di sé, sbruffone sin nel midollo e totalmente convinto della possibilità che la sua innocenza possa essere creduta; Zac Efron, in proposito, si rivela scelta a dir poco eccellente: non solo ha il volto e il fisico giusto, ma la sua performance è talmente solida da bucare lo schermo. Non sono però da meno né John Malkovich, nei panni del giudice Cowart, chiamato alla non facile impresa di tenere a bada le manie di grandezza del killer, nè Jim Parsons in quelli del procuratore Simpson, misuratissimo e attento a non scadere nel manierismo.




La componente psicologica di Bundy viene così accantonata per dare risalto alla sua persona e agli effetti che questa ha generato sul contesto in cui si trovava ad agire; persino la vita della Kendall è in secondo piano: a Berlinger non interessano tanto i personaggi, quanto le loro azioni e reazioni. Ne consegue il limite vero del film, ossia la mancanza di un punto di vista davvero inedito sull'uomo e sul caso: azioni e reazioni erano tranquillamente evincibili dalla docu-serie; questa drammatizzazione trova così una ragion d'essere nella messa in scena, grazie agli sforzi del cast e alla regia veloce.