sabato 14 luglio 2018

Django

di Sergio Corbucci.

con: Franco Nero, Josè Bòdalo, Loredana Nusciak, Angel Alvarez, Eduardo Fajango, Gino Pernice, Simòn Arriaga.

Spaghetti Western

Italia, Spagna 1966


















Sergio Leone ha creato lo spaghetti western con tutti i suoi crismi; eppure non è stato lui a perfezionarlo, a virarlo verso quella violenza esplicita che ne lo ha reso celebre. Merito invece di Sergio Corbucci ed il suo "Django", che stilizza ulteriormente personaggi e trovate di sceneggiatura aumentando a dismisura il tasso di sadismo. Formula che prende le mosse da Leone, dal cui stile tornano anche l'occhio per il montaggio, le zommate e la predilezione di una composizione pittorica dell'inquadratura, ma che viene esasperata sino a diventare altro, un nuovo DNA del genere che lo renderà ancora più celebre.
Il successo di "Django" fu all'epoca enorme ed il suo lascito incalcolabile; basti pensare che, oltre al celebre "Django Unchained" di Tarantino o al "Sukiyaki Western Django" di Takashi Miike, già immediatamente dopo la sua uscita nelle sale fioccarono i titoli apocrifi, che si impadronivano del celebre nome del protagonista per vendere al meglio prodotti che con lo stesso non avevano nulla a che fare; non per nulla, il quello di Franco Nero è tutt'oggi uno dei volti più celebri del western all'italiana, scalzato dal podio solo a quelli leoniani di Clint Eastwood e Lee Van Cleef.
Ma al di là dell'importanza storica e del suo lascito, quanto c'è di davvero riuscito nel film di Corbucci? Non proprio tutto.




Al di là del modo in cui Corbucci ridisegna lo spaghetti western e lo devia verso l'estremo, c'è davvero poco in "Django" che valga la pena di essere ricordato. A cominciare dalla trama, derivata in modo imbarazzante da quella di "Per un Pugno di Dollari": al confine con il Messico, il pistolero di nero vestito si trova in mezzo ad una lotta di potere tra un ex generale sudista razzista ed un rivoluzionario messicano, ovverosia due fazioni in lotta che verranno annichilite dalla sua azione, proprio come avveniva nel film di Leone.
Lo stesso Django è ricalcato sullo stereotipo del pistolero senza nome: laconico fino quasi al silenzio, veloce di mano, violento per vocazione, con uno sguardo glaciale e pronto a tutto pur di perseguire i suoi obiettivi. La differenza con il personaggio di Clint Eastwood risiede in fondo solo nella caratterizzazione estetica e nel fatto che Django ha una vendetta da compiere, nulla più.
La sceneggiatura non è neanche scevra da buchi e nonsense: dalla scelta di far tradire il colonnello Hugo solo per far procedere la storia verso il terzo atto ad un finale sin troppo veloce e ludico, passando per la scelta di caratterizzare Jackson come una sorta di generale del ku klux klan anti-messicano... che affida i propri risparmi proprio ai tanto odiati messicani.




La regia di Corbucci, neanche a dirlo, non ha la raffinatezza di quella di Leone; a momenti ispirati, con inquadrature ricercatissime, si affianca una costruzione della scena talvolta sciatta, data da un montaggio un pò casuale o da movimenti di macchina frettolosi, con campi lunghi inutili.
A rendere "Django" memorabile resta così solo l'estetica; a partire da quella del protagonista, pistolero-becchino che trascina una bara contenente una mitragliatrice e della dinamite, ammantato in un cappotto ed un cappello nero ed agghindato con pantaloni dell'esercito yankee, il suo è un look che farà scuola, tanto da essere ripreso persino da John Carpenter per il suo Snake Plissken.




Ancora più riuscito è il lavoro sugli ambienti, quanto mai sporchi e decadenti. La città senza nome in cui il pistolero compie la sua vendetta è immersa nel fango perenne, sembra una città fantasma, abitata da poche anime perdute. Un luogo dove la violenza raggiunge vette inusitate, con litri di sangue versato, orecchie mozzate e mani fracassate in segno di punizione.
Una violenza della quale la prima vittima è una donna, la bella mezzosangue innamoratasi del pistolero, che ha si un ruolo ancillare nella vicenda, ma che rappresenta uno dei pochi esempi di personaggio femminile di rilievo in un genere altrimenti totalmente maschile.





"Django" va di conseguenza apprezzato più per il suo lascito che per il suo effettivo valore; resta uno spaghetti western divertente, ma poco riuscito, interessante ma a tratti sciatto. Corbucci, dal canto suo, riuscirà a fare molto meglio con il bellissimo "Il Grande Silenzio".


venerdì 13 luglio 2018

Unsane

di Steven Soderbergh.

con: Claire Foy, Amy Irving, Joshua Leonard, Juno Temple, Sarah Stiles, Zach Cherry, Matt Damon.

Thriller

Usa 2018
















La sperimentazione sfrenata non sempre porta a buoni risultati, anche per un cineasta eclettico come Steven Soderbergh; basti ricordare, in proposito, quell'immenso strafalcione che fu l'esperimento di "Intrigo a Berlino", dove la voglia di ricreare un cinema d'altri tempi con i mezzi di una volta non era accompagnato da uno script all'altezza. Lo stesso si potrebbe dire per "Unsane", che propone soluzioni tecniche ardite a fronte di una storia piuttosto banale, non tanto nella premessa quanto nello sviluppo.
Eppure, questa volta la mano di Soderbergh è ferma e ispirata, riuscendo così a filmare un thriller canonico ma lo stesso interessante.



L'avvio della vicenda è quanto mai intrigante: la giovane Sawyer (Claire Foy) chiede un consulto ad uno psichiatra a causa di un recente episodio di stalking; il che porterà inavvertitamente ad un suo ricovero forzato in una struttura psichiatrica dove nulla è ciò che sembra.
La paura, quanto mai attuale nella società americana, di un TSO abusivo ed intrusivo si materializza in pieno, lasciando però, almeno nelle battute iniziali, lo spazio per una squisita ambiguità: non è dato sapere se ciò che accade sia reale o il frutto di una mente plagiata da manie di persecuzione. Alla comparsa repentina dello stalker possono essere attribuite ragioni del tutto paranoiche, lasciando lo spettatore letteralmente in balia degli eventi.
Il punto di riferimento è lo splendido "Il Corridoio della Paura" di Fuller, che ritorna anche nelle forme della sottotrama che vede un giornalista internarsi volontariamente per studiare i metodi di custodia dell'ospedale. Ma manca quell'attenzione per i personaggi secondari, così come uno stile visionario a dare corpo alla follia.



Soderbergh predilige infatti una messa in scena oggettiva, con solo qualche concessione espressionista nelle scene di furore della protagonista; movimenti chirurgici (tra cui l'uso di una steady "kubrickiana") ed una insistita profondità di campo danno vita allo straniamento di Sawyer in modo diretto, ma mai virato verso l'espressionismo, restando sempre ancorati ad una percezione ai limiti dell'oggettivo della realtà.
Laddove la messa in scena è attenta, altrettanto non si può dire per lo script, che abbandona quasi subito l'ambiguità di fondo per virare verso territori più convenzionali e rassicuranti, rendendo il tutto prevedibile.



Più interessante è invece il discorso che Soderbergh sembra voler fare sul mezzo filmico; o, meglio, sulla ripresa digitale; lui, uno dei pionieri dell'uso del digitale già ai tempi di "Bubble" (2002), ora osa ancora di più ed usa per l'intero film un iPhone al posto della macchina da presa; le limitazioni sono subito avvertibili: la fotografia risente di cromatismi piatti anche quando ricercati (il blu del finale), mentre per creare le immagini profonde è stato comunque necessario adoperare obiettivi professionali.



Limiti a parte, Soderbergh ripensa la messa in scena filmica in un mondo che oramai vive attraverso il cellulare: sia esso strumento di comunicazione che mezzo per incontrare nuova gente o, finanche, unico appiglio di salvezza, lo smartphone è divenuto un vero e proprio filtro che l'essere umano usa per comunicare con il reale. Ne consegue che una messa in scena obiettiva non può prescindere da questo filtro, sorta di occhio cronenberghiano che si frappone tra il reale e lo spettatore; la realtà oggettiva diviene così quella ripresa dall'occhio del cellulare, anche quando è la paranoia ad inquinare la percezione della stessa da parte di chi la vive.



Più interessante che riuscito, "Unsane" resta thriller fin troppo convenzionale, che però riesce a dare un'adeguata lettura all'epoca del digitale e della realtà aumentata, della fine del cinema come lo conosciamo come rappresentazione calzante del reale e della nascita di un nuovo mezzo espressivo, certamente meno raffinato ma perfettamente calzante ai tempi che corrono.


domenica 8 luglio 2018

R.I.P. Carlo Vanzina







1951-2018

Si può davvero ricordare con affetto un personaggio come Carlo Vanzina? Colui che è stato il volto della morte della commedia all'italiana, pur figlio d'arte di Steno, che ha intossicato il nostro cinema con le commediacce un tanto al chilo?
No, sarebbe ipocrita cercare di trovare un che di valore in una carriera che anche nei picchi di maggior qualità ("Sotto il vestito niente", "I Fichissimi", "Febbre da Cavallo- La Mandrakata", "Il Pranzo della Domenica") ha sempre lambito la mediocrità.
Senza contare l'effetto deleterio che il suo lavoro ha causato: assieme al fratello Enrico, a Neri Parenti ed Enrico Oldoini è stato lui l'artefice della distruzione di un genere blasonato e che tanto aveva dato al cinema in generale.
E, come se già questo non fosse abbastanza, bisogna ricordare anche la sua ipocrisia nel paragonarsi a Spielberg o nel rimpiangere i tempi andati in film come "Il Cielo in una Stanza", dove rimpiangeva la spensieratezza degli anni '60 contro il cinismo degli anni '90, e "Torno indietro e cambio vita", dove invece rimpiangeva la bellezza degli anni '90 contrapposta al cinismo del 2015.
Bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare e non aver paura nel dire, anche di fronte alla sua scomparsa, che Vanzina è stato una sciagura per il nostro cinema, dal quale, oramai, è impossibile che si riprenda.

sabato 7 luglio 2018

Revenge

di Coralie Fargeat.

con: Matilda Lutz, Kevin Janssenss, Vincent Colombe, Guillaume Bouchède.

Francia 2017



















A margine della presentazione al Festival di Torino di "Revenge", l'esordiente Coralie Fargeat ha dichiarato: "[...] Si trattava davvero di simbolizzare la mutazione di un certo modo di rappresentare la donna al cinema, troppo sovente vista come semplice comprimario o come oggetto sessuale da svestire o sminuire. Inizialmente il film gioca con questo tipo di rappresentazione, spingendola però all'estremo fino a sfociare nella sua controparte brutale. A quel punto la protagonista diventa la vera figura forte del film, una supereroina donna e il motore dell’azione".
Che cos'è dunque questo suo esordio se non il più classico dei rape & revenge, con una donna bella che a causa della violenza subita si trasforma in una macchina di morte?
Esempi del genere, sarebbe anche inutile dirlo, c'è ne sono a bizzeffe: la Thana di "Ms. 45", la Madeline di "Thriller" o la Jennifer di "I Spit on your Grave", solo per citarne alcuni. Come rendere dunque interessante un film derivativo nei contenuti?
"Revenge" prova a buttarla sullo stile, psichedelico e sfrontato, riuscendo però solo in parte a spuntarla.



La stilizzazione massima è l'imperativo sin dalla prima inquadratura, un campo lunghissimo dai colori sgargianti che sfocia in un riflesso su di un paio di occhiali da sole ed una musica synth, come se si fosse in un film di Nicolas Winding Refn o Harmony Korine.
La protagonista Jen, interpretata dalla bellissima Matilda Lutz, appare in scena come una la caricatura di una Barbie, una bionda dagli abiti striminziti e lecca lecca in bocca, puro oggetto sessuale; i maschi, d'altro canto, sono ancora più bidimensionali: cacciatori arrapati e privi di empatia alcuna.
Stilizzazione che arriva all'apice con la violenza: al bando ogni forma di verosomiglianza, i personaggi eruttano ettolitri di sangue, cauterizzano ferite da perforazione con lattine di birra, infilano le proprie dita negli arti per strappare schegge di vetro e a tratti non sembrano sentire dolore.



Stilizzazione che si fa così provocazione, con una violenza talmente elevata da sfociare quasi subito nel parossistico: ogni personaggio fa letteralmente il bagno nella propria emoglobina in una versione laccata del teatro del Grand Guignol.
Ma la vendetta come presa di coscienza di sè e come atto di ribellione contro l'animalesca figura maschile è uno dei temi più vecchi che il cinema ricordi. Impossibile dunque non annoiarsi: una volta capito il gioco al rialzo, non ci si riesce più a divertire nel vedere la strage Jen, lineare come da copione, trionfante come da tradizione. La Fargeat non ricerca originalità alcuna che non sia nella messa in scena, finendo così per cascare nella trappola dell'ovvio.
Mancano sia il nichilismo di Ferrara che la complessità caratteriale di "Thriller", senza contare i simbolismi freudiani di "I Spit on your Grave"; non c'è nessuna voglia di dire qualcosa di interessante, solo di mostrare un mondo di cattiveria gratuita e per questo compiaciuta della propria pochezza; la provocazione svanisce presto nel gioco e la stessa cattiveria finisce per essere annacquata dallo stile iperbolico.



"Revenge" si configura così come un film-monito; non tanto contro l'uomo che si diverte a sottomettere la donna, quanto per il filmmaker alle prime armi che decide di affidarsi al genere puro per esordire: mai lasciare che sia il solo stile a parlare, sopratutto quando non si ha voglia di rinfrescare un intreccio visto fin troppe volte; pena la noia più totale.



martedì 3 luglio 2018

Non Essere Cattivo

di Claudio Caligari.

con: Luca Marinelli, Alessandro Borghi, Silvia D'Amico, Roberta Mattei, Alessandro Bernardini, Valentino Campitelli.

Italia 2015


















Il caso produttivo che purtroppo ha afflitto la lavorazione di "Non Essere Cattivo" può essere visto come un perfetto esempio di quanto ci sia di sbagliato nell'industria del cinema italiano. Un caos che parte da un episodio che definire doloroso sarebbe eufemistico: la morte di Claudio Caligari a riprese ancora non ultimate; lui, il grande escluso del cinema italiano, che con appena due lungometraggi di fiction è riuscito ad imporsi tra i filmmaker più interessanti degli ultimi 30 anni, se ne è andato fin troppo presto, come la riuscita del film dimostra.
Morte che getta la produzione in un limbo: la cabina di regia viene occupata dall'amico Valerio Mastandrea, ma il budget necessario ad ultimare riprese e post-produzione è introvabile; il che, per una produzione di appena 1 milione e 300 mila euro, è a dir poco vergognoso.
Per uscire dal pantano produttivo, Mastandrea lancia addirittura un appello a Martin Scorsese per ricevere aiuto; ma lo fa non tramite i canali tradizionali, bensì con una lettera aperta, come se il regista italoamericano fosse un mammasantissima nostrano qualsiasi. Ovvio che ad un'azione del genere non sia corrisposta alcuna reazione diversa dal silenzio.
E' stato così necessario creare una vera e propria cordata di produttori per finire il film: nessuno ha voluto farsi carico, da solo, dei pochi finanziamenti necessari, neanche si trattasse di un film maledetto o appestato da qualche rara malattia tropicale; senza pensare a come un investimento accompagnato da una buona campagna promozionale ben avrebbe potuto generare profitto. Ma si sa che l'Italia è qual paese dove "con l'arte non si mangia".
Polemiche a parte, l'opera postuma di Caligari svetta in un panorama filmico e televisivo che da qualche anno ha riscoperto il genere (grazie alle produzioni Sky), imponendosi come un perfetto spaccato sulla disperazione della periferia romana, terzo capitolo di un'ideale trilogia iniziata con "Amore Tossico" e proseguita con "L'Odore della Notte".



Il luogo è sempre quello, Ostia, questa volta nel 1995; un luogo che sembra fuori dal tempo, tanto che i due protagonisti, Cesare (Marinelli) e Vittorio (Borghi) entrano in scena come quelli di "Amore Tossico"; ma questa volta la storia è uguale e diversa: le due anime perse sono quelle di due piccoli spacciatori, pusherini da strapazzo che passano le giornate muovendosi per la periferia in cerca di un brivido, sia quello delle pasticche che quello di qualche rapina alla buona.
Finchè qualcosa cambia; Vittorio ha una catarsi durante un trip, realizza il vuoto che lo affligge e decide di cambiare vita, di lavorare onestamente, mettere su famiglia e allontanarsi dalla piccola criminalità.



Il ritratto è quello del vuoto pneumatico, di una vita votata al nulla. Ed il mondo in cui Vittorio e Cesare si muovono è in tal senso esemplare: una periferia da sempre afflitta dallo squallore, frequentata da personaggi inutili, donne sboccate in cerca solo di una botta di vita, piccoli gangster che si affaccendano tra piccoli furti e piccolo spaccio; persino il lavoro, la via d'uscita da quel mondo, è quello dei cantieri perenni, della speculazione dove tutti sono pagati a nero, con l'illegalità che diviene perfetto paradigma dello squallore morale e materiale che affligge Ostia e l'Italia intera.



Il riscatto, la risalita sociale e morale, è ardua: non sappiamo se alla fine Vittorio è davvero riuscito a cambiare vita; la sola speranza è per il futuro, per quei figli che, orfani o meno, meritano una vita migliore di quella fatta di stenti e violenza spicciola e dalla quale non è detto che riescano ad affrancarsi.
Vita che Cesare, a differenza dell'amico, abbraccia con tutto sè stesso: non c'è voglia di riscatto per lui, nè alternativa alla microciminalità. Pur toccato dalla tragedia, la perdita della sorella per prima, della nipote dopo, a causa del HIV, Cesare preferisce rispondere alla vita con la cattiveria da quattro soldi che la vita della borgata gli ha insegnato. Quel "non essere cattivo" resta un monito inascoltato, sino alle conseguenze estreme, con la tragedia che si ripete, inutile ma inevitabile.
La sua è un'indole autodistruttiva, che si compiace degli stenti in cui sguazza; un "matto", un uomo che foraggia avidamente i propri difetti per vivere alla giornata, persino nei rapporti con la propria amata. Una tragedia, la sua, che si consuma ben prima del finale, sin dalle prime battute, concretizzandosi nella ripetizione perenne ed ostinata di gesti autodistruttivi (la droga) o lesivi (le truffe, le rapine), generando una sarabanda di violenza spicciola che finisce per affogarlo.



E se il racconto è quello di uno spaccato di vita, Caligari usa un registro più vicino al noir che al dramma; non c'è stilizzazione, tuttavia, ma solo crudezza, una vicinanza al reale più simile a quella di "Amore Tossico" piuttosto che a "L'Odore della Notte". I movimenti di macchina fluidi e la bella fotografia restituiscono al narrato un respiro che da sempre manca al nostro cinema; mentre il ritmo, pur dilatato verso la fine, è sempre calzante.
La realtà, filtrata attraverso il registro di genere, diviene così iperbolica, eppure incredibilmente vera, in un'armonia di dissonanze che crea uno stile unico, personale, degno di un vero autore.



domenica 24 giugno 2018

Jurassic World- Il Regno Distrutto

Jurassic World: Fallen Kingdom

di J.A. Bayona.

con: Chris Pratt, Bryce Dalla Howard, Jeff Goldblum, Justice Smith, Geraldine Chaplin, B.D. Wong, Rafe Spall, Daniella Pineda, James Cromwell, Toby Jones.

Avventura/Fantastico

Usa 2018















Quel coacervo di idiozia gratuita di "Jurassic World" incassò, appena tre anni fa, oltre un miliardo di dollari al botteghino mondiale; inevitabile è dunque un sequel, che arriva puntuale nel medesimo slot estivo del predecessore, con un cambio di regia quasi all'ultimo momento e, paradossalmente, ambizioni ribassate: più piccolo ma anche meno ridicolo; il che, fino ad un certo punto, è un bene.




Perchè se in "Jurassic World" c'era un intero, gigantesco, parco a tema pieno di sauri, ne "Il Regno Distrutto" la maggior parte dei lucertoloni viene eliminata circa a metà film e, di conseguenza, il setting cambia dall'isola centroamericana ad  una magione con annesso laboratorio biogenetico.
Ambientazione piccola, che impedisce di utilizzare gli espedienti classici del cinema di intrattenimento per creare spettacolo: niente più esplosioni o corse a rotta di collo, presenti solo nella prima metà del film. Tutto viene confinato in spazi stretti, quasi claustrofobici, per cercare una forma di originalità; il che a tratti funziona, come nella scena del t-rex ingabbiato.



Bayona, chiamato a sostituire Colin Treverrow, si affida più alla tensione che alla distruzione, riuscendo a creare un che di originale: ben eseguite sono le sequenze di terrore, come la caccia finale, reminiscente di quella del primo "Jurassic Park"; la tensione, di conseguenza, non manca, anche se la risoluzione delle singole scene è sempre, ovviamente, prevedibile.
Nella sua piccolezza, "Il Regno Distrutto" trova così una dimensione che gli permette di sperimentare qualcosa di nuovo nella serie; peccato che, come al solito, trama e personaggi siano inesistenti.




I personaggi di Pratt e della Howard sono messi in mezzo ad una storiella pretestuosa al solo fine di avere un punto di vista conosciuto; le new entries sono tutte rigorosamente stereotipate, compreso il cattivo di turno, al solito interessato solo al profitto e privo di qualsivoglia valore. Sparita è ogni traccia di presunta morale, con il quesito sull'effettiva sacralità della vita dei redivivi dinosauri usato meramente come pretesto narrativo. E non aggiunge nulla l'inclusione della tematica della clonazione umana, messa lì giusto giusto per cercare di dare un pizzico di sapore in più al tutto.



"Il Regno Distrutto" è così un blockbuster mediocre, ma non disprezzabile: intrattiene bene o male a dovere per tutta la sua durata, nonostante qualche inutile lungaggine. Non ha pretese spettacolari che non vanno oltre il puro thrilling, nè falsi moralismi per cercare di darsi un tono. E' pura aurea mediocritas applicata al cinema di intrattenimento: piccolo, privo di mordente ed ambizioni vere, ma per una volta non scemo; il che lo rende automaticamente migliore del primo "Jurassic World".



sabato 23 giugno 2018

Obbligo o Verità

Truth or Dare

di Jeff Wadlow.

con: Lucy Hale, Violett Beane, Tyler Posey, London Liboiron, Nolan Gerard Funk, Sam Lerner.

Horror

Usa 2018















La Blumhouse è riuscita ad imporsi in una decina d'anni come la principale casa di produzione horror americana, il cui catalogo ora può vantare persino il nuovo capitolo della serie di "Halloween". Ed il trend che oggi va per la maggiore è quello del "gimmick horror", dove l'orrore scaturisce non da una leggenda, da un assassino o da un mostro, bensì da un rituale che gli incauti protagonisti ripetono nel corso del film. Basti pensare al sesso di "It Follows", motore di tutti gli eventi distruttivi, o alla tavola di "Ouja".
"Obbligo o Verità" rientra in pieno in tale categoria, proponendo una variante mortale del celebre giochino; ma una gimmick, da sola, non basta a fare un buon film.



L'idea alla base aveva certo del potenziale, basti vedere le capacità catartiche che un gioco simile aveva nel capolavoro di Fassbinder "Roulette Cinese"; nel film Blumhouse, invece, i segreti che i protagonisti celano sono di quanto più convenzionale possibile, classiche storie di gelosie e tradimenti trite e ritrite. Non c'è vera cattiveria nello svelarli, nè, in generale, in una storiella pretestuosa priva di mordente, che riesce ad essere banale persino in un finale teoricamente apocalittico.



In cabina di regia troviamo il Jeff Wadlow di "Kick Ass 2", che torna al genere anni dopo "Cry Wolf" e non prende nessun rischio: tutto il film è piatto, gli spaventi cuciti addosso ai jump-scare, veri e finti che siano, e solo pochi movimenti di macchina dimostrano il carattere del regista; per il resto calma piatta e tensione latitante.




Tant'è che 100 minuti di durata sono anche troppi per un horroretto poco riuscito, le cui pretese si esauriscono nella sola premessa.