domenica 19 settembre 2021

Dune

di Denis Villeneuve.

con: Timothée Chalamet, Rebecca Ferguson, Oscar Isaac, Stellan Skarsgaard, Jason Momoa, Zendaya, Charlotte Rampling, Dave Bautista, Javier Bardem, Josh Brolin, David Dastmalchian, Sharon Duncan-Brewster, Stephen McKinley-Henderson, Chen Chang, Babs Olusanmokun.

Fantascienza

Usa, Canada 2021












Un progetto come "Dune" porta con sè, inevitabilmente, un'ineludibile carica di aspettative. Laddove in passato una trasposizione degna del capolavoro di Frank Herbert era ai limiti dell'impensabile, oggi, con la moderna CGI e l'approccio episodico alla narrazione filmica, il compito risulta se non più facile, quantomeno meno dispendioso e azzardato. E Denis Villeneuve, che già all'indomani dell'uscita di "Blade Runner 2049" aveva esternato la sua volontà di dirigere un nuovo adattamento dell'opera di Herbert, è sicuramente uno dei pochi (se non l'unico) regista hollywoodiano in grado di rendere giustizia alla magnificenza dell'universo di Arrakis. Come sempre, urge chiedersi, alla fine della visione: operazione riuscita?


La trama segue la prima metà del primo romanzo: l'anno è il 10.191 e la Spezia Melange è la sostanza più importante nell'universo. Grazie ad essa è possibile espandere la coscienza e la conoscenza, accedere ad un controllo totale del corpo e della mente, come fatto dalla sorellanza Bene-Gesserit, dai computer viventi Mentat e dai membri della Gilda Spaziale, organizzazione che detiene il monopolio assoluto sui viaggi intergalattici.
Con un decreto imperiale, il controllo di Arrakis ("Dune" come chiamato dagli indigeni), unico pianeta sul quale la Spezia attecchisce, viene tolto alla casata degli spietati Harkonnen e affidato alla rivale casa Atreides, nel chiaro intento di scatenare un conflitto tra le due.
Paul Atreides (Chalamét), figlio del Duca Leto (Isaac) e della strega Bene-Gesserit Jessica (Rebecca Ferguson), sua concubina, è ossessionato dalle visioni di Arrakis, in particolare di una ragazza, Chani (Zendaya), che ne profetizza il futuro come campione dei Fremen, l'orgoglioso popolo natio del pianeta. Quello che neanche lui conosce è la sua natura di Kwisatz-Haderach, profeta creato ad hoc dal Bene-Gesserit per controllare le genti. Il suo destino lo attende, così, sul pianeta deserto.


L'opera di adattamento del romanzo è al contempo più fedele e più libera rispetto a quanto fatto da Lynch nel cult del 1984. Le ragioni dello sterminio della casa Atreides, come nel romanzo, non riguardano lo status di divinità umanoide di Paul, ma i "semplici" intrighi di potere all'interno dell'Imero e delle casate del Landsraad. Paul non è un superuomo dotato di poteri divini, piuttosto un umano mutato dalla spezia oltre i limiti concessi alle Bene-Gesserit e loro burattino nel controllo dei popoli. La divisione in due parti della storia permette di trasporre per intero la fuga di Jessica e Paul da Arrakeen ed il loro incontro con Stilgar, ma al contempo molto materiale presente nella prima parte del romanzo viene lasciato fuori. Non c'è traccia di Feyd Rautha e del suo ruolo di "anti-Paul", né dell'Imperatore, presenza fantasma per tutto il film. Allo stesso modo, alcune sequenze sono modificate, come l'introduzione di Paul e Jessica e il primo dialogo tra Paul e suo padre Leto, con la storia del padre di Leto ucciso da un toro mal adattata, pur usando l'emblema dell'animale come presagio di morte.
La traspozione del racconto comunque funziona ottimamente e anche chi non conosce il romanzo non avrà problemi a districarsi nell'intricato universo herbertiano. Soprattutto e fortunatamente la sceneggiatura riesce ad evitare le trappole di cinema woke odierno, lasciando i personaggi principali intatti rispetto alla controparte cartacea, con due eccezioni più o meno vistose: il dottor Kynes è ora una donna di colore, non si sa per quale motivo specifico se non quello di aumentare le "quote rosa" nel cast, e non c'è alcun accenno alla pedofilia del Barone Harkonnen, forse per evitare polemiche sulla rappresentazione dell'omosessualità come devianza, benché nel romanzo fosse caratterizzata più come pederastia violenta che semplice omosessualità.



L'approccio di Villeneuve al romanzo di Herbert è più personale persino rispetto a quello di Lynch; "Dune" diventa nelle sue mani la storia di un ragazzo chiamato dal destino a prendere le redini di un popolo, ma il quale è cosciente non solo dei suoi limiti, quanto e soprattutto della artificialità del suo status di liberatore, mero specchietto per le allodole in un gioco di potere di portata galattica. Da questo punto di vista, Timothée Chalamat risulta una scelta perfetta per il ruolo, che con il suo fisico emaciato e il volto angelico dona un''aura di vulnerabilità e insicurezza tangibile al personaggio.
L'inizio del viaggio di Paul è quindi scoperta della propria forza interiore, accettazione del proprio ruolo di leader anche nell'ottica della semplice vendetta. Come nel romanzo, il suo non è un semplice "cammino dell'eroe", né il ruolo quello del "salvatore bianco", quanto qualcosa di più gretto e sinistro, che si dispiegherà nell'eventuale secondo film e che qui già prende prefetta forma.



Come creatore di immagini, Villeneuve mantiene le promesse di spettacolarità ed epicità visiva e riesce a confezionare un kolossal a dir poco imponente; alternando il minimalismo estetico già sfoggiato in "Blade Runner 2049" e "Arrival" all'opulenza della scala dei corpi delle scenografie e delle location, crea visioni future quasi opprimenti nella loro vastità. E al di là dei costumi variegati e del design industrial delle navi, a fare da gioiello è, come lecito aspettarsi, la rappresentazione del verme delle sabbie, celato per la maggior parte della durata e rivelato in tutta la sua gloria solo nell'ultimo atto, immagine di un'imponenza impellente sino ai limiti dell'imlpacabile.
Magistrale è anche la caratterizzazione dei singoli popoli e pianeti, vero punto forte dell'opera di Herbert e, in passato, del film di Lynch. Vengono introdotti linguaggi alieni, talvolta disturbanti versi gutturali che caratterizzano la ferocia degli Harkonnen e dei Sardaukar, così come l'alfabeto muto delle Bene-Gesserit trova spazio per la prima volta su grande schermo. Gli Harkonnen diventano dei feroci barbari, talvolta melliflui nei loro lineamenti secchi, ma sempre brutali nelle parole e nelle azioni, bardati in abiti neri e resi calvi. I Sardaukar divengono dei vichinghi in tuta spaziale, la cui violenza e contrapposta alla leggiadria con cui planano sulle vittime. Le streghe Bene-Gesserit, non più calve, sfoggiano abiti ricercati e veli che le rendono sinistre e misteriose, mentre la Gilda Spaziale, che purtroppo appare in un'unica scena, è racchiusa in armature e mantelli eleganti che ne  nascondono totalmente le fisionomie.


La mano dell'autore, purtroppo, vacilla in un montaggio delle singole inquadrature talvolta troppo veloce e maldestro, colpa, probabilmente, del fatto che il lavoro di edizione si sia svolto via remoto causa Covid. Il montaggio generale della storia è invece spedito, senza tempi morti nonostante la durata di due ore e mezza, anche se è evidente che qualcosa è stato sacrificato all'altare del ritmo: non c'è risoluzione ai destini dei personaggi di Gurney Halleck e Tufir Hawatt, i quali semplicemente scompaiono dopo la battaglia di Arrakeen.



Nonostante la fedeltà al romanzo, Villeneuve riesce lo stesso a dare un tocco di originalità anche al racconto. Le riflessioni politico-religiose, benché presenti, non divorano la narrazione e sembrano più che altro un'anticipazione di quanto sarà raccontato nell'eventuale secondo film.
L'atmosfera generale viene scissa nei momenti di veglia e in quelli di visione, più pregnanti, per ovvi motivi, nel terzo atto. Laddove Lynch immaginava il mondo di Herbert come un sogno che sconfinava in visione, Villeneuve si limita a creare una dicotomia sogno-veglia solo in parte più convenzionale, che comunque garantisce la giusta carica di visionarietà e onirismo al racconto, il quale perde di mordente, in parte, solo a causa della scelta di escludere la voce-pensiero dei personaggi, la quale riusciva davvero a donare loro, sia nel romanzo che nel film precedente, una profondità maggiore.


Nonostante qualche evidente sbavatura, il "Dune" di Villeneuve riesce lo stesso ad incantare e coinvolgere, con l'unico limite, intrinseco e pienamente riconosciuto dall'autore, di configurarsi come una mera introduzione, un antipasto a quello che sarà il cuore nel racconto, che verrà racchiuso in un sequel che al momento, purtroppo, rischia di non vedere mai la luce.

venerdì 10 settembre 2021

Il Collezionista di Carte

The Card Counter.

di Paul Schrader.

con: Oscar Isaac, Tiffany Haddish, Tye Sheridan, Willem Dafoe, Alexander Barbara, Ekaterina Baker, Bobby C.King.

Usa, Regno Unito, Cina 2021

















Incagliato nei (letterali) casini con la produzione di "Dark", a Paul Schrader serviva davvero un progetto che fosse un punto e a capo, magari un ritorno alle tematiche classiche del suo cinema declinate in tono minore, quasi una prova generale per lavori più impegnativi. "Il Collezionista di Carte" è in effetti tutto questo, un noir sulla carta "classico" con la quale il grande autore torna alle atmosfere oniriche e alle storie di personaggi a pezzi proprie della sua poetica. E con un cast solido e alcune ottime intuizioni visive, Schrader firma una pellicola certamente non memorabile, ma estremamente convincente.


William (Oscar Isaac) è il classico personaggio schraderiano, un uomo la cui vita da esperto di interrogatori dell'esercito lo ha portato al limite. Ritrova una forma di equilibrio in prigione, dove diviene un asso delle carte, ma anche fuori non riesce a scrollarsi di dosso lo stile di vita da recluso. La sua è un'esistenza solitaria, priva di rapporti umani, dove tutto viene meticolosamente misurato e annotato su di un diario. Al di fuori del tavolo verde, castra ogni possibile emozione sul nascere (le lenzuola utilizzate per togliere colore dalle stanze), mentre al gioco elabora minuziosamente ogni singolo movimento per ottenere un vantaggio. E come in tutti i noir che si rispettano, il passato torna a morderlo, nelle forme di Cirk (Tye Sheridan), figlio di un suo ex commilitone morto suicida.


Cirk diventa così il veicolo della tentazione (quella della vendetta), ma anche l'occasione per il riscatto: dare un futuro al ragazzo per ritrovare uno scopo nella vita. Le carte si mischiano e Schrader, anche sceneggiatore, conduce il racconto in modo asciutto, misurando ogni passo dei personaggi, lavorando spesso di sottrazione sino all'asettico, tranne che nei flashback, volutamente roboanti, dove fa un uso del fish-eye a dir poco spettacolare.


Il noir resta così a metà tra tradizione e innovazione, con la forza salvifica dell'amore, come in tutto il cinema schraderiano, come via di fuga dalla non-vita che come veicolo di redenzione ed una conduzione generale che evita i luoghi comuni del genere. Da questo punto di vista, l'autore non fa nulla di davvero nuovo, ma il tutto funziona e coinvolge anche grazie alle prove del cast, con un Oscar Isaac misuratissimo e credibile e una bellissima Tiffany Haddish, rendendo questa piccola prova preziosa e riuscita.

martedì 7 settembre 2021

R.I.P. Michael Kenneth Williams

 

1966 - 2021


Inutile negarlo, ma Michael Kenneth Williams sarà ricordato più come una star del piccolo schermo; il che non significa che, nel corso della sua carriera, non abbia dato vita a personaggi memorabili, come l'Omar dell'imprescindibile "The Wire" e il Chalky White di "Boardwalk Empire". Al cinema ha avuto più che altro ruoli da caratterista in, tra gli altri, "12 Anni Schiavo", "RoboCop" e "Vizio di Forma", ma il suo volto marcato resterà un ricordo indelebile per chiunque ne abbia saputo apprezzare il talento.

lunedì 6 settembre 2021

R.I.P. Jean-Paul Belomondo


1933 - 2021

Inutile negarlo, lo ricorderemo sempre con quell'aria da piacione un po' sfacciato. Perché Jean-Paul Belmondo ha incarnato lo spirito ribelle e anticonformista di un'era, con una serie di personaggi memorabili, tragici e ridicoli al contempo, segnando indelebilmente l'età d'oro del cinema europeo.





"La Ciociara" (1960)







"Lo Spione" (1962)







"Borsalino" (1970)



domenica 5 settembre 2021

Shang-Chi e la leggenda dei Dieci Anelli

Shang-Chi and the Legend of the Ten Rings

di Destin Daniel Cretton.

con: Simu Liu, Tony Leung, Awkwafina, Meng'er Zhang, Fala Chen, Michelle Yeoh, Florian Muntenau, Andy Le.

Azione/Fantastico

Usa, Australia 2021














Oramai la Marvel Studios ha un nome che precede la notorietà dei suoi singoli personaggi; con 13 anni di esperienza, incassi vertiginosi e record di prevendite infranti, lo studio di Kevin Feige si è fatto un nome suo che è sinonimo di un cinema sicuramente blando, ma altrettanto riconoscibile, fatto di azione, one-liner un tanto al chilo e tanta CGI. E se già nel 2014, con l'adattamento degli allora misconosciuti "Guardiani della Galassia", i Marvel avevano fatto una mossa rischiosa ma in definitiva vincente, con "Shang-Chi" giocano un po' più sicuro, portando su schermo un personaggio che solo i fan più accaniti conosceranno e la cui notorietà è surclassata da quella dell'universo in cui si muove.


Apparso per la prima volta nel 1973, Shang-Chi (all'epoca noto come "maestro del kung fu"), nasce dalla mente di Steve Engelhart e Jim "Thanos" Sterlin, come risposta al dilagare della popolarità del cinema di arti marziali orientale, in particolare al fenomeno della bruceploitation. Insieme al coevo Iron Fist (al quale è purtroppo toccato apparire solo in una brutta serie televisiva), Shang-Chi combatte a suon di kung fu le forze del male nella Chinatown di San Francisco e, sebbene inizialmente protagonista di una propria testata, ha passato gran parte della sua vita editoriale come personaggio secondario in altre pubblicazioni.


Se nei comics il maestro di kung fu era figlio di non altri che l'arcicattivo Fu Manchu di Sax Rohmer, su schermo diviene figlio di uno dei villain più illustri dell'universo Marvel, quel Mandarino originariamente creato come nemesi di Iron Man e qui signore della guerra ultramillenario il cui potere deriva dai dieci anelli, ora bracciali magici dalle origini ignote.
E con uno script frammentario e un cast affiatato, la trasposizione filmica del personaggio porta a casa la pagnotta in modo dignitoso, ma non troppo memorabile.


"La Leggenda dei Dieci Anelli" è, al solito, il più classico film d'origini, che introduce il personaggio e risolve il suo conflitto principale alla bene e meglio, descrivendo al contempo quello che potrebbe essere un nuovo scenario "magico" del MCU. Simu Liu incarna il maestro del kung fu con la giusta dose di umorismo, ma forse non ha il carisma sufficente per farlo brillare, tant'è che viene spesso eclissato dalla verve di Awkwafina e, come prevedibile, dal carisma di Tony Leung, che divora il film senza lasciarne traccia.
Il villain, ribattezzato XuWenmu, è di fatto anche il personaggio più interessante, sorta di Highlander in grado di fare qualsiasi cosa per la sua famiglia, la cui cattiveria deriva più dalla sua esperienza di conquistatore e che sotto la scorza di duro nasconde un cuore che batte per la moglie e i figli.
Lo script è scisso in due parti distinte. Nella prima la storia ha la forma di un action senza freni che si muove tra San Francisco e Macao. Le coreografie sono anche ben dirette, ma l'abuso di CGI rende le sequenze vistosamente plasticose, azzerando parte del coinvolgimento; specialmente nella scena della fuga dal grattacielo, palesemente girata con green-screen, sorge una forma di nostalgia verso quel cinema orientale, palese ispirazione, che invece si arrischiava a girare le sequenze nel modo più naturalistico possibile, creando immagini che definire da cardiopalma è riduttivo.


La seconda parte è a sua volta scissa tra il dramma famigliare, sottotrama più riuscita, ed un fantasy un po' frettoloso, dove il conflitto si allarga a livello globale, come al solito in ogni comic-movie dei Marvel, facendo perdere l'originalità in precedenza ricercata.
Alla fin fine, tutto bene o male funziona, sebbene nulla eccella e "Shang-Chi" si pone così come il più classico prodotto a là Kevin Feige, senza né infamia, nè lode, con buone intuizioni non sempre ben sviluppate, che farà la gioia solo dei fan del MCU.

mercoledì 1 settembre 2021

Candyman

di Nia DaCosta.

con: Yahya Abdul-Mateen II, Teyonah Parris, Nathan Stewart-Jarrett, Colman Domingo, Kyle Kaminsky, Vanessa Williams, Tony Todd.

Horror

Usa 2021

















Nonostante l'ottima accoglienza di pubblico e (inizialmente) di critica, la serie di "Candyman" non è riuscita ad imporsi nella memoria collettiva al pari di altre aventi come protagonista icone horror riconosciute, quali "Halloween" o "Nightmare". Candyman, semmai, è rimasto ben impresso nei cuori di pochi appassionati e quella sua prima, potente incarnazione sta venendo riscoperta solo in questi anni come il classico che merita di essere.
Fortunatamente, la tendenza di Hollywood di ricreare il passato in cerca di guadagni facili ha consentito anche al pubblico moderno di conoscere il boogeyman uncinato di Tony Todd, grazie a questa sua nova incarnazione. Jordan Peele, chiamato a dare nuova linfa vitale al personaggio,collabora allo script, mentre l'esordiente Nia DaCosta dirige un finto reboot, in realtà sequel vero e proprio, che riesce ad aggiornare personaggio e tematiche all'era del Black Lives Matter senza rinunciare alla sua natura primigenea, senza snaturarlo né trasformando il tutto in un semplice horror moralista.


Sono passati circa 30 anni dal rogo al Cabrini-Green in cui Helen Lyle perse la vita. Anthony McCoy (Mateen II) è un pittore in crisi di ispirazione che, conosciuta la storia della Lyle, decide di esplorare ciò che resta del complesso di case popolari. Qui incontra Nathan Burke (Colman Domingo), il quale gli racconta la leggenda di Candyman. Affascinato dalla storia, Anthony decide di creare un'esposizione con a tema la violenza razziale e la storia del demone uncinato; il che, ovviamente, avrà ripercussioni sanguinose.


Candyman è, essenzialmente, un mito che ha preso vita. In questa rivisitazione, la mitologia viene ampliata: quello di Daniel Robataille, il Candyman originale, è solo una delle incarnazioni della leggenda, la quale si rigenera e acquista nuova forza con il passare del tempo. Candyman è, essenzialmente, lo spirito dannato della morte violenta del popolo afroamericano, condannato alla dannazione dal razzismo mai sopito, il quale prende la forma di un gigante armato di uncino per mietere vittime non solo innocenti. Facile è fare il paragone con la morte di George Floyd, evocata esplicitamente nel finale, ma lo script di Jordan Peele, per fortuna, non si limita a mettere su carta l'orrore reale, ma lo rielabora in modo universale: la violenza di Candyman è la reazione istintiva di un popolo alla sottomissione, che si consuma in modo brutale e gratuito come quella subita, senza fare distinzione tra colpevoli e innocenti.


Se la violenza, prepotente e feroce, dell'uomo bianco è rimasta la stessa, diverso è il punto di vista sulla storia, ora affidato (per la prima volta nella serie) ad un afroamericano della classe agiata, un pittore, come lo era il Candyman originale, ma figlio della gentrificazione, della riqualificazione di quei quartieri bassi ristrutturati per piacere ai ricchi, per lo più bianchi, suoi colleghi e clienti. Il suo percorso di avvicinamento alla leggenda metropolitana è quasi un percorso di riscoperta delle sue origini (non per nulla, lo porterà a far luce su insospettabili verità del suo passato), ma, prima ancora, è una forma di identificazione con "l'altro", con quel lato oscuro che giace dormiente dentro di lui.


Non è un caso, inoltre, che Candyman qui abbia un nuovo volto, una nuova incarnazione "aggiornata" ai tempi moderni, quel Sherman Fields che non ha la presenza torreggiante o il carisma di Tony Todd; al contrario, ha un volto segnato dalle rughe e dalle cicatrici e un sorriso che può essere sia beffardo che benigno che inquieta sia quando porge l'uncino che le caramelle. Un mostro qui come non mai angelo vendicatore di quella violenza rimossa, ma al contempo assimilata di chi è più prossimo alla vittima. Ma, prima ancora, doppio speculare di Anthony: laddove quest'ultimo è un ricco perfettamente inserito nella società borghese, Fileds era reietto tra i reietti, povero dei quartieri bassi visibilmente afflitto da una forma di ritardo, per questo vittima eccellente della violenza cieca delle autorità.


Piuttosto che rifarsi al mood urban-gothic dell'originale, la DaCosta opta per un approccio onirico alla messa in scena, in cui è il sound design a creare la giusta atmosfera. Il punto di riferimento è lo "Shining" di Kubrick, il cui stile viene omaggiato anche da una "kubrick stare" sfacciatamente inserita nelle inquadrature, ma l'uso della geometricità dell'inquadratura, mai troppo marcata, concede comunque a questo esordio una forma di originalità che non si limita al ricalco della fonte di ispirazione.



Il racconto a tratti si sfilaccia, si perde nella sottotrama del personaggio di Brianna che, per quanto affascinante, non aggiunge nulla alla storia principale. Inoltre il personaggio di Troy, vero e proprio stereotipo gay usato come linea comica, può sembrare fuori posto all'interno di una narrazione altrimenti serissima.
Ma la DaCosta regge bene il racconto, che risulta alla fine riuscito e affascinante, un'ottima rievocazione di un personaggio che meriterebbe davvero più apprezzamento.

lunedì 30 agosto 2021

Siberia

di Abel Ferrara.

con: Willem Dafoe, Cristina Chiariac, Dounia Sichov, Simon McBurney, Anna Ferrara, Fabio Pagano.

Italia, Germania, Messico, Grecia, Regno Unito 2019
















Subito dopo "Pasolini", Abel Ferrara idea quello che diverrà, dopo un'estenuante produzione, "Siberia", progetto personale che prenderà forma assieme al coevo e quasi complementare "Tommaso" solo dopo qualche anno. Fallita la campagna di crowdfounding su IndieGoGo, Ferrara trova i fondi necessari tra Italia e Grecia e ricostruisce parte del suo mondo in Alto Adige. 
"Siberia" si pone come una rottura definitiva con il passato del cineasta newyorkese: anni luce separano quest'ultima opera dai suoi abituali peregrinaggi urbani, dalle storie di dannazione e redenzione tardiva così come dalla manipolazione del cinema di genere verso le coordinate del cinema d'autore. "Siberia" è un libero flusso di coscienza, un viaggio nel subconscio del suo protagonista Clint e un viaggio della sua coscienza verso i territori del rimorso e del rimosso.


Clint vive del volto scavato e del fisico emaciato di un al solito straordinario Willem Dafoe; un uomo che si è isolato ai confini del mondo e della propria coscienza per fuggire ai demoni del passato, i quali tornano a galla all'improvviso. Se la stabilità ricercata dall'uomo è comunque labile (la visione dell'orso che lo fa a pezzi dinanzi alla tentazione del denaro), la sua illusione di tranquillità crolla dinanzi ad una duplice visione, quella di un aborto, probabile reminiscenza di una memoria passata, e, soprattutto, il confronto con la parte più remota del proprio io, lucido dell'abbracciare la propria incompiutezza.


Quello di Clint diviene un viaggio privo di meta che finisce per contorcersi su sé stesso fino a tornare al punto di partenza, dove l'unica cosa che viene trovata e ri-trovata e la comunione, fatta dalla condivisione del pesce, unica nota salvifica in un mondo che sembra sempre più prossimo alla distruzione.
Il viaggio per sé perde ogni nota di linearità per infrangersi in una serie di frammenti di visioni rivelative e al contempo enigmatiche.
Risaltano su tutti i rapporti con la moglie e con il padre. Quest'ultimo è quasi un suo doppio, un uomo fragile che lo ha cresciuto tenendolo a contatto con la natura, ma il quale sembra fallire nel trasmettergli valori concreti. La prima, d'altro canto, è al contempo vittima del tradimento e creatura lasciva, la quale non concede la passione carnale se non a sé stessa.
Fuori dal flusso di coscienza, assistiamo, con gli occhi di Clint, ad una violenza dilagante, simboleggiata dal gulag, che ricorda la macelleria umana della strage di Katyn, così come ad una ricerca spasmodica di una forma di salvezza, tramite il confronto con un guru ed un mago.
Ma la salvezza non viene trovata: l'uomo non riesce a trovare un punto fermo sul quale far fiorire il proprio essere. La ricerca sembra essere eterna e con essa anche la sofferenza che la accompagna.


Nella sua estrema semplicità, "Siberia" trova un equilibrio perfetto tra forma e narrazione. Più stilizzato rispetto agli altri lavori di Ferrara, più libero nella struttura così come nel simbolismo, è con ogni probabilità il primo tassello di una nuova fase nella carriera del grande cineasta newyorkese, che dopo oltre 40 anni di carriera ha ancora molto da dire.