venerdì 18 ottobre 2019

L'Esorcista

The Exorcist

di William Friedkin.

con: Jason Miller, Max Von Sydow, Ellen Burtsyn, Linda Blair, Lee J. Cobb, Kitty Winn, William O'Malley.

Usa 1973
















C'è questa leggenda metropolitana, suffragata persino in un celebre episodio de "I Simpson", secondo la quale "L'Esorcista" di William Friedkin sia un horror invecchiato malissimo, che faceva paura solo all'epoca della sua uscita e solo a causa dell'ingenuità del pubblico e che, rivisto oggi, si riveli come un film noioso, tedioso e poco sconvolgente.
Visione nata molto probabilmente a causa della distrazione del pubblico verso pellicole più impegnate o impegnative; o, ancora più certamente, viziata da un piccolo eppure importantissimo dettaglio: il film di Friedkin non è e non vuole essere un comune horror, imponendosi più che altro come una pellicola smaccatamente autoriale costellata di sequenze orrorifiche. Le quali, tanto per essere precisi oltre che corretti, sono tutt'oggi sconvolgenti, sopratutto qualora lo spettatore sia un credente.
La storia che Friedkin narra nei 122 minuti di durata (ci si riferisce qui alla theatrical cut del 1973) è quella dello scontro tra il sovrannaturale e l'immanente, sul come un gruppo di personaggi ancorati alla razionalità si trovino a confrontare un evento che con il razionale non ha nulla in comune; e questo a prescindere dal fatto che due dei protagonisti siano due preti, tanto che le critiche verso il film, accusato di essere retrogrado e persino reazionario, non mancano tutt'oggi.



"L'Esorcista" è, in un certo senso, lo studio di due personalità, quella di padre Karras e di Chris McNeill, la madre di Reagan. Due persone in un certo senso agli antipodi: il primo è un prete, un uomo di fede che, nel pieno di una crisi spirituale, cerca di avvicinarsi alla realtà in modo razionale (di fatto, inizialmente sconsiglia il ricorso ad un esorcismo e non crede nemmeno nella possessione) solo per poi tornare alla fede; Chris, d'altro canto, è una donna del suo tempo, emancipata e madre single, nonché attrice di chiaro orientamento liberal, la quale vede crollare, un po' alla volta, tutte le sue certezze sino a sprofondare nell'accettazione dell'esistenza di un piano ultraterreno.
Entrambi i personaggi partono dallo scetticismo per ritrovare una forma di fede; percorso che è costato a Friedkin e allo scrittore William Peter Blatty l'accusa, ancora, di antimodernismo. Critica comprensibile, ma che va tuttavia limitata: non c'è, nel film, una vera accusa verso gli scettici, solo la presa di coscienza della possibile esistenza di una realtà ulteriore oltre a quella immediatamente visibile.



Ed è proprio su questo concetto che Friedkin costruisce tutta la narrazione del prologo e dei primi due atti del film. La presenza sovrannaturale del demone (Pazuzu, così chiamato solo nel romanzo e nel seguito, "L'Esorcista II- L'Eretico", uscito nel 1977 per la regia di John Boorman) è avvertibile sin dall'inizio, un'escursione nel deserto iracheno narrata quasi del tutto facendo ricorso alle immagini e ai suoni. Una narrazione lenta e ipnotica, del tutto anti-spettacolare ma perfettamente in grado di esprimere una sensazione di disagio verso quei luoghi e verso i sinistri personaggi che padre Merrin incontra.



Narrazione e simbolismi sono che, nel corso di tutto il film, sono sottilissimi; Friedkin sperimenta una messa in scena letteralmente subliminale, che poi verrà ripresa persino da Kubrick nel suo capolavoro horror "Shining", fatta di immagini e parole nascoste nei singoli fotogrammi. Si parte dalle associazioni più ovvie, quelle faunistiche, con riproduzioni di animali che compaiono letteralmente in ogni scena, simboleggiando la ferocia della possessione; le immagini delle suore e dei bambini che corrono per la strada, giustapposizione tra il sacro e l'innocenza, per poi arrivare a scritte e messaggi nascosti, come il "tuaskete", "aiuto" in giapponese, nascosto in una delle inquadrature nella biblioteca, senza contare la sequenza onirica, dove le immagini del sogno vengono intercalate con lo sconvolgente primo piano del demone. L'atmosfera si carica così sin da subito di una valenza sinistra, che mette sottilmente a disagio lo spettatore in modo inconscio, mentre i personaggi cercano di dare una spiegazione del tutto razionale agli eventi.



In questa sua duplice forma di analisi caratteriale e horror anticonvenzionale, "L'Esorcista" funziona a dovere, tanto che si capisce perché tanto detestato dagli spettatori meno pazienti: la sottigliezza di scrittura e messa in scena è forse proprio troppo marcata per un pubblico oggi come oggi abituato a jump-scare e splatter gettato in faccia. Quello che Friedkin fa è invece giocare con i sensi e le aspettative dello spettatore, portandolo in una situazione di indeterminatezza e disagio, avvalorata ulteriormente da un uso estremo del jump-cut anche nelle scene più ordinarie, negandogli ogni forma di quiete.



Incomodità che viene ricreata anche con i dialoghi: l'uso del turpiloquio e dei riferimenti sessuali usati dal demone riesce davvero a incutere una forma di nauseante timore, alla quale non ci si riesce mai ad abituare neanche dopo ripetute visioni. Un plauso, in merito, va fatto anche al doppiaggio italiano: la voce di Laura Betti, la musa di Pier Paolo Pasolini, è semplicemente perfetta per convogliare la volgare ferocia della Reagan posseduta.


Ed è nel terzo atto che Friedkin firma quella che è definitivamente la sequenza horror più agghiacciante del cinema del terrore, ossia la lunga lotta tra padre Merrin e padre Karras contro il demone. Un esorcismo che sembra non finire mai, un vero incubo ad occhi aperti nel quale la dose di dettagli raccapriccianti viene rilanciata ogni minuto e dove la sensazione di incomodità raggiunge il suo culmine, anche grazie all'uso magistrale del sonoro.




Rivista oggi, grazie sopratutto ai moderni home-theatre e all'alta definizione, l'opera di Friedkin non ha perso un grammo della sua profondità, né della sua carica orrofica. Un capolavoro del cinema horror, nonché un classico del cinema in generale, che ha superato la prova del tempo, a prescindere da quanto i millennials ne possano dire.



giovedì 17 ottobre 2019

El Camino- Il Film di Breaking Bad

El Camino- A Breaking Bad Movie

di Vince Gilligan.

con: Aaron Paul, Jesse Plemons, Robert Forster, Matt Jones, Jonathan Banks, Charles Baker, Larry Hankin, Krysten Ritten, Bryan Cranston.

Usa 2019















Gli elogi verso una serie del calibro di "Breaking Bad" non sono davvero mai abbastanza. Pochi showrunner dell'odierno panorama televisivo hanno assimilato il concetto di "cinema in tv" come fece all'epoca Vince Gilligan, il quale, rifacendosi chiaramente alla lezione di David Chase e riprendendo inizialmente uno stile reminiscente di quello dei fratelli Coen, è riuscito a confezionare un'opera complessa eppure immediatamente fruibile da chiunque, profonda ma mai pretenziosa e, sopratutto, caratterizzata da uno stile originale, che si distacca subito dai modelli di riferimento per avere un'identità autonoma e forte. Un piccolo capolavoro di scrittura e messa in scena che ha giustamente ricevuto tutti i premi possibili e che, a distanza di anni dalla sua conclusione, è ancora ammirata  da estimatori e spettatori occasionali.
Un'eredità, quella dell'opera di Gilligan, che ha trovato nello spin-off "Better Call Saul" l'unica vera continuazione, nonché l'unico vero erede in grado di riprenderne lo stile e rielaborarlo in modo originale eppure incredibilmente simile alla serie madre.
Da questo punto di vista, l'entrata in produzione di "El Camino" ha rappresentato, sopratutto per i fan, un'occasione ghiotta non solo per vedere il dipanarsi degli eventi successi alla conclusione della serie originale, ma anche per ritrovare quello stile lento, quasi meditabondo e sottilmente grottesco che ne erano il marchio di fabbrica.
Dal canto suo, tuttavia, "El Camino" si rivela come una pellicola vuota, che non aggiunge nulla al finale originale, configurandosi non come un seguito e neanche come una continuazione, bensì come una semplice "coda".



Ritroviamo Jesse Pinkman (Aaron Paul) lì dove era rimaste nel finale della serie, in fuga dai poliziotti; ritrovata la libertà e ancora in preda al trauma della carcerazione forzata, il ragazzo cerca di fuggire dalle macerie della sua carriera criminale, reincontrando molti dei personaggi che sembravano aver chiuso con lui.



Gilligan struttura lo script come una serie di episodi semi-autoconclusivi; in ogni scena, Jesse incontra o si scontra con gli altri protagonisti, in una narrazione che alterna il presente ai flashback. Dal rapporto con il viscido Todd, vera incarnazione della "banalità del male", allo scontro con un gruppo di bifolchi assetati di soldi. l'autore si limita semplicemente a inanellare una serie di eventi del tutto inconsequenziali, che formano una narrazione coerente solo nel finale e solo per alcuni dettagli. Persino i flashback, che dovrebbero teoricamente instillare una profondità maggiore verso alcuni personaggi, finiscono per appiattirsi su di una narrazione convenzionale e prevedibile.




Se la storia e i personaggi divengono subito piatti, decisamente impressionante è la performance di Aaron Paul: di nuovo nei panni del personaggio che lo ha reso celebre, non si tira indietro quando si tratta di caricarlo di emozioni per farlo risaltare su schermo, né quando si tratta di dover adoperare un registro più trattenuto. Una interpretazione da manuale, unico spiraglio di luce in un film sicuramente non brutto, ma altrettanto sicuramente inutile.



mercoledì 16 ottobre 2019

Weathering with You

Tenki no Ko

di Makoto Shinkai.

Animazione/Romantico/Fantastico

Giappone 2019


















Ottenuto il riconoscimento che da sempre meritava con "Your Name", Makoto Shinkai si è finalmente imposto come uno degli autori più riconoscibili nel campo dell'animazione nipponica e, più in generale, come un autore in grado di sorprendere e ammaliare con ogni sua nuova opera.
"Weathering with You", di conseguenza, si fa carico di tutte le aspettative possibili, riuscendo a confermare il talento del suo autore, pur senza offrire nulla di originale.



Protagonista è questa volta il sedicenne Hodaka, il quale, scappato dalla sua vita di provincia, si ritrova in una Tokyo afflitta da un record di piogge. Salvato, in tutti i sensi, da Keisuke Suga, inizia a lavorare presso lo stesso come reporter a caccia di leggende metropolitane. Indagando sul caso di una fantomatica "signora del tempo", Hodaka conosce e si invaghisce della bella Hina, la quale sembra avere davvero un potere in grado di modificare gli agenti atmosferici.




Una storia d'amore, quella di "Weatthering with You" simile a quella narrata in "Your Name": anche qui il sentimento viene incorniciato nel fantastico e inscritto in un contesto apocalittico. La pioggia costante, che nella tradizione nipponica simboleggia solitamente la cattiva sorte, diviene il collante che unisce Hodaka e Hina, due personaggi che hanno molto in comune.




Entrambi orfani, entrambi chiamati a maturare prima del tempo, lui fuggendo nella megalopoli prima dei fatidici 18 anni, lei ritrovatasi a doversi prendere cura del precoce fratellino, entrambi sono adolescenti chiamati a fare le veci degli adulti. E come da tradizione nel cinema di Shinkai, il loro sentimento resta celato, pulsante ma inespresso, chiuso all'interno di piccoli gesti, sguardi di intesa e momenti di pura poesia, come quando i poteri di Hina cominciano a manifestarsi.




Se lo stile narrativo e gli stilemi di storia e personaggi sono del tutto uguali rispetto a quanto l'autore ha fatto in precedenza, una forma di originalità può essere colta nella scelta di Shinkai di rifarsi totalmente al filone del sekaikei, declinandolo a modo proprio. Laddove in "Your Name" la love-story era semplicemente interconnessa ad un fatto apocalittico, qui il sacrificio d'amore serve a scongiurare l'avverarsi dell'apocalisse stessa. Nel momento in cui i personaggi decidono di ricongiungersi, la catastrofe si avvera, ma non ha gli effetti devastanti visti in altre storie simili, portando ad un happy-ending solare.
Una nota di vera originalità si rinviene semmai nella sottotrama dedicata a Keisuke e al suo rapporto con la figlia, uno sguardo semplice eppure profondo sull'età adulta tutto sommato inedito nel lavoro dell'autore.




Pur non rappresentando una novità per Shinkai, "Weathering with You" è lo stesso un'opera intrigante e spettacolare, che farà la gioia di chi ha amato i suoi precedenti lavori.

giovedì 10 ottobre 2019

3 from Hell

di Rob Zombie.

con: Sheri Moon Zombie, Bill Moseley, Sid Haig, Richard Brake, Danny Trejo, Jeff Daniel Phillips, Pancho Moler, Dee Wallace, Clint Howard, Kevin Jackson, Tracey Leigh, Sylvia Jeffries, Emilio Riviera, Austin Stocker.

Usa 2019
















Avevamo lasciato i Devil's Rejects 14 anni fa, su una stradina di campagna, fiondati a mille kilometri all'ora verso il mito, in un'elegia del cinema horror reminiscenza de "Il Mucchio Selvaggio". Una morte che li elevava a icone di un cinema oramai e per la prima volta crepuscolare, ultimi eroi di un "genere" già allora morente. E nel frattempo molte cose sono cambiate: il successo della Blumhouse e della sua filosofia di horror a basso budget è riuscito a ridare linfa vitale al cinema d'orrore americano, almeno su di un piano squisitamente produttivo. Rob Zombie, dal canto suo, ha avuto una carriera di tutto rispetto, imponendosi come l'ultimo vero autore del cinema di tale genere. Ma la nostalgia verso quel branco di cannibali sboccati era forse troppa per resistere. Bruciata l'opportunità di trasportali nel simil torture porn "31", Zombie riesuma i suoi eroi per un ultima cavalcata, divertente ma, purtroppo, non all'altezza delle aspettative.



Crivellati da decine di colpi a testa, Baby (Sheri Moon Zombie), Otis (Bill Moseley) e il capofamiglia Capitan Spaulding (Sid Haig, nella sua ultima apparizione) riescono miracolosamente a sopravvivere alla loro cattura da parte delle forze dell'ordine. Otis e Spaulding vengono condannati a morte, sentenza eseguita però solo verso quest'ultimo; Baby è invece dichiarata folle e rinchiusa a vita in un manicomio criminale.
Dopo dieci anni dietro le sbarre, Otis riesce a fuggire grazie all'intervento del fratellastro Wilson "Wolfman" Coltrane (Richard Brake). I due riescono poi a liberare la sorella e fuggono in Messico, dove un'altro confronto li attende...



Se con il capitolo precedente Zombie glorificava i suoi personaggi, ora si scontra con il lascito di quel mito. Scoperti i loro crimini, saliti alla ribalta durante il processo, i Firefly divengono celebrità, come successo con Charles Manson e Ted Bundy. Sapulding, in particolare, diviene perfetta maschera del circo mediatico che trasforma gli assassini in superstar, recitando un monologo che riporta alla mente quelli dei coniugi Knox di "Natural Born Killers", ma anche quelli di Amanda Knox.
Ma la critica, sottile e mai furibonda, verso una popolazione ammaliata dalla figura del male viene relegata al solo primo atto, in un film diviso in tre capitoli quasi a sé stanti.
Il secondo concerne solo la vendetta dei "3 dall'Inferno" verso i loro carcerieri, ed è qui che Zombie mostra il suo lato più anticonvenzionale. Le scene del massacro presso l'abitazione del direttore del carcere e della fuga dall'ospedale psichiatrico, così come quella del pestaggio fallito, vengono letteralmente smontate e rimontate in fase di montaggio, spezzettate in vere e proprie "schegge di follia omicida" che esplodono improvvisamente su schermo, per poi essere contestualizzate solo in un secondo momento. L'effetto è straniante e riesce a rendere la cattiveria dei personaggi ancora più feroce.
Peccato che, nel terzo atto, storia e messa in scena scadano nel convenzionale.



Come i pistoleri di Peckinpah, anche i cannibali di Zombie si spostano verso sud, oltre quel confine con il Messico che promette salvezza e libertà, solo per rivelarsi anch'esso ispido di violenza. Ma il confronto con una nemesi simile allo sceriffo Wydell del film precedente appare puramente pretestuosa, balzando fuori all'improvviso in una chiara carenza di idee. E l'esecuzione del massacro finale è meccanica e priva dell'ispirazione, nonché della brutalità che hanno sempre contraddistinto i personaggi. Persino l'epilogo è fuori luogo, con quella camminata sgraziata in teoria trionfante, in realtà frettolosa conclusione degli eventi.



Anche a causa del budget ristretto, lo stile di Zombie si fa più secco; al bando lunghi e sinuosi movimenti di macchina, ora la messa in scena si compone esclusivamente di inquadrature sghembe, primi piani strettissimi e campi medi che incorniciano solo i corpi dei personaggi, tutti ottenuti con camera multipla; la plasticità cede il posto definitivamente al montaggio spezzato, il quale si rivela scelta felice quando si tratta di ritrarre l'efferatezza degli omicidi, ma decisamente anticlimatica durante la scena d'azione finale, la quale risulta si brutale, ma anche priva di vera tensione, divenendo subito fredda.



Manca, in definitiva, la vera ispirazione, come se Zombie avesse perso il feeling verso le sue amate creature, richiamate solo per un'ultima (ma si spera non ultima in definitiva) avventura, decisamente non altezza dei capitoli precedenti, né dei migliori esiti di un autore ancora oggi sin troppo sottovalutato.



lunedì 7 ottobre 2019

Joker

di Todd Phillips.

con Joaquin Phoenix, Robert De Niro, Zazie Beetz, Frances Conroy, Marc Maron, Brett Cullen, Shea Whigham, Dante Pererira-Olson.

Usa, Canada 2019

















C'è una lezione da imparare riguardante il successo di "Joker"; e non si tratta della "legittimazione artistica dei comic-movie" che la vittoria a Venezia ha comportato: il riconoscimento dei film tratti da fumetti come genere dotato di una propria dignità, quando declinato in modo serio e corretto, avvenne già all'indomani dell'uscita di "Superman- Il Film", lodato anche dalla critica più intransigente.
La "morale" desumibile dall'accoglienza riservata al film di Todd Phillips riguarda non tanto in fenomeno dei comic-movie in sé, quanto la visione che si ha, ancora oggi, verso determinate tematiche, ottusamente definite come tabù nel cinema; è incomprensibile il polverone che il film ha sollevato trattando le tematiche dell'anarchia sociale e della rivolta violenta verso l'establishment. Incomprensibilità dovuta al modo in cui il film tratteggia il suo protagonista, ovvero come un deviato incapace di distinguere il bene dal male, un folle fatto e finito che trova nella violenza spicciola l'unica forma di reazione verso il prossimo, in un mondo che ha lui negato ogni forma di empatia. Un personaggio vicino ad infiniti modelli già visti su Grande Schermo: primo fra tutti il Travis Bickle di "Taxi Driver", ma anche l'Alex di "Arancia Meccanica" o ai coniugi Knox di "Natural Born Killers"; in tutti e tre i casi si tratta di pellicole che riprendono in pieno il punto di vista di psicopatici e assassini, che trattano la tematica, sempre attuale, della correlazione tra la violenza dei singoli e quella del sistema sociale in cui vivono. E, guarda caso, si tratta di pellicole anch'esse tacciate di "apologia della violenza" all'epoca della loro uscita.
Una miopia forse dovuta ad una forma di percezione del racconto del tutto sbagliata: solo perché il protagonista di una storia sia un personaggio deplorevole, non è detto che il racconto serva ad osannarne le gesta (e qui si potrebbe fare uno scontatissimo riferimento anche a Shakespeare, con i suoi "Macbeth" e "Riccardo III"); concetto che una società come quella americana odierna, abituata a gridare allo scandalo per ogni singola parola detta fuori dal coro, per ogni singola espressione, artistica e non, che si distacchi da quel compiaciuto, becero e ipocrita perbenismo in cui è annegata, è a dir poco dirompente.
E quando si è deciso di tirare in ballo i fatti di Aurora, la sparatoria alla prima di "The Dark Knight Rises" per il solo gusto di punzecchiare il regista, la polemica si è mostrata per ciò che è davvero, ossia una pura scusante per gettare del fango su di una operazione cinematografica fin troppo ardita e spiazzante, travestita da indignazione verso i suoi contenuti.
Polemiche inutili a parte, il "Joker" di Todd Phillips si è comunque rivelato come una delle riletture più riuscite e interessanti del personaggio, una pellicola intelligente e complessa, che non ha paura di essere spiazzante o cattiva, né di trattare tematiche adulte tramite l'uso di un personaggio nato per il puro intrattenimento.




Apparso per la prima volta su "Batman n°1" nel 1940, il Clown Principe del Crimine di Gotham è figlio sopratutto di Bill Finger, co-creatore di Batman assieme a Bob Kane, anche se un ruolo determinante nella sua caratterizzazione originale lo si deve al compianto Jerry Robinson. Il Joker viene creato come semplice villain "usa e getta" per l'Uomo Pipistrello, tanto che nella prima stesura della sceneggiatura della storia in cui esordisce, moriva a fine storia. Fu l'editor della DC Comics dell'epoca, Whitney Ellsworth, a vedere qualcosa di particolare in quello strano gangster il cui viso perennemente contratto in un ghigno satanico era ispirato a "L'Uomo che Ride"; l'iconicità del personaggio gli permise di sopravvivere e, con il tempo, arrivò anche il riconoscimento del pubblico, al punto che nel 1975  ottenne una serie tutta sua, durata però solo pochi numeri.
Già nei primi anni di pubblicazione, il Joker aveva tutti i tratti caratteristici che lo renderanno iconico: il sorriso sinistro, l'abito viola, pelle bianco pallido e capelli verdi, oltre che la sua arma preferita, il suo letale gas esilarante. E già nella sua prima incarnazione, viene caratterizzato più come un serial killer che un gangster, un deviato che incarna la paura di un pericolo in grado di cammuffarsi perfettamente nel tessuto sociale per poi esplodere senza controllo. Una pazzia perfettamente incarnata dal look folle, con la colourofobia che suscita usata come segno della follia strisciante sotto la pelle del personaggio. Pazzia che fa rima con anarchia, con la distruzione di tutte le regole sociali e morali, contrapposta alla fermezza morale del suo antagonista, quel Batman che invece con il suo aspetto rigido e sottilmente terrorizzante incarna l'ordine sociale e morale, la giustizia del sentimento comune.




Con l'avvento della Silver Age e del Comic Code, il Joker perde i tratti più oscuri della sua personalità: non più un gangster sadico e serial killer occasionale, viene ripensato come un semplice burlone che commette crimini per infastidire Batman e Robin. Il suo status di villain luciferino torna solo nella seconda metà degli anni '70 ed il rilancio della testata di Batman ad opera di Dennis O'Neil e Neil Adams. Mentre le sue origini vengono ufficializzate nel 1988 da Alan Moore nel mitologico "The Killing Joke": riprendendo una storia del 1951 firmata da Bill Finger, Moore lega a doppio filo l'esistenza di Joker a quella di Batman; è stato infatti quest'ultimo a causarne la caduta in una vasca di liquami che hanno sfregiato il viso e deturpato il corpo, portandolo oltre la soglia della follia.




Ma nel corso degli anni verranno presentate anche altre due versioni delle sue origini, tutte definite come canoniche; storie alternative che fino a qualche anno fa erano viste come causate dalla follia del personaggio, che ne causava anche una crisi di identità. Questo sino ai "New 52", dove Batman, con l'aiuto dei Nuovi Dei, scopre come dietro il ghigno malefico della sua nemesi si celino in realtà tre persone distinte, il che spiega anche i suoi diversi modus operandi e il variabile grado di sadismo.




Enorme è stato il riconoscimento su schermo ottenuto dal personaggio: senza voler scomodare le ormai mitiche performance di Jack Nicholson in "Batman" e di Heath Ledger in "The Dark Knight", basti ricordarne anche solo la prima incarnazione filmica, creata da Cesar Romero nel primo film su Batman del 1966, tratto dalla amatissima serie televisiva di quegli anni. Tant'è che il personaggio è finito per divenire non solo un'icona pop, ma anche un'icona filmica immediatamente riconoscibile sin da questa sua prima incarnazione. E a ciò va aggiunta anche la caratterizzazione datagli da Mark Hamill nella serie "Batman- The Animated Series" del 1992, anch'essa passata alla storia come una delle declinazioni del personaggio più riuscite; tanto che non scorretto affermare come l'unica incarnazione del personaggio che ha fallito nell'imprimersi nella memoria collettiva è stata quella data da Jared  Leto nel malriuscito "Suicide Squad".




Un film, questo "Joker", che potrebbe essere tranquillamente definito come "derivativo", perso com'è nella contemplazione del modello scorsesiano di messa in scena ed estetica, così come nella caratterizzazione di un protagonista psicotico e psicopatico che esplode quando capisce di avere l'intero mondo contro di lui.
Eppure, liquidarlo come un semplice prodotto di genere travestito da film d'autore non sarebbe, al contempo, giusto, a prescindere dai premi e dal successo di critica che sta ottenendo. Perché la visione di Todd Phillips, per quanto già vista migliaia di volte sul Grande Schermo, riesce davvero a funzionare. Merito anche e talvolta sopratutto di un Joaquin Phoenix gigantesco, della sua sconvolgente fisicità e della sua espressività sempre pronta ad esplodere.




Un Joker mai così umano, mai così empatico. Arthur Fleck è in tutto e per tutto un loser della Grande Mela, un personaggio uscito dritto dall'Inferno della New Hollywood, perso com'è in un girone dantesco personale dal quale non emergerà mai. Un uomo schiacciato dagli eventi e dalla follia atavica, alla costante ricerca di una figura paterna che non trova e che per questo continua a surrogare con qualsiasi figura di potere gli si pari innanzi. Un personaggio che viene plasmato dall'odio viscerale che sta consumando il mondo, al quale reagisce nel più naturale dei modi, ossia con una violenza pura e genuina, scaturita non dalla volontà di sopraffazione o affermazione personale, ma come pure reazione riflessa.



L'aspetto più interessante di questo Clown Principe del Crimine in embrione, Todd Phillips decide di esplorarlo quando ribalta la visione di Nolan e del suo "Batman Begins": laddove il Cavaliere Oscuro decideva di sua spontanea volontà di divenire un simbolo di giustizia, Joker diviene simbolo di anarchia per puro caso, acclamato dalle folle per un gesto che per lui ha un significato completamente antitetico. La mancanza di empatia diviene così il vero villain del film, sino all'escalation finale, dove la cattiveria strisciante prende la forma di una rivolta verso i padroni con la quale non si contesta nulla se non la mera esistenza della classe privilegiata. Una ribellione che in realtà non ha connotazioni politiche, quanto puramente viscerali, una versione distorta ed orrorifica della Contestazione Sessantottina incredibilmente verosimile e attuale: non sono forse quei violenti oppositori del regime troppo simili ai Social Justice Warriors e ai loro vuoti proclami?



Il punto nevralgico della narrazione, alla fin fine, è proprio qui, ossia la descrizione di una violenza che genera violenza, che si fa anarchia suo malgrado e a causa della vacuità emotiva delle persone.
A Phillips, di conseguenza, può essere solo rimproverato di usare un registro eccessivamente convenzionale, nel non lasciare che sia lo spettatore a carpire il messaggio dalle sole immagini, ricorrendo troppo spesso all'uso di dialoghi o intere scene esplicative.




Per il resto, "Joker" funziona (ed è proprio il caso di dirlo) sin troppo bene, dando una caratterizzazione solida al suo personaggio e al mondo in cui si muove, riuscendo a graffiare e a colpire allo stomaco nei momenti giusti, configurandosi come una rilettura interessante ed estremamente riuscita.


sabato 5 ottobre 2019

The Kid

 di Vincent D'Onofrio.

con: Jake Schur, Ethan Hawke, Dane DeHaan, Chris Pratt, Leila George, Vincent D'Onofrio.

Western

Usa 2019

















Rimettere mano ad una leggenda del calibro di quella di Billy the Kid è un'operazione alquanto rischiosa: troppo facile sarebbe darne una lettura moraleggiante o, peggio, trasformarla in una semplice operazione di nostalgia romantica, una versione imbastardita e più povera rispetto all'elegia commovente del capolavoro di Sam Peckinpah.
Nonostante questo, Vincent D'Onofrio, alla sua seconda prova dietro la macchina da presa, decide di confrontarsi con uno dei miti più famosi del West per darne una declinazione personale, interessante ma a tratti goffa.




La storia di William Bonney (Dane DeHaan) e dello sceriffo Pat Garrett (Ethan Hawke) si intreccia con quella di Rio Cutler (Jake Schur) e sua sorella maggiore Sara (Leila Geroge), in fuga dopo aver ucciso il padre, per difendersi dalla sua furia omicida.
Si assiste così al dipanarsi dei famosi eventi da un punto di vista esterno, quello di Rio, ipotetico doppio del giovane Billy; quest'ultimo è inizialmente ritratto come un fuorilegge scaltro e carismatico, incarnato perfettamente dal sorriso beffardo e dallo sguardo vispo di un perfetto Dane DeHaan. Un bandito che si ritrova in fuga senza sapere il perché, braccato da quello che un tempo era un suo amico per un crimine di poco conto. Pat Garrett. d'altro canto, è ritratto inizialmente come un tutore della legge spietato, pronto a massacrare chiunque si frapponga tra lui e la sua preda; i suoi metodi sono violenti e vili, caratterizzandolo come un antieroe ancora più immorale della sua controparte.



Una visione romantica che si riallaccia direttamente alla tradizione. Finché qualcosa cambia. La coincidenza tra le storie di Billy e Rio porta ad un avvicinamento tra i due, con la confessione del primo del dolore che lo attanaglia sin da giovanissimo, da quando ha intrapreso la carriera di criminale. Un peso dato dal peccato, da quel sentimento di pentimento costante eppure impossibile da abbracciare, non in un mondo violento e aspro come quello in cui è chiamato a muoversi. Billy diventa così figura tragica, la cui morte codarda altro non è se non un amplificatore di quella esistenza balorda dalla quale non è riuscito ad emanciparsi.
Garrett, d'altro canto, finisce per essere l'ancora di salvezza, un tutore della legge chiamato a vestire nuovamente i panni della figura paterna per ridare la vita ai giovani protagonisti. Ma su tutto aleggia un tono mortifero, una coltre di dannazione che non risparmia nessuna e che si configura come unica possibile catarsi per un pugno di personaggi chiamati a sporcarsi le mani quotidianamente pur di sopravvivere.



La rilettura, benché non originale, riesce lo stesso a convincere grazie al tono secco, mai apologetico o inutilmente spettacolare. D'Onofrio tuttavia, non sempre controlla la messa in scena, abbandonandosi talvolta ad uno stile sciatto, reso indigesto da un montaggio impreciso, che taglia con l'accetta molte sequenze. Senza contare come l'epilogo, con la sua nota positiva in coda agli eventi, risulti posticcio, del tutto ingiustificato da quanto visto in precedenza.
Se il racconto finisce per funzionare è, di conseguenza, merito più che altro dello script e del cast, che risolleva le sorti di un film interessante, anche se non memorabile.

mercoledì 2 ottobre 2019

Candyman- Terrore dietro lo Specchio

Candyman

di Bernard Rose.

con: Virginia Madsen, Tony Todd, Xander Berkley, Kasi Lemmons, Vanessa Williams, DeJuan Guy, Ted Raimi.

Horror

Usa, Inghilterra 1992















E' un vero peccato il fatto che un autore del calibro di Clive Barker non riceva più di tante attenzioni dal pubblico. Nonostante lo status di autore di culto e iniziatore della (fin troppo) lunga serie di "Hellraiser", del quale vanta la doppia paternità, sia narrativa che filmica, il nome di Barker non è riuscito ad imprimersi nell'immaginario collettivo come quello del collega ed estimatore Stephen King.
Un artista, Barker, che ha toccato praticamente ogni medium: oltre alla letteratura, è stato pittore, regista, ha curato la direzione artistica di un videogame ("The Undying") e prestato il suo nome ad una serie di action figure (le "Tortured Souls"). E tra i vari adattamenti che le sue opere hanno trovato sul Grande Schermo, forse il più riuscito concerne il racconto "The Forbidden", adattato da Bernard Rose nel cult "Candyman".



Un adattamento che riprende lo spirito della controparte cartacea e lo eleva ad un livello successivo: quella che era una riuscita storia ai limiti del metanarrativo, su schermo si colora di un sottotesto sociale sottile e penetrante, che aggiunge interesse ad un racconto già di per sé stesso coinvolgente.
Protagonista e punto di vista è il personaggio di Helen Lyle (interpretato dalla sempre bellissima Virginia Madsen, in uno dei pochi ruoli da protagonista della sua carriera), laureanda dell'Università di Chicago alle prese con una tesi sul folklore metropolitano, che la porta ad indagare sulla leggenda urbana di Candyman (Tony Todd), spirito vendicativo di un afroamericano linciato a morte, il quale emerge dalle ombre qualora il suo nome venga pronunciato per cinque volte davanti ad uno specchio.



Una storia che si rifà al tessuto stesso del folklore urbano: infinite sono le leggende e i miti orrorifici, anche cinematografici, basati sull'evocazione di un fantasma rabbioso pronunciando un nome davanti ad uno specchio. "Candyman", però, fa di più e si insinua in quella linea di confine tra leggenda e realtà. Il mito dell'assassino che emerge dallo specchio è infatti basato su una serie di reali omicidi effettuati da killer che riuscivano ad entrare nelle abitazioni delle vittime smontando l'armadietto a specchio del bagno. Mentre l'idea di un assassino con un uncino al posto della mano è un vero e proprio racconto folkoristico che gira nel mid-west americano da quasi cento anni.



Bernard Rose è attento ad evitare le trappole più ovvie nello sviluppo di una storia del genere. Lo schematismo proprio degli slasher viene per prima cosa gettato via, preferendo una progressione più in linea con l'horror gotico; il mistero della "casa infestata" viene spostato dalle magioni ottocentesche ai condomini popolari del XX Secolo (il Cabrini-Green di Chicago, vero palazzone di case popolari infestato da bande di microcriminali). Il condominio e lo squallore urbano nel quale è immerso vengono immersi così in un'atmosfera ultraterrena, che trova la sua nota di originalità proprio nell'estrema mondanità delle scenografie, che riescono a trasmettere un senso di inquietitudine e abbandono anche grazie alla bellissima fotografia, la quale taglia con la luce ogni angolo per ricercare inquadrature evocative.
L'atmosfera si fa così incredibilmente terrena e al contempo squisitamente onirica, anche grazie al montaggio visionario, che alterna la realtà alle allucinazioni della protagonista.



Sempre sul doppio binario della dicotomia tra realtà e fantasia, gioca la caratterizzazione del villain, Candyman, impersonato dal possente e carismatico Tony Todd, praticamente l'unica maschera, assieme al Ghostface di "Scream", del cinema horror americano degli anni '90. Un essere che ha un background storico che affonda le radici nel lato oscuro della storia degli Stati Uniti: figlio di un ex schiavo e artista rinomato, venne linciato da un gruppo di balordi per il solo fatto di aver avuto una relazione con una donna bianca. Si affaccia così nella storia il duplice spettro dell'intolleranza e della vergogna per un passato di sangue: da un lato lo spauracchio dell' "uomo nero" pronto ad insidiare la figura femminile non emancipata e per questo perennemente subordinata al maschio bianco, di conseguenza intollerante; dall'altro il peso per quella violenza atavica che nella società odierna (oggi più che nel 1992) non deve trovare rappresentazione, divenendo ricordo e identità rimossa dalla società stessa. Candyman, su di un primo piano narrativo, è quindi lo spettro del passato che ritorna per mietere nuove vittime, in cerca di vendetta per il torto subito. E come avvenuto per "La Casa Nera" di Craven, anche "Candyman" ha anticipato in parte le rivolte dei ghetti, la ribellione di quegli "ultimi" non solo dimenticati dalla società, ma persino beffati da un sistema giudiziario iniquo.



Allo stesso modo, Candyman rappresenta la forza innata del folklore, di quella fantasia interconnessa al tessuto sociale che dà vera e propria vita ai miti; la sua vera natura, di fatto, non viene mai rivelata, facendo capire allo spettatore come esso possa sia essere uno spettro tornato dal mondo dei morti, così come una manifestazione di una coscienza collettiva che, dando credito alle leggende urbane, concede loro una forma di vita e di immortalità. Candyman, per suo stesso dire, può "esistere senza esistere davvero", essendo una manifestazione di quella paura che la sua storia suscita e di quei riti (il falò finale) ad essa collegati.



La tensione, durante la visione, è sempre ben condotta, l'atmosfera viene preferita ai jump-scare, rendendo questo piccolo-grande film un perfetto esempio di macchina di intrattenimento, anche oltre le riflessioni che suscita. Una pellicola che a distanza di quasi trent'anni dalla sua uscita in sala, risulta essere ancora divertente, oltre che estremamente interessante e riuscita.