giovedì 27 ottobre 2016

Doctor Strange

di Scott Derrickson.

con: Benedict Cumberbatch, Mads Mikkelsen, Chiwetel Ejiofor, Tilda Swinton, Benedict Wong, Rachel McAdams, Benjamin Bratt, Scott Adkins.

Fantastico

Usa 2016
















Il 2016 è l'anno nel quale il fenomeno del cinecomic (nella forma della trasposizione da fumetto a film) ha raggiunto un culmine quantitativo. Davvero inusitato il numero di pellicole tratte da fumetti supereroistici che hanno invaso le sale: la sorpresa "Deadpool", il deludente ma molto più riuscito di quanto si voglia ammettere "Batman v. Superman: Dawn of Justice", la risposta targata Marvel "Captain America- Civil War", il dimenticabile "X-Men- Apocalisse", lo stralunato "Suicide Squad", senza contare l'uscita di "Batman: The Killing Joke" e l'italiano "Lo Chiamavano Jeeg Robot", che pur non essendo basato si di una matrice cartacea, omaggia in modo diretto il fenomeno cine-supereroistico.
A conclusione, nell'ultima parte della stagione, arriva il secondo film della Marvel Studios, forse uno dei più attesi, sicuramente quello con maggiori potenzialità: l'adattamento del visionario Dottor Strange, uno dei personaggi più singolari della Casa delle Idee. E tanto per cambiare, la sua trasposizione è a dir poco fiacca.




Creato da Steve "Spider-Man" Ditko nel 1963, Stephen Strange (l'allitterazione come al solito è d'obbligo) è un coacervo di tutte le influenze contro-culturali che all'epoca attraversavano l'America. Ex chirurgo la cui carriera è stata stroncata da un incidente d'auto, Strange diviene in breve tempo lo Stregone Supremo e si stabilisce nel Greenwich Village per dedicarsi alla difesa del piano esistenziale da minacce demoniache. Con Strange, Ditko introduce l'elemento fantastico di natura magica e sovrannaturale in un universo Marvel all'epoca principalmente caratterizzato da elementi fantascientifici e fantasy. Demoni transdimensionali, entità di stampo lovecraftiano, diavoli e maghi si riversano tra le pagine dell'albo, con disegni dai colori sgargianti, acidi, inni psichedelici alla fantasia più sfrenata, che di concerto alle opere fantastiche che di lì a poco il grande Jack Kirby firmerà, trasformerà il mondo della Marvel in una sorta di sogno surreale e allucinato, una fantasia hippie ancora oggi affascinante per la sua carica visionaria. A fronte, ovviamente, di storie naif, dove ogni forma di complessità (pur quella basica della Silver Age) viene bandita in favore della pura estetica.




Il film di Scott Derrickson è però solo il terzo adattamento delle avventure dello Stregone Supremo. Un soggetto tanto appetitoso, naturalmente, stuzzicava da anni le menti di registi e sceneggiatori. Già nel 1978, un primo progetto di adattamento vide la luce nella forma di un film omonimo: "Doctor Strange", oggi reperibile solo in VHS su suolo americano, è un piccolo film per la televisione, episodio pilota di una serie purtroppo mai iniziata, negli anni nei quali il piccolo schermo era la patria di perle come la serie sull'Incredibile Hulk con Lou Ferrigno o la più camp Wonder Woman con Lynda Carter. "Doctor Strange" rimaneva più o meno fedele ai personaggi dell'omonimo albo, variando solo in parte la caratterizzazione del protagonista (interpretato da Peter Hooter), ora erede della carica di Stregone Supremo in lotta contro la villain Morgana LeFay (una giovane Jessica Walter). Piuttosto che rifarsi allo stile visionario delle tavole di Ditko, questa piccola produzione riprende stile ed atmosfere dal filone horror demoniaco degli anni '70: i titoli di testa, davvero sinistri, sembrano quelli di un sequel apocrifo de "L'Esorcista" (1973), il prologo sembra uscito da un sandalone di Mario Bava intriso di visioni sataniste, mentre molte sequenze non sfigurerebbero in un horror gotico stile Hammer.
Nonostante gli scarsissimi valori produttivi, questa prima trasposizione riesce a tratti ad impressionare, tanto che viene da rimpiangere la mancata prosecuzione della serie, dovuta ad un flop di ascolti causato dalla messa in onda del pilot in contemporanea alla trasmissione degli ultimi episodi della storica serie "Radici".




Nel 1992 è invece il turno della Full Moon Productions di Charles Band a cimentarsi con una trasposizione delle avventure del Dottor Strange. Band, cresciuto con i fumetti di Ditko, comincia una trattativa per ottenerne i diritti già alla fine degli anni '80, ma i dirigenti della Marvel, preoccupati di un possibile flop come accaduto con gli adattamenti de Il Punitore e, sopratutto, Howard il Papero, tergiversano e fanno saltare ogni possibile accordo. Ma Band non demorde e crea "Dr. Mordrid" (in Italia distribuito con un titolo al solito strambo: "Invasori dalla IV Dimensione"), adattamento apocrifo del personaggio, privo degli iconici baffoni, eppure vicinissimo alle atmosfere e alle tematiche sovrannaturali del fumetto. Protagonista è un Jeffrey Combs al solito encomiabile nei panni di uno Stephen Strange non autorizzato, alle prese con una versione non ufficiale del demone Shuma-Gorath. Dal comic tornano tutti gli elementi caratterizzanti: lo status di Stregone Supremo di Mordrid, la minaccia extradimensionale, il richiamo ai diversi piani dell'esistenza, finanche il "sancta sanctorum", il rifugio del dottore nel Greenwich Village. Ed anche in questo caso, nonostante i valori produttivi risibili ed una trama basilare, il prodotto finale è dignitoso ed a suo modo divertente.




Questi due adattamenti flagellati da budget inesistenti, pur basandosi su mitologie e forme estetiche ben collaudate, riuscivano ad avere una propria personalità; il "Doctor Strange" di Scott Derrickson e del dio-demiurgo Kevin Feige ha invece un budget da kolossal, ma non ha un'anima.
Tutto ciò che appare su schermo per i 115 minuti di durata è derivativo o, nella migliore delle ipotesi, blando. A partire dal protagonista, Stephen Strange, al quale Cumberbatch regala la sua faccia da alienato e lo sguardo sardonico, ma non riesce a concedere un vero ed autonomo carattere. Strange è qui una sorta di cugino inglese del Tony Stark di Robert Downey Jr.: un genio egocentrico ed egoista dalla battuta sempre pronta, in grado di lanciare frecciatine e punchline da quinta elementare anche nel bel mezzo di un duello tra stregoni; l'unica differenza con il miliardario berlusconiano in armatura risiede nell'aplomb del proprio attore, che gli impedisce di cadere nei territori del tamarro smargiasso, ma nulla più.
Tutti gli altri personaggi sono puro contorno e totalmente funzionali: l'interesse amoroso che provvede a tutto (la McAdams, come al solito bellissima e sprecata, tanto che la sua sottotrama ad un certo punto scompare nel nulla), l'amico di colore più saggio (Chiwetel Ejiofor, qui per puri motivi alimentari), il saggio maestro che inizia l'eroe al suo cammino e ovviamente il cattivone di turno, al quale nemmeno il faccione di Mads Mikkelsen riesce a conferire vero carisma. Tra tutti, sono proprio questi ultimi due ad essere le figure più tartassate: il superamento del canonico confine tra bene e male, pur essendo parte essenziale dell'esilissima storia, non viene mai approfondito e alla fine licenziato con una battutina d'accatto che getta una luce sinistra involontaria su tutto il roaster di personaggi, prova di come lo script sia carta straccia.




Il curriculum horror di Derrickson non inganni: ogni visione, immagine e trovata qui è genuinamente derivativa. Le tavole psichedeliche dai colori acidi di Dikto tornano solo nel finale e in una sequenza a metà film nella quale la messa in scena si rifà più al campionario visionario kubrickiano che a quello cartaceo. Per il resto, tutte le visioni sono riprese dall' "Inception" (2009) di Nolan, con le architetture urbane trasformate in cubi di Rubik o in geometrie escheriane caleidoscopiche; i combattimenti che sfidano la gravità e che cambiano prospettive con il movimento dei personaggi sono anch'essi ripresi da Nolan, ma condotti con il pilota automatico, senza guizzi né tensione; la mancanza di personalità rende la mera influenza pura derivatività, sia nelle forme che nella palette di colori adoperata, con una predominante grigia che ha davvero poco a che fare con una storia a base di stregoni e dimensioni demoniache. Persino la fotografia in interni ricorda quella di Wally Pfister, al punto che arrivati alla scena dell'incontro tra Strange e l'Antico sembra di assistere ad una sorta di parodia di "Batman Begins".
E giusto per rendere il tutto più insipido, tutti i discorsi sul bene e sul male, sul misticismo, sui piani dimensionali e sulla forza della mente sono vuoti, affidati a dialoghi privi di mordente e incredibilmente verbosi, prova di come già in sede di script nessuno si sia adoperato più di tanto per dare un contenuto che sia uno ad un film troppo apertamente alimentare.





"Doctor Strange" è in sostanza il più classico film targato Marvel Studios che si possa immaginare: un prodotto piatto, privo di anima, tirato su solo per portare il personaggio su schermo, senza una vera visione alla base o anche la minima capacità di concedergli una dignità che non sia prettamente economica. I fanboys gioiscano, per tutti gli altri c'è solo disappunto.





EXTRA

In un mondo dove il Politically Correct è divenuto un imperativo ai limiti del marziale, si fa presto a scandalizzarsi per il cosiddetto "whitewashing" dei personaggi, ossia il cambiamento della razza per renderli più vicini all'estetica occidentale. Di recente si è fatto un gran parlare del casting di Scarlett Joahnsonn per il ruolo della protagonista nel remake di "Ghost in the Shell", lanciando accuse di razzismo a destra e a manca. La scelta di trasformare l'etnia di un personaggio può in realtà dipendere da diverse ragioni, non ultima quella commerciale: non esistendo una diva asiatica famosa anche in occidente, la Johanson diviene una scelta quasi obbligata.
Dal canto loro, invece, Derrickson e Feige non avevano certo un problema del genere al momento di scegliere l'attore che doveva incarnare l'Antico su schermo, personaggio di origini tibetane, il cui look ben avrebbe potuto essere incarnato da un qualsiasi attore orientale, come ad esempio Chow Yun Fat o Robin Shou. Ma allora perché prendere l'inglese Tilda Swinton?



Investito dalla domanda in occasione della presentazione del primo teaser del film, Feige si è giustificato affermando come il Tibet non sia una nazione e che per questo si sono dovuti adattare di conseguenza. Risposta che si può facilmente etichettare come razzista (e vien da chiedersi come potrebbe a sua volta rispondergli il Dalai Lama sentendola).
La verità forse è ancora più prosaica: "Doctor Strange", così come tutte le grandi produzioni americane, sta puntando sempre più verso il mercato cinese ed è inutile sottolineare il modo in cui il governo di Pechino vede la questione tibetana. Il whitewashing del personaggio forse è servito per non offendere gli investitori cinesi; e a quanto pare ha funzionato: la censura di regime proibisce la distribuzione su suolo nazionale di pellicole che "propagandano" tematiche sovrannaturali e superstiziose (basti vedere la mancata distribuzione del remake di "Ghostbusters", che ha fortemente danneggiato la Sony), ma a quanto pare la sua scure non si è abbattuta sull'ultima fatica di Feige. Potere del denaro.

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