sabato 2 novembre 2013

L'Uomo d'Acciaio

Man of Steel

di Zack Snyder

con: Henry Cavill, Amy Adams, Michael Shannon, Russell Crowe, Kevin Kostner, Laurence Fishburne, Diane Lane.

Fantastico/Supereroistico

Usa (2013)














Giunge a conclusione, almeno per il momento, la mia personale "immersione" nel mondo dei fumetti su schermo, che riprenderà, quasi sicuramente, la prossima primavera con "l'avvento" delle nuove avventure di Spider-Man e degli X-Men su Grande Schermo; ultima tappa dell'excursus che coincide con il suo principio, ossia con il nuovo adattamento del padre dei supereroi, il Superman del duo Siegel-Shuster, che torna al cinema in occasione del 75° anniversario dalla sua creazione con un reboot concepito dal duo Christopher Nolan/David Goyer per rilanciare il personaggio dopo il flop di "Superman Returns" (2006); progetto ambizioso e fortemente voluto dai capi della Warner come "apripista" di un nuovo franchise per la trasposizione di tutto l'universo Dc, che si pone come versione moderna e "adulta" del vecchio Superman degli anni '70, in particolare dei primi due film, già omaggiati da Synger e che qui rivivono in una sorta di remake mascherato da reinvenzione.


Tentare di dare nuova linfa vitale ad un personaggio archetipico quale Superman è, di per sé, un'impresa titanica; lo è ancora di più se si tiene conto di come, nel corso degli anni, la sua storia sia stata raccontata talmente tante volte da portare ad una vera e propria sovraesposizione delle sue origini e della sua caratterizzazione; è impossibile tentare di stupire il pubblico con una storia che, dopo 10 stagioni dell'orrendo serial "Smallville", cinque film ed una serie animata, è divenuta un vero e proprio archetipo del mito moderno; Goyer, in sceneggiatura, decide dunque di ripercorrere quanto fatto in passato da Mario Puzo e Richard Donner: costruire la prima parte del film come un antefatto, il secondo atto come una maturazione e il terzo come uno scontro tra Superman e il villain, questa volta incarnato direttamente da Zod, in modo da "chiudere il cerchio" sulle origini dell'eroe in un'unica pellicola; il rischio di dejà-vù viene fortunatamente evitato grazie alla scrittura non lineare, ad una costruzione in flashback simile a quella usata dall'autore in "Batman Begins" (2005) e che qui funziona anche meglio grazie alla semplicità della trama.


Proprio come nella pellicola del '78, anche in questo "Man of Steel" è l'antefatto a costituire la parte più interessante; la descrizione di un mondo lontano, dalla cultura e dai costumi così diversi dalla Terra eppure così simili vengono ben rappresentati sia dalla direzione artistica (che si rifà al fantasy classico e svecchio definitivamente l'immaginario kryptoniano dalla precedente versione) che dalla regia di Snyder, il quale abbandona per la prima volta ogni sorta di effetto in post-produzione donando alle immagini una fisicità inconsueta per i suoi standard. Sfortunatamente, è proprio in questo primo atto che l'incompetenza di Goyer come sceneggiatore si palesa prepotentemente; temi quale l'eugenetica, il controllo delle nascite e lo sfruttamento incontrollato delle risorse naturali vengono introdotti solo come pretesti narrativi e mai approfonditi, sottraendo riflessioni potenzialmente interessanti sulla odierna società post-industriale e disinnescando, malauguratamente, ogni forma di interesse; mancanza di contenuti cui si aggiunge anche una pessima costruzione delle scene per l'introduzione del villain Zod, il quale entra in scena come un qualsiasi cattivo spaccatutto neanche si fosse in un action degli anni '80; il suo rapporto con Jor-El in teoria dovrebbe essere uno dei fulcri narrativi dell'intera pellicola, ma viene liquidato velocemente, con un fulmineo scambio di battute tra i due, annientando ogni possibile forma di interesse verso la loro caratterizzazione; i due personaggi, in teoria due poli opposti, dovrebbero incarnare la virtù militare ferrea e spietata, ma comunque votata al bene del proprio paese, contrapposta alla più benigna virtù scientifica, ma la pessima scrittura li schiaccia sotto il peso dello stereotipo e i personaggi finiscono così per vivere solo ed esclusivamente grazie alle performance di Crowe e Shannon; in particolare, quest'ultimo riesce a fare del suo istrionismo una forza e a donare a Zod una forza che buca lo schermo e colpisce in pieno lo spettatore, creando un antagonista serio e credibile, nonostante la piattezza della scrittura.


Scrittura che continua a mostrare il fianco anche nel secondo atto, in cui la scoperta delle origini aliene dell'eroe viene liquidato con sufficienza; in particolare il suo rapporto con Jor-El viene costruito in modo semplicistico e senza mordente; molto più enfatico e credibile è invece il rapporto con Jonathan Kent, splendidamente interpretato da un redivivo Kevin Kostner, il quale mostra il lato più umano e sensibile di Superman, donandogli un aura di fragilità inedita, almeno al cinema; Superman diviene, per la prima volta, un uomo dilaniato dall'incertezza e stretto tra due nature, perennemente in dubbio su come usare i suoi poteri; tuttavia, anche in questo caso l'introspezione viene usata solo per fini narrativi, senza arrivare mai davvero ad una catarsi drammatica.
Tuttavia, la grande intuizione della pellicola, che la rende davvero interessante, risiede proprio nel secondo atto: raccontare la storia del re dei supereroi come un film di fantascienza vero e proprio, dando risalto al contatto con una civiltà aliena; il ricorso al registro fantascientifico permette agli autori non solo di creare una storia originale rispetto agli standard del comic-movie tipico, ma anche di dare una caratterizzazione più solida al personaggio; Superman torna così alle sue origini primigenee di "moderno messia": purgato da ogni retorica filopatriottica, torna ad incarne l'ideale cristologico post-moderno ed emersoniano inizialmente ideato dagli autori; simbologia cristiana che appaiata alla forte umanità concessa al personaggio crea un'empatia unica, che porta davvero a patteggiare per il super-uomo attanagliato dai dubbi sulla sua natura e sul suo ruolo nel mondo. L'incontro con i Kryptoniani diviene così puro incontro con l'ignoto e scontro con la propria natura e con il determinismo, in ottemperanza all'ideale, puramente occidentale, della volontà come vera forza plasmante del mondo; tema interessante, ma che viene sempre e comunque usato come mero pretesto narrativo.


Cosa c'è, dunque, da salvare in questo reboot? Di sicuro non la storia, come detto già vista e mal riproposta; di interessante restano i personaggi, tutti caratterizzati a dovere e in modo originale; Superman diviene l'incarnazione dell'essere orfano in cerca di sè stesso, e poi il simbolo del "salvatore" laico, un superuomo che, conscio dei propri limiti e dell'ostilità del mondo, decide lo stesso di agire per il bene dei molti, conquistando, finalmente, una statura mitica e al tempo umana; un eroe mai così umano e fragile e, per questo, mai così interessante; Zod è l'incarnazione del "male relativo", un villain, si, ma che persegue un ideale di per sé stesso giusto, ossia la salvezza del suo pianeta natale; e Lois Lane perde definitivamente la connotazione di "ragazza da salvare" divenendo una reporter intrepida, un personaggio per la prima volta con un ruolo "attivo" nella storia.


L'immancabile storia d'amore tra l'eroe e la bella rappresenta anch'essa una piacevole sorpresa: costruita totalmente sugli sguardi e sulle azioni dei personaggi, piuttosto che sui dialoghi o smancerie assortite, è forse la prima vera love-story adulta che si vede su grande schermo in un comic-movie, perfetta erede del romanticismo fantastico e poetico della pellicola del 1978.
Se la storia riesce e reggere per le oltre due ore di durata, il merito è anche (forse sopratutto) del magnifico cast: tolti i già lodati Shannon e Kostner e la sempre brava Amy Adams, è Henry Cavill la vera rivelazione, che con il suo volto angelico e sofferente riesce a rendere credibile un personaggio che, nelle mani di un attore meno dotato, sarebbe facilmente scaduto nella caricatura, dimostrandosi degno erede del mai troppo lodato Christopher Reeve.
Tuttavia, alla fine ciò che rende davvero unico il film è la forte spettacolarità: la regia di Snyder riesce a valorizzare la storia e a regalare immagini davvero incredibili, come nella parte iniziale, con la descrizione e la distruzione di Krypton; ma è nel finale che il film esplode in un tripudio di effetti speciali elevati a puro spettacolo visivo, dove lo scontro tra superuomini viene costruito come un vero e proprio disaster-movie, regalando dosi di deflagrazioni e tensione davvero inusitate persino per un blockbuster americano, tanto da far sembrare la battaglia finale di "The Avengers" (2012) una scaramuccia da due soldi, pur mettendo in scena due soli personaggi che si scontrano.


La "resurrezione" di Superman al cinema può dirsi tutto sommato riuscita: "Man of Steel" riprende il meglio della tradizione superoistica al cinema, fatta di spettacolari sequenze ed effetti speciali scintillanti, e lo fonde con una caratterizzazione inedita e fresca del personaggio; resta la forte curiosità per il seguito di questa "nuova saga" dell'eroe kryptoniano, con un confronto con Batman che si preannuncia, già sulla carta, spettacolare.

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