domenica 13 luglio 2014

Enemy

di Denis Villeneuve.

con: Jake Gyllenhall, Mélanie Laurent, Sarah Gadon, Isabella Rossellini.

Canada, Spagna (2013)

















 ---SPOILERS INSIDE---

Con il precedente "Prisioners" (2013), Denis Villeneuve si era addentrato nella psiche di un uomo in rotta di collisione verso il suo lato più oscuro e animalesco; con "Enemy" tenta un operazione ancora più affascinante: scandagliare lo stato mentale di un personaggio totalmente dissociato da sé stesso e dalla realtà; purtroppo l'esito non è altrettanto interessante e coinvolgente.


Adam (Jake Gyllenhall) è un professore universitario perso nella spirale di una routine priva di fascino e sentimenti; passa le sue giornate insegnando storia, vive in un appartamento spoglio e frequenta la bellissima Mary (Mélanie Laurent), la quale però non gli offre nessun brivido capace di smouverlo dal torpore che lo attanaglia. La sua esistenza viene sconvolta quando scopre, per caso, di avere un sosia: Anthony, un attoruncolo di quart'ordine dedito a passtempi lascivi e deviati.


Per 90 minuti lo spettatore viene catapultato nel mondo catalettico di Anthony, nella sua vita spoglia e piatta filtrata attraverso il suo unico punto di vista; Villeneuve si rifà apertamente a Lynch e ammanta la vicenda in un'atmosfera onirica e distorta a tratti genuinamente opprimente. Ma le sue visioni non sconvolgono quanto quelle del grande autore americano e la pellicola non riesce mai ad essere davvero disturbante.


Anche nella caratterizzazione dei personaggi l'autore mostra il fianco; non si capisce davvero in cosa i due sosia debbano essere diversi, se non che nei gusti culinari e sessuali; il tema del doppio non trova così una declinazione originale, né interessante, tanto che in più punti ci si chiede perchè il tono narrativo si faccia cupo ed alienante oltre i limiti della sopportazione. La risposta risiede in quell'ultimissima scena, che con un colpo di spugna cancella tutte le certezze dello spettatore.


"Enemy" non è e non vuole essere l'ennesima disanima sull'essere umano e la sua ideale nemesi, quanto uno spaccato di un uomo alla deriva, perso nei rivoli del caos della sua mente, totalmente in preda ad un alienazione che lo porta a non scindere più il reale dall'immaginario. 
Anthony è Adam, o forse Adam è Anthony; l'attore è la maschera del professore o il professore è il sogno di tranquillità di un divetto votato all'eccesso, la cui psiche va in frantumi a causa dei peep-show zoofili a cui assiste. 
Non vi è una risposta finale, uno scioglimento in grado di dare una certezza; anzi: proprio quell'ultima scena distrugge ogni forma di certezza che lo spettatorie si era creato nell'ora e mezza precedente per dare un unico indizio su una porzione della "realtà" a cui si è assistito.


E nonostante il fascino di un intreccio ben oliato, il film non riesce a convincere; vuoi per un ritmo troppo prolisso, volto a creare un'atmosfera straniante a tratti meramente pretenziosa; vuoi per il tono fin troppo compiaciuto con cui Villeneuve porta in scena la sua tesi: talmente rarefatto e ricercato da ricordare il delirio autoriale di "Solo Dio Perdona" (2013). 
Tant'è che alla fine ciò che resta più impresso è la performance di Jake Gyllenhall, che, pur senza raggiungere i vertici di eccelenza di altri (grandi) attori chiamati in passato a dar vita a ruoli simili (su tutti il Jeremy Irons dello splendido "Inseparabili"), riesce comunque ad essere credibile in un doppio ruolo sicuramente non semplice.

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