sabato 19 luglio 2014

Alien

di Ridley Scott.

con: Tom Skerrit, Sigourney Weaver, Ian Holm, John Hurt, Yaphet Kotto, Veronica Cartwright, Harry Dean Stanton, Bolaji Badejo, Helen Horton.

Fantascienza/Horror

Usa, Inghilterra (1979)














---SPOILERS INSIDE---

Una premessa è d'obbligo: "Alien" non è un film originale; molte delle intuizioni avute da Ridley Scott e da Dan O'Bannon (qui sceneggiatore) sono state riprese da un piccolo film italiano del 1965, quel "Terrore nello Spazio" con il quale il mai troppo lodato Mario Bava riusciva, per la prima volta, a fondere efficacemente fantascienza ed horror; dal gioiello di Bava, i due riprendono anche l'idea dell'alieno come parassita carnivoro ed alcune inquadrature, come quella dell'approccio all'astronave aliena, ma anche la struttura "a morti progressive", che da "Halloween" (1978) in poi prenderà il nome di "slasher", ma che era già stata teorizzata da Bava in "Reazione a Catena" (1971) e nello stesso "Terrore nello Spazio".  Debito che nessuno dei due autori ha, tra l'altro, mai ammesso, citando come uniche fonti di ispirazione "2001: Odissea nello Spazio" (1968), "Guerre Stellari" (1977) e il cult di Tobe Hooper "The Texas Chainsaw Massacre" (1974), che ha detta di O'Bannon lo ha portato ad ideare una forma di ibridazione tra l'horror viscerale della New Wave americana e la fantascienza classica.
Detto questo, "Alien" resta comunque una delle pellicole più influenti dell'intera Storia del Cinema, un ideale spartiacque nel cinema del terrore e uno degli esempi più fulgidi di fantascienza visionaria e post-moderna.


La storia della genesi del film è talmente complessa ed affascinante da poter essa stessa divenire materia per una narrazione a parte. Nel 1976, Dan O'Bannon ritorna in America dopo il naufragio del progetto di adattamento di "Dune" da parte di Alejandro Jodorowsky; senza un soldo, O'Bannon passa più di una notte sotto i ponti e quando può cerca un rifugio per mangiare e sviluppare un'idea per un film di fantascienza: una pellicola con protagonista un alieno antropofago e genuinamente maligno, progetto che voleva realizzare già all'indomani di "Dark Star" (1974), nel quale, a causa della scarsità di mezzi, non era riuscito a dare una forma credibile all'alieno che infastidisce l'equipaggio della nave protagonista del film.
Un anno dopo, la sceneggiatura è pronta; O'Bannon, per accattivarsi i produttori hollywoodiani, la battezza "Star Beast", in modo da far credere loro che si tratti di un film nato per cavalcare l'onda del successo di "Star Wars". Al progetto si avvicina da prima il regista Walter Hill e poi la Fox, che decide di produrlo con Hill in cabina di comando; ma gli impegni del grande autore con un altro cult di quegli anni, quel "The Warriors" che pure sovvertirà gli schemi e lo stile del cinema di genere nello stesso anno di "Alien", portano i produttori a stilare una short.list di potenziali registi, tra i quali spunta persino Robert Aldrich, subito scartato a causa del poco entusiasmo che pare riversasse sul progetto. Viene quindi scelto Ridley Scott, all'epoca reduce dal successo al festival di Cannes del suo esordio "I Duellanti"; e Scott infonde al film una carica visionaria e professionale unica: sempre dall'abortito progetto di Jodorowsky, il regista inglese richiama Chris Foss e sopratutto il pittore H.R.Giger, incaricato di dare una forma disturbante e mostruosa alla creatura e al mondo in cui si muove. Ed il risultato è a dir poco visionario.


Il futuro ideato da Scott e Giger è il concetto stesso di fanta-scienza e l'astronave Nostromo è la vera (ideale) protagonista del film; lungi dall'essere un luogo sicuro, pulito ed asettico come le navi spaziali che fino ad allora il cinema fantastico aveva presentato al pubblico, la Nostromo è un coacervo di tecnologia industriale ed elettronica che sembra avere vita propria; i suoi corridoi bui e stretti sono intasati da componenti elettrici che ostruiscono ogni singolo dettaglio delle inquadrature, viscere di un essere vivente il cui cervello è "Mother", il computer di bordo; ideale evoluzione dell' HAL9000 del capolavoro di Kubrick, Mother non è un semplice "super-cervello impazzito", bensì una mente razionale conscia del proprio male e della sua necessità; Mother è l'incarnazione del cinismo scientifico, o quanto meno del suo lato più distruttivo ed inumano, e per questo, in fin dei conti, è un personaggio ben più spaventoso dello stesso alieno.


Se la Nostromo è il punto di arrivo di una tecnologia sempre meno artificiale e per questo sempre più vicina alla vita organica, l'equipaggio della stessa rappresenta un'ideale "pezzo di umanità" di XXI secolo; i sette membri dell'equipaggio non sono archetipi o stereotipi delle classi lavorative di appartenenza (il comandante Dallas, il primo ufficiale Ripley, l'ufficiale medico Ash, l'ufficiale di rotta Lambert, lo scienziato Kane e i manovali Brett e Parker), bensì sette volti della psicologia umana (e non) incarnati in altrettanti personaggi, con tutte le loro debolezze e controsensi ad ostacolarli.
Dallas (Tom Skerrit) è il maschio alfa, il comandante in capo nonchè protagonista effettivo della prima parte del film; è lui ad avere il controllo (virtuale) in ogni situazione, dall'esplorazione del planetoide all'autopsia della prima forma dell'alieno; ma la sua capacità di comando è puramente pretenziosa: lascia le decisioni più importanti ad Ash ed infrange i regolamenti pur di porre rimedio all'orrore scoperto sull'astronave aliena; tuttavia, il suo ruolo di capo e guida resta comunque centrale nella narrazione: non per nulla è dopo la sua morte che le cose cominciano davvero a precipitare.
Ripley (Sigourney Weaver, qui al suo primo ruolo importante) è invece il personaggio più complesso; incarna il lato più razionale del gruppo: è lei ad opporsi al rientro della spedizione per salvaguardare l'integrità medica dell'intero equipaggio, contravvenendo agli ordini di Dallas e Ash; ed è anche il personaggio dotato di maggior sangue freddo, l'unico a non avere un cedimento nervoso di fronte all'orrore che l'attanaglia, neanche nell'ultimo atto, dove si trova faccia a faccia con esso; è, in sostanza, una versione evoluta della "final girl" dello slasher, più sicura e matura, una donna che, contrariamente a quanto il luogo comune voglia far credere, è determinata e razionale.


L'ufficiale scientifico Ash (Ian Holm) è il personaggio più genuinamente disturbante dell'intero gruppo; per metà del film incarna la ragione della scienza, ossia quell'attitudine ad insistere nella ricerca pur sapendo del pericolo in esso intrinseco; Ash è cinico, freddo ai limiti del disumano, calcolatore al punto che la sua sola presenza sulla scena porta una forma di inquietitudine impossibile da razionalizzare; i suoi scontri con Ripley rappresentano l'ideale opposizione tra mente razionale e curiosità filosofica, dove è quest'ultima a prevalere.
Quando la vera natura di Ash viene rivelata, Scott sfoggia tutta la sua carica visionaria in una delle scene più agghiaccianti che mente umana possa concepire: Ash è un androide e nel momento in cui si disvela come tale il suo stesso corpo muta, diviene un manichino organico dalle movenze legnose e dall'aspetto genuinamente rivoltante; la rappresentazione della persona sintetica è quanto di più disturbante mente umana possa concepire: l'androide non è più metallo forgiato ad immagine umana, bensì un esso stesso un sistema organico, dotato di viscere e liquidi simili a quelli umani; l'androide diviene (assieme all'alieno) l'incarnazione dell'orrore di una corporalità impazzita, di un organismo meta-umano iperbole deformata dell'umano stesso.


Se Brett (il grande caratterista Harry Dean Stanton) è semplicemente la "carne da macello", Parker (Yaphet Kotto) è la rappresentazione dell'uomo comune (un semplice "operaio spaziale") chiamato a fronteggiare un orrore sconosciuto verso il quale dimostra di essere la "forza" del gruppo, l'unico assieme a Ripley a non perdere mai il controllo, nonostante il forte stress che lo attanagli; Lambert (Veronica Cartwright), d'altro canto, è il lato più emotivo: fragile, perennemente in lacrime, rappresenta un umanità distrutta dall'orrore fin dall'inizio, quando scoppia in un urlo di puro terrore dinanzi al sangue della nascita dell'alieno.
E infine vi è Kane (John Hurt), il personaggio sulla carta più piatto, ma che di fatto su schermo rappresenta l'ideale incarnazione delle paure inconsce dello spettatore. Quello di Kane è un ruolo meramente passivo, un uomo chiamato a diventare ricettacolo dell'orrore primordiale: il terrore di un corpo distrutto dall'atto generativo; la sua può essere vista come una parabola umana, distorta e gonfiata, della scoperta dell'estraneità del corpo; nell'astronave aliena è la curiosità che lo porta ad interagire con l'uovo, la volontà di esplorare un mondo ignoto, fatto di carne e membra, ossia iperbole della sessualità; infatti, il parassita gli si attacca con una atto prettamente sessuale: un balzo che lo porta ad abbracciarli il viso e a stringergli la faccia, come un bacio declinato in chiave orrorifica. Il periodo di incubazione può essere visto sia come la gravidanza, ma anche come il periodo di ricovero per una malattia tumorale; l'alieno, in quanto corpo estraneo, è, cioè, sia forma di vita cresciuta in grembo, sia parte del corpo impazzita e votata alla distruzione; in "Alien", così come in "Eraserhead" e "Il Demone sotto la Pelle" non vi è distinzione tra le due: è il corpo stesso a divenire ricettacolo del terrore, a trasformarsi in un simulacro di carne privo di controllo. La nascita dell'alieno è, di fatto, un parto e al contempo la vittoria della malattia degenerativa che distrugge il corpo per affermare sé stessa; e non per nulla, l'unico appellativo che viene dato all'alieno è "il figlio di Kane", da parte dell'ufficiale scientifico Ash (ma nella versione italiana, Dallas e Ripley lo chiamano "alien", trasformando il generico titolo originale in un appellativo specifico che caratterizzarà la creatura nel corso degli anni).


Se la Nostromo e Ash sono la tecnologia divenuta organo vivente e Kane il corpo umano mutato, l'alieno, ideale ottavo personaggio, è la perfetta sintesi tra i due concetti; nelle mani di Giger, la forma di vita extraterrestre diviene un ibrido tecno-organico, fusione tra le reminiscenze più "scomode" del corpo e una tecnologia divenuta incubo senziente. La forma affusolata della testa è un membro, così come la seconda mandibola che gli fuoriesce dalla bocca al solo fine di straziare le carni delle sue vittime; allo stesso modo, anche l'astronave aliena è la perfetta sintesi tra organico e tecnologico, con i fori d'ingresso modellati come delle vagine dilatate; non vi è confine o demarcazione tra i due concetti di sintetico ed organico nel loro design, entrambi sembrano un essere vivente divenuto macchina o una macchina evolutasi in organico; ma quello di "Alien" non è uno stile ciberpunk ante-literam, quanto una nuova forma di orrore che trae origine dalla fantascienza e la rivolta come un calzino rivelando la natura più malata e disturbante in essa intrinseca, votata, qui, a dare forma alle paure inconsce più recondite.


Nel suo primo stadio, l'alieno è la paura del coito, più precisamente dell'accoppiamento, del quale incarna la parte più distruttiva; nel suo secondo stadio, esso è un corpo estraneo votato alla distruzione dell'organismo ospite per la sua sopravvivenza. Ma è nel terzo stadio che disvela la sua forma simbolica più celebre; divenuto "adulto", l'alieno non viene mai mostrato da Scott in figura intera, se non nelle ultimissime inquadrature, ma solo mediante dettagli e strettissimi primi piani; esso rappresenta ora la paura primordiale dell'ignoto: una forma di vita mai conosciuta prima, inarrestabile, priva di raziocinio o morale, che agisce sulla base del puro istinto e per questo totalmente fuori controllo; Scott immerge l'alieno luci fioche e contrastate: il buio, la pura più atavica dell'essere umano, diviene emanazione stessa del personaggio, che così finisce per incarnare il concetto stesso di terrore. Un terrore cieco: l'alieno uccide per motivi misteriosi, forse solo per sopravvivere, forse solo perchè nella sua natura; una imprevedibilità che lo porta così a divenire simbolo definitivo e ultimo dei concetti di ignoto e morte. E nell'ultimo atto, l'alieno torna ad incarnare l'orrore intrinseco nell'atto sessuale; sulla scialuppa di salvataggio, Ripley si spoglia pensandosi al sicuro solo per trovarsi faccia a faccia con la creatura, la quale ora la guarda seminuda ed espelle la sua seconda mandibola, che qui divine orrore della penetrazione, un fallo umido pronto per compiere il supremo gesto di unione e distruzione. E la carica orrofica e disturbante dell'alieno, perfettamente concepita da Giger, trova una magistrale esecuzione nel magnifici effetti speciali del compianto Carlo Rambaldi: nelle sue mani, un costume di gomma diviene un alieno inquietante, i cui movimenti della testa hanno una credibilità sbalorditiva, tanto da sembrare veri.


Nono membro dell'equipaggio è la macchina da presa; Scott dimostra qui di aver assimilato la lezione di maestri del calibro di Godard, Scorsese e De Palma e trasforma i movimenti di macchina in un "membro fantasma" del cast; le prime inquadrature hanno per protagonista unicamente le (magnifiche) scenografie della nave, tra le quali l'occhio dell'autore si avventura come un visitatore estraneo, ideale accompagnatore dello spettatore chiamato a salire sulla nave. Il gusto per la pittoricità dell'inquadratura visto ne "I Duellanti" ritorna, arricchito ulteriormente dalla bellissima fotografia di Derek Vanlint, che trasforma i flash di luce in parte integrante del set; ad esso, Scott giustappone furiosi movimenti di macchina a mano per le soggettive dei personaggi in fuga e il suo marchio di fabbrica (di quagli anni): il montaggio veloce; in "Alien", l'autore introduce un nuovo concetto di montaggio, volto a troncare la scena al suo climax per spiazzare lo spettatore; la tensione viene così generata da non visto, dalla non-azione; la paura più pressante si ha quando Ripley o Brett percorro i bui corridoi della Nostromo senza sapere cosa ci sarà dietro l'angolo, in un'atmosfera claustrofobica oltre i limiti dell'opprimente che Scott raggiunge grazie ad un ritmo lento, posato, ai limiti della dilatazione temporale; ritmo che si fa incalzante (e quindi anch'esso spiazzante) durante le prime apparizioni dell'alieno, che viene letteralmente sparato in faccia allo spettatore per poi sparire, lasciandolo in balia del dubbio su quanto si sia effettivamente visto. 
Le uniche sequenze girate come un crescendo sono anche le più celebri: la morte di Kane e la decapitazione di Ash; la prima è un climax che culmina nella morte più atroce mai mostrata su schermo fino ad allora, la seconda è un crescendo che Scott interrompe poco prima del climax stesso, mostrando senza filtri e in modo diretto la natura rivoltante dell'androide, per raggiungere una vetta di disturbo unico, forse la più alta dell'intera pellicola.


Divenuto oramai una pietra miliare del cinema, "Alien" non è semplice horror fantascientifico, ma un perfetto saggio sul concetto stesso di paura; una pellicola disturbante ed eccessiva e per questo magnificamente riuscita.


EXTRA

La notte degli oscar del 1980 è comunemente ricordata come una delle più controverse della storia; fortunatamente, in quell'edizione i giurati riuscirono perlomeno a concedere un premio quanto mai meritato: "Alien" vinse la statuetta per i migliori effetti speciali, data ex equo a tutto il team creativo capitanato da Giger e Rambaldi.


Maestro indiscusso degli SFX, Carlo Rambaldi aveva già vinto un oscar nel 1976 per il "King Kong" di Dino De Laurentiis; a lui si devono anche il design degli alieni e gli effetti speciali di "Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo" (1977), "E.T.- L'Extraterrestre" (1982) e "Dune". Ritiratosi a vita privata alla fine degli anni '80, Rambaldi si è spento nel 2012, quando oramai la CGI aveva soppiantato definitivamente gli effetti prostetici; ma basta ripescare uno qualsiasi dei suoi lavori passati ("Alien" in primis) per accorgersi di come la sua arte ormai scomparsa fosse al di sopra degli odierni logaritmi informatici.


Pittore e scultore di fama mondiale, H.R.Giger è uno degli autori visivi più squisitamente visionari della Storia dell'Arte; il suo surrealismo onirico è una versione da incubo delle visioni "classiche" di Dalì e le sue ossessioni per la forma umana mutata in oggetto industriale è ancora oggi affascinante; sorprendentemente, Giger ha lavorato pochissimo nel mondo del cinema: oltre alle creature di "Alien"; il grande artista ha preso parte alla creazione del poster originale di "Future-Kill" (1985), sgangherato horror metropolitano tipicamente '80s, e al design della creatura di "Specie Mortale" (1995), ideale controparte femminile del incubo fallico di "Alien". Giger si è spento quest'anno, all'età di 74 anni.


Nella maggior parte delle scene che lo vedono coinvolto, sotto il costume dell'alieno non c'è uno stuntman, ma un attore improvvisato: Bolaji Badejo; all'epoca appena venticinquenne e studente di architettura e design in America, il ragazzo, di origine nigeriana, venne scoperto per caso da un addetto del casting ad un ristorante di Los Angeles e fu subito assunto a causa del suo fisico: alto circa 2m e snello, con braccia e gambe lunghe e sottili.



Nel 2003 è stata distribuita (anche al cinema) una nuova versione del film, ribattezzata "The Director's Cut"; in realtà la versione approvata da Scott è quella uscita al cinema nel 1979: questa nuova versione si limita ad aggiungere un paio di scene inizialmente eliminate; la più celebre è quella del ritrovamento dei corpi di Dallas e Brett alla fine del secondo atto, nella quale viene svelato come l'alieno catturi gli umani per farne dei bozzoli:


Tuttavia la versione integrale del film, della durata di oltre tre ore, non ha mai trovato una forma di distribuzione neanche per il mercato home video.

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