martedì 7 febbraio 2017

La Sindrome di Stendhal

di Dario Argento.

con: Asia Argento, Thomas Kretschman, Marco Leonardi, Luigi Diliberti, Paolo Bonacelli, Julien Lambroschini.

Thriller

Italia 1996

















Nel 1817, al culmine del suo grand tour formativo, Marie-Henri Beyle. poi noto con lo pseudonimo di Stendhal, visitava Firenze e, uscendo dalla chiesa di Santa Croce, prova un'emozione irrefrenabile dovuta all'immedesimazione in quell'arte antica di cui la città è pregna, tanto che poi appunterà sul suo diario: "Ero giunto a quel livello di emozione dove si incontrano le sensazioni celesti date dalle arti ed i sentimenti appassionati". L'immedesimazione nell'opera d'arte, per il tramite della visione, creava una forma d'estasi talmente forte da compromettere i sensi dell'osservatore.
Molto difficilmente, gli spettatori che nel '96 uscirono dalla visione de "La Sindrome di Stendhal" avrebbero potuto provare una sensazione tale: l'allora ultima fatica di quel Dario Argento ormai in caduta libera, ispirata alla patologia omonima, si era rivelata una cocente delusione, un filmetto noioso, pretenzioso e ridicolo, ma sopratutto un coacervo di potenziale sprecato.



Perché, paradossalmente, "La Sindrome di Stendhal" è anche il primo film di questa seconda parte della carriera di Argento in cui si avverte la sua volontà di allontanarsi dagli stilemi del giallo classico e del thriller all'italiana; lo schematismo e la linearità della tradizione vengono abbandonati sin dall'inizio: l'identità del killer viene rivelata nel primo atto, la trama non vede un detective improvvisato cercarne le tracce per fermarlo; più che alle gesta dei personaggi, ci si avvicina alla loro psicologia, ci si immerge nella mente della poliziotta Anna, afflitta da un forma di empatia incontrollabile verso i quadri che si traduce anche verso l'assassino seriale che deve fermare, sino a sfociare in un transfert; il modello di riferimento è il Will Graham del tanto amato "Red Dragon" di Harris, qui ripensato come la naturale evoluzione psicologica degli assassini di "Tenebre" (1982).
Ed il primo atto del film, va detto, funziona quasi a meraviglia. La sensazione di straniamento di Anna verso una città ebbra di arte (la Firenze tanto amata da Stendhal), la sua percezione falsata degli eventi e l'incapacità di scindere il reale dall'immaginario trovano una forma filmica quasi perfetta nei passaggi tra i piani temporali e dimensionali, così come la visualizzazione di quella sindrome del titolo, con i quadri degli Uffizi che prendono vita in un riuscito mix di CGI (per forza di cose invecchiata male) ed effetti ottici. Persino la scelta di Thomas Kretschman per vestire i panni del killer si rivela azzeccata: il suo volto teutonico ed il corpo muscoloso ben si adattano ad un personaggio al contempo furioso ed affascinante.
Peccato che poi il film continui.




Asia Argento, si sa, non è mai stata chissà quale attrice, ma qui si rivela semplicemente incapace; oltre a non riuscire, come al solito, a doppiarsi in maniera credibile, dà vita ad un'interpretazione al ribasso del suo personaggio: la complessità degli stati d'animo si scontra contro il suo viso immobile, impassibile sia quando dovrebbe essere morboso che quando dovrebbe abbandonarsi alla paura. In una scena da incubo, ma che non fa paura, fa persino a gara con un ancora più pessimo Marco Leonardi a chi risulta più inespressivo; pari e patta, i due possono tranquillamente vincere la palma d'oro per la peggiore coppia su schermo.
Ma anche Dario, questa volta, si rivela del tutto incapace di seguire i suoi personaggi; la costruzione da thriller psicologico si incaglia subito in lungaggini inutili, intuizioni mal sviluppate (la riscoperta della pittura, il sadismo, l'inversione del gender, tutti topoi interessanti ma gettati alle ortiche in poco tempo) e buchi di trama da quarta elementare (ma come fa Alfredo a sapere che Anna si è nascosta a Viterbo?).
Non aiutano neanche i valori produttivi bassi, dovuti non tanto al budget, quanto alla totale perdita di maestria che l'industria del cinema italiano stava già sperimentando in quegli anni; le musiche di Ennio Morricone sono anonime ed invasive, gli effetti speciali pratici sembrano quelli di un B-Movie anni '70 e la fotografia è semplicemente brutta, immerge le immagini in una luce troppo accesa, che distrugge ogni tentativo di atmosfera possibile ed immaginabile; la Torino oscura ed onirica di "Profondo Rosso" (1975) è lontana anni luce: la Roma e la Firenze qui ritratte sembrano uscite da un cinepanettone. E a leggere il nome di Giuseppe Rotunno, qui al suo ultimo lavoro di fiction, viene da versare lacrime amare. Ma d'altro canto non bisogna neanche stupirsene: erano già gli anni '90, il senso dell'estetica nel cinema italiano era già sparito. Forse anche per questo Argento decide di regalarci una delle scene più ridicole della sua filmografia, quella in cui Marie e Anna viaggiano in moto e tutto il mondo li sorride, neanche fosse uno spot pubblicitario.



Ma almeno il ridicolo involontario, quando fa capolino, risveglia i sopiti sensi dello spettatore, che per i 119 minuti di durata vengono messi a dura prova dalla noia e dalla prevedibilità; spiace per Argento, ma la sua capacità di creare tensione latita, così come quella di creare uno spaccato psicologico riuscito; sopratutto nel finale, dove sembra di assistere al crollo psicotico di un personaggio alla Margherita Buy piuttosto che a quello di un thriller dell'ex maestro del brivido italiano.
E alla fine questo guazzabuglio di arte, psicologia da neolaureati e recitazione cagnesca non può che essere etichettato come "brutto"; un film brutto che rappresenta la discesa totale di un autore nel pozzo nero del cinema italiano contemporaneo, dal quale non farà che sprofondare ancora più in basso.

Nessun commento:

Posta un commento