domenica 23 febbraio 2014

Berlin Alexanderplatz

di Rainer Werner Fassbinder.

con: Gunter Lamprecht, Gottfried John, Barbara Sukowa, Hanna Schygulla, Claus Holm, Brigitte Mira, Vitus Zeplichal, Gunter Kaufman, Volker Spengler, Ivan Desny, Elisabeth Trissenaar, Y Sa Lo, Rainer Werner Fassbinder.

Drammatico/Storico

Germania, Italia (1980)















---SPOILERS INSIDE---


Nel 1980 Fassbinder realizza il sogno di sempre: trasporre su pellicola il romanzo-fiume di Ernest Doblin "Berlin Alexanderplatz"; con una grossa coproduzione tra Germania e Italia (che vede la Rai dell'epoca impegnata in prima persona dopo il successo de "La Vita sul Filo", miniserie in due puntate del '75 diretta sempre da Fassbinder), il grande autore tedesco crea il suo più grande capolavoro, nonchè un'opera semplicemente monumentale: 15 ore e mezzo di durata suddivise in 12 episodi da un'ora ciascuno, più un prologo ed un epilogo.



Berlino, 1922; dopo aver scontato quattro anni di galera per l'omicidio della sua compagna, Franz Biberkopf (Gunter Lamprecht) cerca di rifarsi una vita tra le macerie della crisi economica; deciso a "rigare dritto" dopo che la sua vita da magnaccia lo ha cacciato nei guai, Franz salta tra un lavoretto e l'altro, evitando di riallacciare i rapporti con la sua vecchia amica Eva (Hanna Schygulla), ora prostituta d'alto bordo. Dopo il naufragio della sua breve relazione con la prostituta polacca Lina (Elisabeth Trissenaar), Franz conosce Reinhold (Gottfired John), piccolo gangster per il quale comincia a provare una irrefrenabile attrazione, che lo condurrà inevitabilmente alla dannazione.


L'opera di Doblin si riaffaccia costantemente nella produzione di Fasbbinder, il quale ne riprende gli archetipi in molti dei suoi celebri melodrammi; la lettura del romanzo fu infatti essenziale nella formazione del giovane Fassbinder, che a soli quattordici anni trovò nelle pagine di Doblin non solo l'ispirazione per la sua carriera a venire, ma anche una catarsi interiore per quell'omosessualità che riuscì a scoprire ed accettare proprio grazie alla lettura delle disavventure di Biberkopf e soci. "Berlin Alexanderplatz" diviene così non solo la celebrazione di un grande romanzo, ma anche l'ideale opera omnia del grande artista, nel quale ritornano tutti i suoi fantasmi e le sue ossessioni, dall'impossibilità di amare fino alla follia; e lo stesso Fassbinder diviene parte della sua stessa narrazione, ritagliandosi il ruolo di voce narrante, che con piglio ironico commenta le disavventure del protagonista, o con tono solenne e drammatico ne eviscera i pensieri e le sensazioni.
Franz Biberkopf è d'altro canto il personaggio fassbinderiano doc; uomo umilmente semplice, ai limiti dell'idiozia, la cui mestizia d'animo viene modellata con efficacia sul volto e sul corpo di un magnifico Gunter Lamprecht, Biberkopf è un codardo che fugge da ogni forma di impegno: fugge dalla politica, che usa solo ai fini della sua stessa sopravvivenza; fugge da un passato tragico; fugge dall'amore per Reinhold, inconcepibile per l'epoca, così come fugge dall'odio per lo stesso una volta che questi uccide la bella Mitze (Barbara Sukowa, che da qui in poi diverrà la nuova musa di Fassbinder); allo stesso modo, egli fugge anche dalla salvezza, incarnata dalla bellissima Eva, unica figura positiva nel suo mondo, che egli rifiuta in quanto incrostazione del suo tragico passato.


Allo stesso modo, Biberkopf non può accettare sé stesso e il suo status di omosessuale, quindi di reietto; ecco dunque che il suo amore per Reinhold viene sublimato mediante quello, anch'esso puro e non meramente "di riporto", per Mitze, figura angelica e naif, il cui candore viene idealmente contrapposto al sadismo del gangster; ed il sadismo è proprio la chiave di lettura del triangolo amoroso che si stringe tra i tre personaggi: Reinhold domina Franz e si diverte a manipolarlo sia idealmente che fisicamente, fino a distruggerne il corpo; dopodicchè, Reinhold sfoga la sua indole perversa su Mitze, uccidendola senza alcun motivo, con il solo scopo di distruggere quanto di buono resta nella vita di Franz. Sadismo che si riverbera così nel masochismo di quest'ultimo, il quale non può non amare la sua controparte e per questo viene costantemente ferito, fino alla distruzione totale. E la passività di Franz è, nella metaforica rilettura dell'autore, anche il perfetto spaccato di una Germania priva di punti di riferimento, totalmente allo sbando e in grado delle peggiori bassezze pur di sopravvivere; una Germania che accetta qualsiasi deplorevole forma di ideale (il nazismo) pur di tirare a campare, del tutto incosciente di ciò che così metterà in moto.


Chiudendo l'intera vicenda in una serie di interni, Fassbinder sperimenta nuove soluzioni visive che rendono la sua visione ancora più spettacolare; la sua celebre profondità d'immagine si radicalizza fino a divenire costruzione pittorica dell'inquadratura, nel quale ogni oggetto ed ogni personaggio raggiunge vette di plasticità inusitata; l'autore immerge attori e scenografie in luci calde, creando un'atmosfera avvolgente che si scontra con la cattiveria della storia, creando visioni barocche ed estremamente affascinanti; e proprio le "visioni" metaforiche qui si radicalizzano fino all'esasperazione: durante i dodici episodi che formano il corpo principale dell'opera, Fassbinder interrompe la narrazione con flashback elevati a metafora della deriva mentale del protagonista, ed inventa simbologie spiazzanti e perfettamente riuscite, su tutte quella, inquietante, del "buon pastore" con zampe caprine, perfetta metafora dell'amore distruttivo che stritola il protagonista.


Discorso a parte merita l'epilogo; "Il mio sogno da un sogno di Franz Biberkopf" è un passaggio inedito, non presente nell'opera di Doblin ed aggiunto da Fassbinder; vero e proprio tour de force onirico e visionario, l'epilogo è una forma di esorcismo con la quale il grande autore sfoga la sua vena visionaria dipingendo in modo diretto ed atroce il vortice distruttivo che ha rapito il protagonista; costruito come una serie di visioni che si intrecciano, si rincorrono e (letteralmente) si distruggono a vicenda, il "sogno" altro non è che l'adesione totale e definitiva tra l'autore e il protagonista, con cui Fassbinder abbraccia la sua natura e dipinge la fine di ogni ossessione in modo crudo, spiazzante e genuinamente spettacolare, unendo visioni apocalittiche a metafore politiche che sembrano uscite dal peggior incubo pasoliniano.


Duro e affascinante, immenso ed avvolgente, "Berlin Alexanderplatz" è un esperienza catartica sia per lo spettatore che per il suo autore, un'opera complessa, affascinante e barocca, un capolavoro del cinema postmoderno, nonchè l'opera definitiva del compianto maestro bavarese.

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