martedì 25 febbraio 2014

Porcile

di Pier Paolo Pasolini.

con: Jean-Pierre Léaud, Pierre Clementi, Ugo Tognazzi, Alberto Lionello, Marco Ferreri, Anne Wiazemsky, Margarita Lozano, Sergio Citti, Ninetto Davoli.

Italia, Francia (1969)


















Terzo capitolo del "Ciclo del Mito" e stretto tra il capolavoro "Teorema" (1968) e il coevo "Medea" (1969), "Porcile" è la pellicola meno conosciuta e, per certi versi, meno amata dal pubblico di Pasolini; ed a torto: foriera di scandali a non finire al momento dell'uscita e forte di una duplice metafora scioccante e sublime, è la pellicola più radicale di tutta la filmografia del grande autore, escluso naturalmente l'ultimo e provocatorio "Salò o le 120 giornate di Sodoma" (1975); impreziosita, inoltre, dalla presenza di altri due mostri sacri del cinema italiano: il geniale regista Marco Ferreri ed un sublime Ugo Tognazzi.


Germania, 1969; il giovane Julian Klotz (Jean-Pierre Léaud), rampollo di una ricca famiglia di industriali ex nazisti, passa le sue giornate nell'ozio più compiaciuto, schivando le proposte amorose della bella Ida (Anne Wiazemsky); nel frattempo, suo padre (Alberto Lionello) deve fronteggiare la ricomparsa di un suo ex compagno di partito, Herdhitze (Ugo Tognazzi), divenuto imprenditore suo rivale, il quale minaccia di rivelare un segreto scottante: l'attrazione sessuale che, fin da piccolo, Julian prova verso i maiali.
Spagna, XIV secolo ca.; in un deserto, un giovane patricida (Pierre Clementi) fugge ai suoi inseguitori e, coadiuvato da un altro reietto (Sergio Citti), fonda una comunità dedita al cannibalismo e al culto del vulcano alle cui pendici sorgono le loro case.


Nel narrare la duplice storia, la narrazione si fa volutamente criptica, oscura, con due significanti, opposti e complementari, che stritolano, letteralmente, il significato in una serie di splendidi dialoghi e monologhi (la parte "moderna") e in lunghi silenzi ed immagini spettacolari (la parte "mitica"); il senso di questa strana storia sembra sempre sul punto di disvelarsi, salvo poi richiudersi a riccio in sé stessa; occorre quindi procedere in una duplice direzione: tentare di dare un'interpretazione oggettiva del loro significato, basato anche sui resoconti e sulle interviste che Pasolini rilasciò all'epoca dell'uscita del film, e al contempo cercare di trovare autonomamente significati ulteriori in quella che è, di fatto, una vera e propria parabola moderna.


Stando a quanto affermato dal suo autore, il senso del film sta nella disanima di una società che "divora" letteralmente i suoi figli, sia qualora questi siano disobbedienti, sia quando questi non sono né obbedienti né ribelli; e di fatto, Julian e il cannibale rappresentano i prototipi ideali di questi due "figli"; il primo è un vile ed accidioso: non ha idee né ideali, non partecipa alle marce di protesta neanche su invito della sua amica Ida, non ha interessi politici né amorosi, vive una vita di agi e spensieratezze fino a sprofondare in una catalessi fisica, ideale controparte del suo silenzio "interiore"; il padre, mr.Klotz, dice di lui che non può né odiarlo perchè non gli disobbedisce, né amarlo perchè non si piega ai suoi voleri; Julian è un pupazzo senza fili, un uomo che non può essere catalogato in quanto privo di qualsivoglia elemento caratterizzante; un ragazzo vuoto perfetta espressione di quella vacuità intellettuale, morale e culturale che affligge i figli dell'alta borghesia; e di lui alla fine non resta nulla, divorato voracemente da quei maiali suo unico interesse nella vita. D'altro canto, il cannibale è reietto e ribelle; si rifiuta (fuori scena) di sottostare all'autorità del padre, che uccide, fugge alla legge (i soldati) e si perde in un deserto emblema del suo vuoto morale, visto più come a-moralità che come immoralità; ancora peggio, il giovane ragazzo si dedica al brigantaggio, al cannibalismo e all'idolatria pagana, distruggendo tutti i simboli della società in cui viveva ed edificandone una nuova, sua perfetta ed ideale negazione; anche il cannibale morirà, giustiziato dall'autorità ecclesiastica, senza però pentirsi delle sue azioni: fino alla morte ripete le uniche parole presenti nella sua storia:"Ho ucciso mio padre, ho mangiato carne umana e tremo di felicità", ossia l'accettazione dei suoi crimini e peccati e della sua regressione a "selvaggio", nonchè accettazione totale del suo status di ribelle.


Se il cannibale è un anarchico, foriero dello spirito iconoclasta ed irredento che dovrebbe spingere ogni vero rivoluzionario, Julian è il "borghesuccio", un ragazzo privo di idee e passioni, che si crogiola in una crisi identitaria autocompiaciuta ed irredenta e che sfoga la sua frustrazione di essere privo di vita mediante la devianza sessuale; entrambi i personaggi sono "scomodi", scandalosi per la società in cui vivono; nella società cattolica del cannibale (volutamente trasfigurata verso un mondo primordiale e, per questo, universale), la negazione dell'ordine costituito viene punita con l'esecuzione di tutti coloro che vi hanno preso parte, anche di chi si è pentito; ma nel mondo moderno, lo scandalo viene usato per fini personali (l'ascesa al potere del volitivo Herdhitze, che culmina in una fusione societaria) e non punito, ma taciuto: quello "Ssssshhhhh!" rivolto da Tognazzi ai braccianti (e indirettamente al pubblico) è l'esternazione dell'ipocrisia di una società in grado di tollerare le peggiori aberrazioni quando queste sono utili al proprio tornaconto, salvo poi disconoscerle ed occultarle; e se nella società del cannibale vi è perlomeno una forma di "giustizia" nella condanna del ribelle, quella di Julian è una parabola di perdizione totale, nel quale la sua accidia e la sua devianza non trovano né retribuzione, né catarsi; retribuzione che viene offerta al cannibale, ma che egli rifiuta per coerenza, che a Julian manca totalmente, poichè anche la società che lo condanna è a sua volta marcia, frutto di un peccato originale (il nazismo) mai espiato.


Quindi, se i figli sono ribelli o inerti, la società che gli ha creati è essa stessa frutto del peccato; nel mondo para-primordiale del cannibale la classe dirigente è quella intollerante del Cristianesimo di stampo cattolico-puritano, chiusa ad ogni forma di contraddizione e per questo di innovazione, la quale non viene tanto condannata dall'autore, quanto ritratta come violenta ed ottusa quanto coloro che vi si oppongono; più caustica è invece la disanima che Pasolini fa della società occidentale del Secondo Dopoguerra, incarnata dalla classe alto-borghese ed industriale tedesca; mr.Klotz è un industriale che si è adattato alla fine della guerra, passando con disinvoltura dal fabbricare cannoni al produrre bottoni, ossia un nazista arricchitosi con il nazismo il quale, a guerra finita, ha semplicemente cambiato pelle per sopravvivere, che si è "adattato" come la Maria Braun che Fassbinder porterà su schermo una decina d'anni dopo; Klotz è un nazista irredento, paragona perennemente gli Ebrei ai porci, rimpiange la vittoria mancata per poter godere delle conquiste che avrebbe portato; e il suo look, neanche a dirlo, è quello dello stesso Hilter, ossia del padre di quella società che aveva portato il mondo sull'orlo dell'apocalisse. Ideale contraltare di Klotz è Herdhitze, il tedesco "rifatto", che ha cambiato faccia, ora di un italiano, pronto a rivaleggiare con il vecchio; Herdhitze è l'emblema di una classe dirigente ancora più vorace, priva del benchè minimo aspetto basilare dell'essere umano: il volto non è il suo, non ha una famiglia, agisce solo per il profitto e non ha una cultura umanista; Herdhitze è un tecnocrate e per questo privo dei rimorsi propri dell'essere umano; di fatto, non fa una piega di fronte all'annichilimento di Julian e si preoccupa solo di occultarne la memoria per celarne lo scandalo; e il suo status di "tedesco travestito da italiano" non è solo una reminiscenza dell'infame alleanza dell'Asse Roma-Berlino, quanto un'ulteriore trasfigurazione verso l'universale della vicenda.


La duplicità dell'ambientazione si riflette nella messa in scena; nella parte "moderna", Pasolini usa inquadrature a misura di personaggio, incorniciandoli con il suo classico occhio "pittorico", che questa volta si vota ad una geometria totale, unendo personaggi e scenografia per creare forme speculari e fredde, accompagnati da dialoghi pregnanti e magmatici, infiniti e pieni di metafore morali e sociali (su tutti quella dei maiali, gli Ebrei), spesso forieri di un umorismo caustico e nerissimo; nella storia "antica", invece, l'autore predilige inquadrature ampie, facendo perdere i personaggi nello sfondo (le pendici dell'Etna), ricreando un'atmosfera primordiale e violenta, idealmente contrapposta alla linearità del moderno ed immersa nel silenzio dei personaggi, interrotto unicamente dal frusciare del vento e dal rigurgito del vulcano.


La metafora sullo "scandalo", sull'abominazione come devianza di una mente vuota appare ancora oggi più forte che mai, vista la carenza sistemica di ideali; e, drammaticamente, il tema dei figli mandati al macero, distrutti perchè incatalogabili o, peggio, ribelli, assume in questo secondo decennio del XXI secolo un significato ulteriore e, purtroppo, ancora più drammatico; e se la devianza è rivolta verso i porci, e i porci sono al contempo vittime e carnefici dei figli, allora il porcile del titolo non può che essere la stessa società che ha dato i natali a padri folli e figli dementi; un porcile oggi forse ancora più sudicio che nel 1969.

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