sabato 18 aprile 2015

I Vamipri

 di Riccardo Freda e Mario Bava.

con: Gianna Maria Canale, Carlo D'Angelo, Dario Michaelis, Wasinda Guida, Angelo Galassi.

Thriller/Horror/Gotico

Italia (1957)

















Esiste una vera linea di discrimine netta tra un artigiano del cinema ed un autore vero e proprio?
Di primo acchito si potrebbe rispondere di si; la definizione stessa di autore include la capacità di avere uno stile unico e personale, oltre a quella di trattare temi e "generi" in modo originale.
Eppure, se si tenta di valutare nell'ottica del semplice artigianato il lavoro di un regista del calibro di Mario Bava, come pure è stato fatto dato il gran numero di "generi" ai quali si è accostato, si finirebbe con lo sminuire totalmente la carica dirompente, sperimentale ed innovativa del suo cinema.
Perchè Bava ha sicuramente esordito come puro mestierante e si è sovente prestato a dirigere pellicole smaccatamente commerciali e talvolta prive di ispirazione; ma al contempo è riuscito a creare l'intero filone fantastico italiano con un pugno di film che hanno fatto scuola nell'intero mondo e che tutt'ora non smettono di esercitare la loro influenza.


L'influenza nella formazione del primo Bava è da ricercare nel suo status di figlio d'arte; suo padre Eugenio fu per lungo tempo direttore della fotografia ed operatore; ma sopratutto fu uno dei primi tecnici degli effetti speciali del cinema italiano; professione che si innesto nella mente di Mario sin da bambino. Non è un caso come, una volta fatto il suo ingresso sulle scene, Mario si sia trovato a creare effetti speciali per le produzioni cinematografiche più importanti degli anni'40 per il regista Francesco De Robertis, vero e proprio pioniere delle grosse produzioni e, al contempo, precursore del Neo-Realismo.
Il suo status di mestierante gli permette, a metà degli anni '50, di partecipare alla produzione più bizzarra che mente umana ricordi: un film nato per scherzo, per permettere al regista Riccardo Freda, grande amico di Bava e pilastro dell'artigianato italiano, di creare una pellicola che facesse il verso ai film di Hitchcock e agli horror della Universal del decennio precedente; un piccolissimo film chiamato "I Vampiri" girato a Roma e dintorni senza particolari pretese; che tuttavia si rivelò essere l'apripista di tutte le produzioni thriller e horror nostrane a venire.



Parigi, anni '50; un misterioso assassino denominato "il vampiro" fa strage di belle e giovani ragazze prosciugandone il sangue; un caparbio giornalista (Dario Michaelis) ed uno scettico ispettore della gendarmeria (Carlo D'Angelo) collaborano per trovare il colpevole; le indagini li porteranno ad incrociare le strade con l'affascinante e misteriosa Gisella Du Grand (Gianna Maria Canale)


La paternità de "I Vampiri" è da attribuire sia a Bava che a Freda, ma è solo merito di Bava se il film riesce nel suo intento; finito di girare in 14 giorni, il film tornò infatti in produzione per altri 8 giorni, durante i quali l'intera direzione fu affidata dalla Titanus al solo Bava. Il grande artista, dal canto sua, aveva già lavorato nella prima fase delle riprese come direttore della fotografia, operatore di macchina e addetto agli effetti speciali. In sostanza: l'impianto poliziesco classico è opera di Freda, mentre lo stile gotico ai limiti dell'espressionismo classico lo si deve a Bava, il quale crea così un'opera strana ed affascinante.
Ogni elemento della storia e della messa in scena viene ripreso da fonti esterne; il setting parigino e le scenografie lugubri sono un chiaro omaggio al "Frankestein" (1931) di James Whale; l'impianto "whodunnit" viene ripreso dai lavori di Hitchcock e Cluzot; mentre il mito vampirico alla base della storia si rifà alla tradizione est-europea di Ezrabeth Bathory e, in parte, alla tradizione caraibica del non-morto come schiavo. La grandezza di Bava e Freda sta nel riprendere tali elementi e ricombinarli per creare qualcosa di unico.


Con i suoi giochi di luci e contrasti e le inquadrature sghembe e ricercatissime, Bava surclassa i modelli di riferimento e si impone come visionario della prima ora, in grado di creare atmosfere oniriche e morbose con pochissimi mezzi e stile da vendere. Il gotico assume una nuova fattezza, ancora più raffinato e visivamente complesso, si fonde con le istanze espressioniste per raggiungere la sua completa maturità: Bava crea uno stile nuovo reinterpretando il passato, restando ancorato alla tradizione per proiettarla verso un nuovo orizzonte; novità che troverà un'evoluzione completa nel suo successivo esordio alla regia in solitario, "La Maschera del Demonio" (1960), pellicola ancora più seminale. Sopratutto, il Bava "artigiano" supera sé stesso e l'intera tradizione Universal creando uno degli effetti speciali più sorprendenti dell'intera Storia del Cinema: la trasformazione della "vampira" da giovane e bella a megera, mostrata senza trucchi o dissolvenze, totalmente "in diretta" dinanzi agli occhi dello spettatore; un trucco "da baraccone", ottenuto mischiando luci blu e rosse con la pellicola in bianco e nero, in grado di oscurare i fasti delle più costose pellicole hollywoodiane dell'epoca.


Aspetto visivo che tutt'oggi risulta fresco e godibile, a discapito di una storia di base un pò raffanzonata, lineare ed ingenua. La forza di Bava, già qui, è tutta nella messa in scena, nella sua forza espressiva e nelle sue intuizioni geniali, in grado di fare scuola con poco e nulla.
Non deve quindi stupire come la critica italiana abbia ignorato per anni il suo lavoro, totalmente rivolto alla creazioni di mondi ed atmosfere; lavoro più apprezzato nella cinefila Francia, alla quale si deve la riscoperta di Bava come autore vero e proprio. Destino che, purtroppo, non è toccato a Freda; eppure basterebbe rivedere una qualsiasi scena del suo "Romeo e Giulietta" (1964) per accorgersi della sua grandezza: riuscire a rendere una produzione di serie B ai limiti del kolossal tramite l'utilizzo di un pugno di comparse e delle posizioni della macchina da presa. Audacia che da sempre ha contraddistinto il duo di artisti: basti pensare ad un altro loro exploit degli anni '50, "Caltiki- Il Mostro Immortale", sorta di "Blob" ante literam diretto da Freda in cui Bava crea il suo capolavoro SFX, un mostro tentacoliforme creato con luci ad hoc ed un mucchio di trippa andata a male. E se tale dedizione non è degna di essere chiamata "d'autore", allora il cinema d'autore non esiste.

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