venerdì 24 aprile 2015

Tideland- Il Mondo Capovolto

 Tideland

di Terry Gilliam

con: Jodelle Ferland, Jeff Bridges, Janet McTeer, Brendan Flethcer, Dylan Taylor, Jennifer Tilly.

Inghilterra, Canada (2005)
















L'Arte è la più stramba delle amanti. Può capitare che un'autore abbia il pieno controllo su di un film, un ottimo budget ed un cast di grido ed affiato, solo per confezionare la sua opera peggiore; può poi capitargli di ritrovarsi a girare un piccolo film con un budget striminzito, poco tempo a disposizione ed attori sconosciuti; ed ottenere una delle sue opere più interessanti. E siccome Terry Gilliam è il più strambo filmaker che si ricordi, non deve stupire che una cosa del genere sia capitata proprio a lui.
La lavorazione di "The Brothers Grimm" (2005) subì una forte battuta d'arresto una volta giunti a metà delle riprese; Gilliam dovette affrontare una pausa forzata di circa sei mesi, necessari a rimpinguare il budget; periodo durante il quale non restò certo con le mani in mano; ottenuti circa 19 milioni di dollari, messi a disposizione dal produttore Jeremy Thomas, Gilliam girò "Tideland" con tutti i crismi della produzione indipendente americana: pochi mezzi, poco tempo, pochi attori, ma tanta voglia di fare cinema di prima classe.
E il risultato è il suo film più macabro e spiazzante.


"Tideland" è una innanzitutto una storia di sopravvivenza, l'ennesimo inno alla forza salvifica dell'immaginazione elaborato dal suo più sfegatato cantore; laddove in "Brazil" (1985) la fantasia era escapismo necessario per la vita, ne "Le Avventure del Barone di Munchausen" (1988) la fantasia era salvezza e in "La Leggenda del Re Pescatore" (1991) la stessa forza vitale, in "Tideland" è dimensione altera e al contempo terrena nel quale la piccola Jeliza-Rose si rifugia per affrontare la truculenta realtà nel quale è prigioniera e sopravvivere alle sue insidie.
Jeliza-Rose è una novella Alice, la quale ancora lontana dall'adolescenza, si vede catapultata in un mondo di orrore puro; un orrore terreno, tangibile, ma celato dietro il velo della sua percezione; la percezione di una bambina che rielabora la realtà come un gioco; un gioco necessario, ma pur sempre un gioco, unico modo per la stessa per affrontarla senza essere scottata. Ed in Jodelle Ferland, Gilliam trova la perfetta interpreta in grado di dar vita ad un "bambino interiore" credibile dinanzi ad un orrore chiamato morte.
Nel mondo di "Tideland" la morte è una presenza costante: si nasconde dietro ogni angolo della casa nella quale Jeliza è costretta a vivere, nel cibo infestato dagli insetti, nella soffitta ripiena di cimeli della nonna da anni passata a miglior vita, nella bottega da tassidermista di Dell; morte evocata quasi in ogni scena ed in ogni dialogo; all'arrivo nella casa, Jeliza sputa del sangue e finge di morire: la paura del trapasso viene esorcizzata da un gioco, uno scherzo nel quale si nasconde per sfuggirle e dal quale non uscirà mai.
La morte non ha una forma fisica come in "Munchausen", né rappresenta una catarsi come in "L'Esercito delle 12 Scimmie" (1995) o "Brazil"; essa è una paura inconscia, infantile, un concetto puramente astratto perchè non conoscibile da una mente ancora non del tutto conscia di sé o degli altri; dunque può solo essere avvertita, mai davvero sentita.


La morte prende dapprima le sembianze del padre (Jeff Bridges), ridotto ad oggetto di arredamento a seguito di overdose; ma la dipartita non viene affrontata dalla protagonista, che continua a rivolgersi al genitore come se fosse vivo: non accetta la morte poichè non ne comprende la portata. Di conseguenza, la morte per Jeliza-Rose non esiste: al pari della sua bambola Mustique, ogni essere può essere riparato (la scena della preparazione del cadavere) ed avere una seconda vita; dal suo punto di vista, la morte è sconfitta e, così, ogni effettivo pericolo avvertito viene vanificato.
Il mondo nel quale Jeliza si rifugia è un mondo di pura vita, nel quale ombre sinistre si allungano, ma mai trionfano; è il mondo di un bambino, appunto, nel quale la fantasia trae forza dall'ignoranza, o meglio dalla non-conoscenza dei concetti più sinistri.
Mondo nel quale in realtà Jeliza-Rose viveva già prima del suo arrivo nella casa del padre; già nella prima scena assistiamo all'orripilante quadro familiare nel quale la bambina è nata e cresciuta: due genitori tossici irrecuperabili, un ambiente di vita sfatto, sudicio e decadente nel quale è lei l'unica ad avere un minimo di giudizio. E nel ritrarla, Gilliam non usa filtri, né si ferma dinanzi al pudore: Jeliza viene mostrata nella sua quotidianità più mostruosa in modo diretto, mentre aiuta i genitori a prepararsi le pere e a bucarsi; la brutalità del rito viene sparata in faccia allo spettatore non per cercare scandalo, ma per celebrare la forza di un personaggio in grado di affrontare lo squallore più puro mediante il suo sguardo innocente, che purifica un gesto abominevole per trovarne il bene: la coesione familiare.


Nel rifugio creatosi, Jeliza-Rose incontra due ombre, due personaggi tecnicamente formativi, ma i quali sfuggono alla catarsi; la prima è Dell (Janet McTeer), la "strega cattiva", un surrogato materno che riprende la funzione della madre (Jennifer Tilly), morta praticamente nella prima sequenza. Dell è madre e donna al contempo: è figura di conforto, famiglia e amica per la bambina, poichè la sfama e la custodisce, salvandola dalla morte per stenti. Ma al contempo è mostro e rivale: figura che risveglia un sentimento di paura ancestrale nelle sue movenze, che porta sul viso i segni di una bellezza giovanile perduta e che si atteggia a tiranno verso Jeliza e il giovane Dickens (Brenda Fletcher), altro polo nella non-formazione della bambina.
Dickens è al contempo amico fraterno e principe azzurro; o meglio "capitano coraggioso": un bambino nel corpo di un giovane uomo che al pari di Jeliza si rifugia in un mondo di pura fantasia per scampare agli orrori delle "badlands" americane, alla sopraffazione di Dell, alla malattia e alla morte, che lo perseguita nella forma della madre defunta.
L'avvicinamento dei due personaggi porta ad una tensione amorosa palpabile, ma sarebbe sciocco tacciare il film di pedofilia: quella che Gilliam mette in scena è la storia di amore tra due bambini, due creature per loro natura ancora asessuate che vivono il sentimento come un gioco, una favola al pari della loro "caccia al mostro-squalo".


Sebbene influenzato dai poemi di Lewis Carroll, Gilliam questa volta opta per una messa in scena inedita nel suo cinema: il passaggio dalla realtà alla fantasia non è netto, ma graduale, non avviene mediante escamotage visivi o narrativi, ma tramite il solo uso della voe-off della protagonista; Jeliza, novella Alice, non attraversa lo specchio e precipita nella tana del coniglio solo a metà film; il suo sprofondare nel gioco è già avvertibile all'inizio e si fa più marcato un pò alla volta, dapprima quando la voce delle sue amiche, le teste di bambole, inizia ad uscire non più dalla sua bocca, ma dalla sua testa; in seguito quando comincia ad avere delle vere e proprie visioni del suo mondo.
Visioni che questa volta Gilliam trattiene, non lascia mai esplodere su schermo se non in sparuti e sapienti sprazzi di follia visiva ispirata e dirompente. La sua attenzione qui si sposta dalla visione alla sua protagonista, dal mondo della fantasia vero e proprio al suo controaltare effettivo, quell'America remota e selvaggia che cinge Jeliza-Rose tra i suoi campi sterminati. Il mondo di "Tideland" è di conseguenza il più "oggettivo" mai creato da Gilliam, un mondo che lo spettatore percepisce come popolato da stracci, orrende teste di bambole parlanti e rottami, ma che i suoi personaggi vedono come un "Paese delle Meraviglie" vero e proprio; al contempo, tale "mondo oggettivo" è distorto, filtrato attraverso la visione necessaria di un bambino, del suo punto di vista curioso e "dal basso", personificato di nuovo da un uso spettacolare dei grandangoli e delle inquadrature oblique dal basso, che qui Gilliam carica ancora di più di enfasi, quasi a far volerne esplodere il contenuto addosso agli spettatori.


Un mondo che, come recita il titolo, è capovolto, dove i bambini sono le figure di forza e gli adulti deboli e meschini; dove la fantasia è l'unica via per sfuggire alla morte; e sopratutto dove non vi è altra ricompensa se non la mera sopravvivenza; non c'è catarsi alla fine del viaggio di Jeliza-Rose: Gilliam evita di dare un giudizio ed una chiusura sulla sua storia; non è dato sapere quali saranno le conseguenze delle sue azioni, né di quelle ben più esorbitanti di Dickens; la narrazione cede il passo alla pura descrizione: quello che conta è come la piccola sia scampata alla distruzione, abbia ingannato il male e la morte attraverso il gioco, la provocazione e lo scherzo.
Provocazione che Gilliam eleva così a status: la morte viene sbeffeggiata, l'amore svuotato di ogni valenza adulta e sensuale, la fantasia ammantata di parvenze sinistre. "Tideland" è la visione più simile all'incubo che ci sia (sinora) nella filmografia dell'autore: un mondo privo di speranza o di riscatto, anche solo fittizio come in "Brazil"; un mondo nel quale è dato solo sopravvivere, nulla più.

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