lunedì 1 giugno 2015

The Zero Thorem

 di Terry Gilliam.

con: Christoph Waltz, Mélanie Thierry, Lucas Hedge, David Thewlis, Ben Whishaw, Matt Damon, Tilda Swinton, Peter Stormare.

Fantastico

Usa, Inghilterra, Francia, Romania (2013)














---SPOILERS INSIDE---

Tutto si può dire di Gilliam, ma di sicuro non si può non lodare la sfrontatezza quasi virulenta con la quale persegue ogni suo lavoro; la sua visione, eccentrica, seriosa, dolce, amara, riuscita o meno che sia è sempre lì, sullo schermo ad aspettarci per sorprenderci, deriderci, divertire.
Una visione che negli ultimi anni ha dovuto confrontarsi con tutti i compromessi che un cineasta fieramente indipendente deve subire: naufragi, ingerenze e ristrettezze economiche.
Eppure, come un UFO perso nei cieli, un meteorite imprevisto, una stella cadente, "The Zero Thorem" riesce lo stesso a solcare gli schermi, sia anche solo quelli esteri, per portare al pubblico un'ultima visione; forse non proprio la visione finale di un autore che a 74 anni insegue ancora il sogno di Don Chisciotte; di sicuro una visione "definitiva", che in un certo senso chiude il cerchio di buona parte della sua filmografia.


Qohen Leth (Waltz) è un programmatore ormai anziano, che vive come un recluso in attesa di una misteriosa telefonata; a causa di una presunta malattia, viene assegnato dal direttore della compagnia per la quale lavora (un irriconoscibile Matt Damon) ad un progetto ai limiti dell'irreale: dimostrare il teorema Zero, secondo il quale l'Universo è privo di fondamenti logici ed il suo moto porta solo verso un buco nero.


La riflessione di Gilliam si appoggia su quesiti scottanti: qual'è il senso ultimo dell'esistenza? Esiste davvero o l'intero creato altro non è se non un insieme di fenomeni privi di collegamento alcuno? Sopratutto, è possibile vivere una vita vera senza alcun fine?
Riflessioni che attanagliano il protagonista Qohen, ideale "vecchio comune", uomo giunto vicino alla fine della propria vita e che per la prima volta sente il peso della vita stessa, dell'inutilità dei gesti quotidiani, del lavoro fine a sé stesso, delle relazioni vacue e puramente superficiali dell'etichetta, perennemente in attesa di una fantomatica "telefonata" che sveli il significato di un'esistenza piatta. Qohen è un non-personaggio: adagiato sulla performance sorprendentemente trattenuta di un inedito Christoph Waltz, attraversa il film quasi come uno spettatore, restando perennemente in bilico sulle domande che si pone, senza mai riuscire davvero a trovare un senso in tutto. Non nel suo lavoro, non nella paura della fallacia dell'esistenza, non nella relazione con la bellissima Bainsley (Mélanie Thierry) o con il genio-ragazzaccio Bob (Lucas Hedges).
E con esso anche Gilliam non può che fermarsi a contemplarle nella più totale assenza di risposte.


Il mondo di "The Zero Theorem" altro non è se non una versione riveduta e corretta dell'iperbole grottesca di "Brazil" (1985): un luogo dove la tecnologia ha divorato tutto, i valori sono scomparsi, la religione è una reliquia del passato, dimenticata ed adibita a puro riparo, sostituita dal culto di "Batman il Redentore", geniale sberleffo verso le credenze pop post-scientology; non c'è salvezza nella scienza, ridotta a puro orpello furioso onnipresente: smartphone, computer e videocamere sono ora appendici umani con le quali le persone si connettono al posto dei corpi; il Grande  Fratello è una corporazione che spia il prossimo solo per assicurarsi il lavoro, non più per scopi politici; l'amore non è più la salvezza, ed anzi viene evitato per paura della sua forza. Finanche la fantasia non esiste più: la sua forza è assente, Qohen non sogna, non immagina mondi altri che non siano di Bensley o che non rappresentino le sue angosce.
In tal senso, Qohen è già morto e con esso anche il mondo che abita: la società è un cadavere divorato dai brand, dalle mode, da un'imperante e vuota idiozia collettiva; mentre la coscienza di Qohen non può che essere una malattia senza cura, uno spleen verso il quale nemmeno l'autore può dare una risposta concreta.
L'unica speranza è la sopravvivenza, l'adagio su piccoli piaceri scoperti (la spiaggia) o riscoperti (il cibo); e l'amicizia verso gli altri, verso persone giovani ma già distrutte dal mondo (Bob), per le quali forse non c'è salvezza, ma può sempre esserci empatia.


Alla stregua di Qohen, anche Gilliam non crea, non immagina, si limita a raccontare il personaggio e a metterne in scena il mondo. La sua verve questa volta si raffredda: la causticità di "Brazil" resta relegata a sparuti personaggi e passaggi; tutto in "The Zero Theorem" è serio: la narrazione ha una cadenza quasi funerea, come un drappo nero che cala inesorabilmente sulle fantasie di Gilliam, che sembrano quasi inginocchiarsi dinanzi all'inesorabile assurdità del tutto.
La narrazione spesso ne risente, chiudendosi in sé stessa, quasi rinnegando ogni senso se non quello più immediato, quasi come se Gilliam volesse talvolta far scivolare il tutto verso il teatro dell'assurdo più nero.
La frivolezza, fortunatamente, viene evitata grazie al finale: sebbene le trovate visive e lo stile non siano all'altezza dei migliori esiti del suo cinema, Gilliam riesce a stupire con poco, con il sorriso di un personaggio che alla fine, come il suo autore, decide di prendere il tutto come viene; in un modo forse forzato, sicuramente furbo, ma anche sommamente efficace.


"The Zero Theorem" alla fine non è che un sussulto, un quesito sussurrato da Gilliam verso sé stesso prima ancora che contro lo spettatore; un'opera piccola, che risente del budget ristretto e che nella seconda parte si fa smaccatamente teatrale; a tratti fin troppo timida, ma che riesce nell'intento di dar vita alle paure inconsce di un autore; le stesse paure che dovrebbero attanagliare chiunque riesca ancora a pensare.

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