venerdì 20 gennaio 2017

Arrival

 di Denis Villeneuve.

con: Amy Adams, Jeremy Renner, Forest Whitaker, Michael Stuhlbarg, Tzi Ma.

Fantascienza

Usa 2016
















---CONTIENE SPOILER---

Se c'è un fil rouge che idealmente lega tutti i film di Denis Villeneuve, è quello dato da personaggi insicuri, attratti verso lati oscuri o criptici della loro personalità, persi in luoghi, reali o della mente, ancora più mostruosi di quelli che li divorano da dentro. Siano essi il mostro nietszchiano di "Prisioners" (2013), i gemelli di "Enemy" (2013) o i tutori dell'ordine dalla moralità ambigua di "Sicario" (2015), i personaggi ed i mondi del filmmaker canadese sono sempre e comunque ambigui, inospitali, corpi e panorami estranei presso i quali catapulta lo spettatore, forzandolo ad accettare realtà e verità scomode, talvolta insostenibili.
Eppure "Arrival" sembra essere il figlio di un ragionamento opposto rispetto a quanto visto in passato; anche sul piano estetico, si presenta come una contrapposizione netta a "Sicario": laddove la guerra tra la DEA e il Cartello era immersa in una luce cocente e arida, l'incontro tra l'essere umano e l'alieno che immagina è invece ammantato di ombre e di colori freddissimi. Ed allo stesso modo, laddove "Sicario" portava in scena in modo lineare la distruzione delle certezze del suo personaggio principale ed unico punto di vista (anche lì una donna), "Arrival" crea un percorso costruttivo optando per una narrazione fluida, dove le tematiche fantascientifiche si riverberano nella forma del racconto.




Alla base della narrazione (così come del romanzo "Story of your Life" dal quale lo script prende le mosse) c'è una tematica hard sci-fi in teoria vecchia come il mondo, eppure mai davvero approfondita: la possibile difficoltà di comunicazione con una razza aliena; sono finiti i tempi dei marziani umanoidi istruiti in un fluente inglese yankee: la fantascienza è matura ed anche qui come nell' "Interstellar" (2014) di Nolan abbandona i risvolti più fantastici per concentrarsi totalmente sulla tematica.
Il muro di incomunicabilità è totale: gli alieni sono l'ignoto manifestatosi in tutta la sua cripticità possibile (non per nulla, nelle fattezze ricordano vagamente le creature di Lovecraft); è impossibile carpirne il linguaggio e con esso le intenzioni; il processo di avvicinamento deve essere graduale, prendere le mosse da basi semplici (suoni e forme). L'abbattimento di quella parete, anche fisica, che separa gli umani dai visitatori avviene poco per volta e senza vere scorciatoie (salvo quella obbligatoria del montaggio).




Il linguaggio diviene centro essenziale per la comprensione. Ed ancora prima, base per plasmare l'essere vivente: ogni lingua porta con sé un determinato modo di pensare, di approcciarsi al mondo e di interagire con esso. Da qui la suprema estremizzazione: un linguaggio non lineare porta ad una diversa percezione del tempo e dello spazio. Imparare ad usare tale lingua vuol dire cambiare la propria mente, percepire un universo nuovo, non più confinato alle dimensioni convenzionali. Da qui la distruzione del piano temporale: la semantica si fa esistenza, passato e futuro si mescolano sino a divenire un unico flusso inestrinsecabile di eventi. Non più semplice relatività, di pensiero e forma di esistenza, quanto nuovo piano esistenziale vero e proprio.





Al di là della "conchiglia", il luogo nel quale conoscenza ed ignoto tentano di fondersi, troviamo un mondo diviso, alle soglie di una nuova guerra mondiale, dove gli alieni non sono altro che la scusa per riaccendere le divisioni mai sopite, neanche dinanzi ad un evento storico di portata immane. Un mondo dove la mancanza di un centro nevralgico si riverbera nella dissonanza delle azioni: non c'è un'unica mente politica, non possono esserci azioni comuni, ogni popolo intraprende a modo suo lo studio dell'elemento alieno, con tutte le disastrose conseguenze possibili.




E Villeneuve riesce a costruire a dovere il mistero alla base dell'idea del contatto. Lo fa affidandosi ad una Amy Adams semplicemente eccelsa, che riesce a convogliare gli stati d'animo di un personaggio non facile assimilandone totalmente gli stati d'animo, in una prova sobria e al contempo incredibilmente espressiva. Personaggio che parte (assieme allo spettatore) privo di certezze, sia interiori (la maternità vissuta in modo burrascoso) che esteriori, per poi approdare, un pò per volta, un pò per caso, un pò per maestria, ad ottenere una visione distinta dell'evento. Un percorso costruttivo, che ricrea una personalità inizialmente a pezzi nella certezza di ciò che è reale, di ciò che è stato e ciò che sarà.
Ma "Arrival" è anche perfettamente ascrivibile a quel filone della fantascienza moderna che predilige l'aspetto umano piuttosto che quello scientifico della vicenda; si apre con un dramma familiare, si chiude con l'accettazione dello stesso. Al centro di ogni inquadratura c'è sempre un essere umano, le astronavi e gli alieni restano sempre sullo sfondo della messa in scena. Ma a differenza di film come "Another Earth" (2011), l'elemento fantascientifico non viene mai ridotto a mero pretesto, l'equilibrio tra introspezione e tensione verso l'ignoto è sempre perfetto.



Nella messa in scena fredda e solo apparentemente distaccata, il tema abusato del contatto alieno trova ulteriore elemento di originalità. Non ci sono veri rimandi ad altre pellicole simili: se la conchiglia aliena potrebbe far pensare al monolite di "2001: Odissea nella Spazio" (1968), le citazioni si fermano qui; altri capisaldi del filone quali "Contact" (1997) e "Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo" (1977) non trovano né omaggi, né rimandi veri e propri. Villeneuve tenta di ripensare la fantascienza in modo ortodosso, ma al contempo originale. E la forza della sua opera è tutta qui: saper declinare in modo convincente e credibile una serie di tematiche sempre affascinanti.
"Arrival" non è di certo un capolavoro, non raggiunge gli apici espressivi (sia narrativi che estetici) adeguati per poter essere davvero memorabile, si chiude spesso nella sua freddezza intellettuale quasi a voler ricercare un tono fantafilosofico ad oltranza, ma riesce lo stesso ad incutere timore (nella prima parte) e meraviglia (nel finale) senza mai essere pedante o usare "furbate"; il che lo rende un'opera perfettamente riuscita.

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