lunedì 23 gennaio 2017

Silence

di Martin Scorsese.

con: Andrew Garfield, Liam Neeson, Adam Driver, Tadanobu Asano, Ciaran Hinds, Shinya Tsukamoto, Issei Ogata, Yosuke Kobuzuka.

Drammatico/Storico

Usa, Messico, Taiwan (2016)
















---CONTIENE SPOILER---


Il conflitto tra l'uomo e Dio, tra il peccato e la fede, tra l'imperfezione umana e la contemplazione della perfezione dell'infinito sono temi che nella lunga, tortuosa e talvolta non facile filmografia di Scorsese non sono mai mancati. Basti pensare al simbolismo religioso in "Toro Scatenato" (1980), dove la parabola autodistruttiva del De Niro/La Motta veniva costellata da icone che in silenzio assistevano alla violenza; all'immenso "Kundun" (1999), excursus nei territori di quel Buddismo tanto vicino eppure tanto distante al Cattolicesimo, dove le ragioni della fede si scontravano contro lo stivale appuntito della Storia; o ancora e sopratutto ne "L'Ultima Tentazione di Cristo" (1988), dove un Gesù fatto di carne e sangue provava sulla sua pelle la paura del martirio.
In tale ottica, "Silence" può essere visto come un sunto, una riproposizione di temi già affrontati ed affinati; ma la forza di quest'ultima opera va anche al di là di una semplice ricapitolazione per farsi viva e sofferta contemplazione dei misteri e sopratutto della forza della Fede.




Pellicola la cui produzione è stata a dir poco tribolata: Scorsese avrebbe dovuta dirigerla subito dopo il successo ritrovato di "Quei Bravi Ragazzi" (1990), su produzione di Vittorio Cecchi Gori. Ma una serie di rinvii ne hanno ritardato le riprese per oltre due decenni, sino a quando, ormai stufo, quest'ultimo non ha finito per minacciare un'azione legale verso Scorsese, rendendo il film quasi un obbligo contrattuale più che il frutto di vera ispirazione; il che è puramente paradossale se si guarda alla sua perfetta riuscita, che dimostra come il grande regista italoamericano di ispirazione ne abbia ancora parecchia.
Ispirazione che prende forme inedite per il suo cinema: abbandonata sia l'estetica virtuosistica che ne fece la fortuna che le istanze di quello stanco classicismo che negli ultimi anni ne hanno flagellato gli esiti, l'occhio di Scorsese si fa qui più interessato alla singola inquadratura che al quadro d'insieme (non mancano, purtroppo, alcuni refusi di montaggio stranianti). Stile che si sposa perfettamente con la narrazione, dove l'autore contempla il cammino di fede di padre Rodrigues.






Il setting in tal caso è essenziale; durante lo shogunato di Iemitsu Tokugawa (metà circa del XVII secolo), il Cristianesimo in Giappone è una religione ufficialmente bandita; le ragioni sono di natura politica, causate dalla paura che una fede straniera possa di fatto conferire potere alle compagnie mercantili occidentali e trasformare le quattro grandi isole in colonie, al pari di quanto accadeva sulle coste della Cina; ma la ferocia delle persecuzioni è pari a quella di una vera e propria guerra di religione. I preti gesuiti vengono forzati all'apostasia o uccisi in maniera brutale; allo stesso modo, i fedeli vengono forzati alla blasfemia in alternativa alla morte.
Dinanzi all'orrore della persecuzione, Scorsese, per il tramite di Rodrigues (interpretato da un empatico Andrew Gerfield, i cui lineamenti ricordano volutamente quelli di un giovane Cristo) si interroga sulla effettiva consistenza della Fede. Da una parte ci sono i fedeli, Giapponesi che come i popoli paleo-cristiani dell'Europa antica accettano ciecamente i dogmi della religione; talvolta credendo che la sola esecuzione cerimoniale dei sacramenti sia sufficiente alla Salvezza; talaltra immolando sé stessi per l'amore verso Dio, come nel caso della figura di Mokichi, vero martire per fede, a cui Shinya Tsukamoto presta perfettamente volto e corpo nella sequenza più cruda di tutta il film.






Dall'altro lato i Gesuiti, istruiti ai misteri, colti teologi, eppure intrappolati in una terra spietata, costellata da paesaggi selvaggi ed infernali, dove i fumi delle acque termali annunciano la venuta di un male capeggiato da un Inquisitore che è Diavolo beffardo e tentatore, eppure incredibilmente terreno. Due preti la cui fede sarà scossa, ma mai davvero distrutta: se il Garupe di Adam Driver troverà la morte per la vana salvezza del suo gregge, Rodrigues giungerà ad un epilogo meno fatale eppure più disperato.
Durante la persecuzione sperimenta il Silenzio di Dio, quel mistero che tanto ossessionava Ingmar Bergman nel suo periodo esistenzialista e al quale Scorsese dà una forma più cruda ed ossessiva; dinanzi al martirio della fede, alla persecuzione del fedele, alla blasfemia imposta, il Cristo la cui immagine è impressa nella mente del prete non proferisce parola; il Mistero supremo, il distacco tra Dio ed il suo popolo, l'anticamera della perdita della Fede che si fa manifestazione della follia, ossessione verso quella Sacralità ora costantemente messa alla prova. Sino alle prove più grandi: prima la scoperta della sconfessione del mentore, quel padre Ferreira la cui figura è quasi Conradiana, quella di un demone misterioso che viene usato per insinuare il dubbio; poi il ricatto supremo, la violenza perpetrata al danno di quei fedeli che il pastore è chiamato a guidare, ma ancora prima a proteggere.




A differenza di Bergman, tuttavia, l'ex seminarista Scorsese (e prima di lui lo scrittore Shusako Endo) tenta di dare una risposta al Silenzio e dà spazio a quella che storicamente è la caratteristica principale delle religioni rivelate: l'adesione interiore. Nel riprendere tale caratteristica, la contrappone all'ossessione per l'etichetta di natura nipponica per giungere alla più sofferta delle conclusioni: anche dinanzi alla ripetuta blasfemia, anche dinanzi ad un'apostasia puramente formale ed al rifiuto esteriore dei simboli, l'adesione interna e viva del fedele è la vera forma di religiosità. Una forma di fede suprema ed insindacabile, che resiste ad ogni forma di persecuzione perché pura nel senso più genuino del termine.
E nel dare forma al conflitto interiore, allo smarrimento e alla ritrovata illuminazione, Scorsese crea immagini forti, dà vita a sequenze commoventi nella loro crudezza, riuscendo a raggiungere una forma di espressività incredibile, pur lasciando tutto al servizio della sua ricerca interiore. Non c'è spettacolo, né spettacolarizzazione: il suo stile, per quanto esteticamente impeccabile, si fa ieratico, quadrato, in un equilibrio talmente perfetto da essere quasi incredibile.

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