giovedì 31 gennaio 2019

Glass

di M.Night Shyamalan.

con: James McAvoy, Bruce Willis, Samuel L.Jackson, Anya-Taylor Joy, Sarah Paulson, Spencer Treat Clark.

Usa 2019



















Un universo strano, quello del cinema di Shyamalan, dove coesistono due estremi, quello della spettacolarità pura e il suo opposto, ossia la perfetta de-costruzione di ogni forma di spettacolarizzazione. Un universo condiviso che fa il verso a quello della Marvel Studios, adagiandosi sui cliché più noti del cinema di supereroi, ossia scene post-credit, scontri spettacolari tra personaggi titanici, caratterizzazioni archetipiche quando non smaccatamente (ma sempre volutamente) stereotipate; dove però questi cliché vengono puntualmente e gustosamente fatti a pezzi, passati in un ideale tritacarne filmico che ne demolisce ogni portata per creare una forma narrativa nuova, quasi un nuovo genere all'interno del filone. E "Glass" non è che la perfetta quadratura di quest'idea di cinema squisitamente anti-spettacolare, dove allo scontro fisico si predilige quello identitario.
Un cinema che nasce dalle ceneri del blockbuster puro, dall'abuso sistematico di CGI e trame inutilmente involute; quel cinema che Shyamalan aveva tentato di far suo con "L'Ultimo Dominatore dell'Aria" e "After Earth", fallendo miseramente; da qui la reazione, il ritorno a quella dimensione più intima di "Unbreakable", più vicina ai personaggi piuttosto che alle loro azioni e, di conseguenza, più teorica. Una dimensione che de-mitizza il concetto stesso di supereroe, portandone alla luce, per paradosso puro, la dimensione genuinamente mitologica, per poi iscriverla in un contesto di pura verosomiglianza, al confronto della quale anche la trilogia del "Cavaliere Oscuro" nolaniana sembra fantascienza allo stato puro.




Non per nulla, "Glass" si apre con un'ideale chiusura, lo scontro tra l'eroe e il villain annunciato in "Split", solo per deviare immediatamente verso un territorio altro, un luogo chiuso (l'ospedale psichiatrico) nel quale i due, assieme al "mastermind" Mr.Glass, verranno ridotti a folli, cavie di un ideale laboratorio nel quale il superuomo non trova la sua origin-story, quanto la sua ideale morte.
Da qui anche l'idea della telecamera di sicurezza, quell'occhio "altro" rispetto alla macchina da presa, chiamato ad investigare il reale: laddove la macchina da presa è l'occhio del regista, quindi dell'autore che proietta nell'opera una sua visione che, per forza di cose, è fantasia, la camera è un puro occhio indagatore del reale, che si limita ad assistere passivamente al dipanarsi degli eventi. Ma più che giocare sulla dicotomia vero/immaginario, Shyamalan preferisce focalizzarsi sui tre personaggi, insieme opposti e complementari come l'idea di cinema che porta avanti.




Un eroe senza macchia e senza paura, indistruttibile, fisso in un'espressione di granitica bontà; un cattivo che è pura frantumazione, distruzione di quell'unità identitaria che diviene a sua volta forma identitaria perfetta nella continua dissociazione del sé, fino a trovare un'identità definitiva nella "bestia", ossia nel male puro; un demiurgo che è villain onnisciente, quasi creatore palesatosi nel suo stesso mondo. Lo scontro tra i tre è il punto focale, ma resta fuori scena per quasi tutto il film; e quando arriva, non è roboante e apocalittico come da tradizione, bensì piccolo, quasi innocuo.
Shyamalan preferisce focalizzarsi su di un altro scontro, quello tra i superuomini e i "normali", tra coloro che dovrebbero ispirare gli uomini e questi ultimi, i quali preferiscono sopravvivere come mediocri. Lasciando però l'ultima parola a quel trio di affetti/spettatori, i quali decidono l'ultimo atto della storia, prendono in mano le redini del raccontano e lo portano ad un finale che ri-crea quello stesso mondo in cui tutto è cominciato.




Una de-spettacolarizzazione, la sua, che però non è mai pernacchia, quanto lettera d'amore sentita e orgogliosa verso un universo cartaceo la cui forma archetipica per una volta viene riconosciuta in pieno; e che si fa così omaggio intelligente, imperfetto (troppo lungo e a tratti ridondante) ma lo stesso incredibilmente coeso e affascinante.



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