mercoledì 12 giugno 2019

I Fratelli Sisters

Les Fréres Sisters

di Jacques Audiard.

con: John C. Reilly, Joaquin Phoenix, Jake Gyllenhall, Riz Ahmed, Rebecca Root, Rutger Hauer, Carol Kane.

Western

Francia, Usa Spagna, Belgio, Romania 2018













Confrontarsi con un "genere" blasonato e usurato come il western può essere compito arduo, data forte la difficoltà di unire le istanze sue proprie con quelle personali del singolo autore al fine di avere un prodotto originale prima ancora che riuscito. Ma Jacques Audiard non è un regista qualsiasi e alla sua prima esperienza americana mette da parte il polar e il noir per gettarsi a capofitto nel filone fondativo del genere americano classico, solo per sovvertirlo totalmente, al punto di creare qualcosa di sinceramente spiazzante ma anche altamente riuscito.


I pezzi fondamentali del western sono tutti presenti: i paesaggi immensi caratterizzati da una natura ancora selvaggia, la corsa all'oro, i bandidos (o presunti tali) dietro cui corrono i bounty killer, finanche i grossi imprenditori (il "commodoro") malintenzionati; eppure questi pezzi del puzzle, una volta combinati, danno un risultato diverso, lontano anni luce da quanto ci si aspetterebbe.
Audiard mette le cose in chiaro sin dalla prima scena, con una sparatoria che avviene letteralmente al buio. Non vediamo le azioni dei due protagonisti, le quali vengono così spogliate di ogni valenza (epica o antieroica che sia) per farsi puro gesto, quasi routine. Ma quando la vera missione ha inizio che le cose cominciano davvero a farsi bizzarre e strane.
Il rapporto fraterno tra Eli (John C.Reilly) e Charlie (Joaquin Phoenix), benché burrascoso, non è mai davvero conflittuale; tanto calmo il primo quanto autodistruttivo il secondo, i due non finiscono mai davvero nei guai a causa dei loro tratti caratteriali.



Amicizia virile che si ritrova anche nel rapporto tra John Morris (Jake Gillenhall), terzo cacciatore di taglie, e la "preda" Hermann Kermit Warm (Riz Ahmed), i quali scopriranno una reciproca complicità data dal disgusto per l'avidità imperante.
Il conflitto non viene neanche ingenerato dallo scontro tra un sistema di valori di stampo familiare con l'ideologia del profitto data dalla corsa all'oro, il quale diviene mero punto di trama. Tantomeno, Audiard si lascia trasportare dalla nostalgia per il codice d'onore cavalleresco dei pistoleri contrapposto alla miserevole logica capitalistica alla base del progresso, come invece la tradizione di Peckinpah insegna; il progresso è anzi un mero dato di fatto, come sottolineato dal soggiorno a San Francisco dei due protagonisti. Manca, infine, quel senso di elegia verso il tramonto dell'età d'oro del Selvaggio West alla "C'Era una Volta il West".



Audiard disinnesca così ogni possibile declinazione crepuscolare verso il western finendo per chiedersi se l'epica, il "mito del West", di fatto sia mai esistito, avvicinandosi così a quanto fatto, in modo ancora più radicale, da Robert Altman ne "I Compari". Ogni gesto eroico viene infatti negato: le sparatorie sono puro caos, dove il montaggio spezzato rende praticamente impossibile seguire l'azione. Il confronto finale con il cattivo viene negato, mentre il midpoint, con un incredibile colpo di scena che ribalta la storia, avviene quasi per caso, annullando quel determinismo del tutto umano che solitamente è alla base dell'azione nel western classico.




In questa operazione decostruttiva (se non distruttiva) non è però mai presente quel compiacimento postmoderno che molti cineasti si prenderebbero la briga di avere. Così come fatto con il noir e il gangster movie, Audiard dimostra una vera e propria reverenza verso la materia trattata e i suoi personaggi, rendendo così anche la semplice visione superficiale godibile, in un'opera ambiziosa e di ottima caratura.



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