domenica 30 giugno 2019

Il Caimano

di Nanni Moretti.

con: Silvio Orlando, Margherita Buy, Jasmine Trinca, Nanni Moretti, Valerio Mastandrea, Michele Placido, Giuliano Montaldo, Antonello Grimaldi, Paolo Sorrentino, Matteo Garrone, Tatti Sanguinetti.

Italia, Francia 2006















Qual'è il modo migliore per descrivere il rapporto tra Nanni Moretti e il sistema politico italiano degli ultimi 15/20 anni?
Domanda dalla non facile risposta, poiché se in precedenza il buon Nanni era l'esponente di punta di quella generazione nata e cresciuta nei dettami del PCI e che a vent'anni già si scopriva parte attiva di quella borghesia che tanto dileggiava, per poi ritrovarsi, nel decennio successivo, in preda allo smarrimento totale per la trasformazione della sinistra, dalla caduta della Prima Repubblica sino all'avvento dell'Era Berlusconiana, non è facile capire quanto ci sia di sincero nelle sue posizioni e dichiarazioni a partire dal 2001, ossia nel periodo di massimo splendore del governo di centrodestra, sino alle recentissime elezioni politiche del 2018.
Perché se il Nanni Moretti il cui ritratto fuoriusciva da "Aprile" era un intellettuale deluso e sconfortato dall'intero sistema-paese, che si rifugiava nel privato per fuggire dagli orrori cosmici fuoriusciti nella Penisola, il Moretti la cui figura emerge da "Il Caimano", dai cosiddetti "girotondi" e dalle dichiarazioni rilasciate di recente sul PD appare quanto mai ambiguo nelle prese di posizione, quasi confuso sulla linea di pensiero da seguire.




Tralasciando, per il momento, quanto fatto in quello che è il film più celebre della sua filmografia recente, è bene concentrarsi per un attimo sul fenomeno dei girotondi. Nati nel 2002 per contrastare la politica antigiudiziaria del secondo governo Berlusconi, questi erano una manifestazione di piazza, ma anche di pura pancia, utilizzati solo per gridare il disappunto di chi non si riconosceva nel governo, ma che non per forza credeva nelle istituzioni. Ed è stato proprio questo il loro grande limite, quello di essere pura e semplice protesta compiaciuta e mai accompagnata da un decalogo ideologico vero e proprio, sia esso quello del centrosinistra in generale che di un possibile altro manifesto ideologico ad esso parallelo ed eventualmente connesso. Difetto che si riscontrerà in tutta la politica del centrosinistra, a partire da primi anni del PD sino all'avvento del governo Monti del 2011: in tutto questo periodo, la sinistra si è compattata unicamente in una funzione anti-berlusconiana che non ha retto la prova dei fatti, non riuscendo mai nell'intento di demolire l'avversario perché priva di veri valori, ideali o semplici idee; basti pensare alla battaglia persa per la questione morale e il conflitto di interessi, fattori che ancora oggi portano scompiglio sulla scena politica e istituzionale.




Nanni Moretti, dal canto suo, in un'intervista di qualche tempo fa, ha minimizzato il tutto con un semplice: "L'unica vera battaglia persa del PD è stata la questione dello ius soli", senza neanche accennare al fatto che, poco prima, il PD aveva rifiutato di allearsi con i 5 Stelle, garantendo l'ascesa al potere di Salvini, le cui conseguenze sono, oggi come oggi, sotto gli occhi di tutti; tale incapacità di prendersi la responsabilità per quel grande fallimento che è stato (ed è tutt'ora) il centro-sinistra cozza con quella sincerità spavalda che dimostrava nei primi lavori. Forse anche lui è invecchiato? Forse. O, molto più probabilmente, si ritrova nella situazione di non poter più davvero criticare un partito che, volente o nolente, lo ha sempre difeso e appoggiato.




Tenendo conto di tale situazione ideologica, un film come "Il Caimano", sia esso inserito nel contesto storico che lo ha visto uscire in sala, sia rivisto oggi con la coscienza di ciò che sarebbe poi avvenuto, rappresenta una visione a dir poco strana, bizzarra, che alterna momenti di estremo coraggio e veridicità ad altri di pura codardia, trovate estetiche geniali alla solita incapacità di messa in scena propria di tutto il cinema morettiano, configurandosi, quantomeno, come l'opera più complessa di tutta la filmografia del regista romano.




Scisso in tre piani narrativi quasi antitetici, "Il Caimano" non è un film su Berlusconi, né sull'effetto che questi ha avuto sull'Italia sino al 2006, quanto un film sullo stato delle cose nel cinema italiano, sull'impossibilità per lo stesso di poter esprimere qualcosa di sensato e attuale o anche più semplicemente di non eclissarsi a causa della sciatteria dilagante.
Centro nevralgico della narrazione è la figura di Paolo Bonomo, un Silvio Orlando chiamato a riversare tutti i suoi tic e la sua classica espressione da cane bastonato su di un personaggio ai limiti della macchietta. Bonomo è un ex produttore d'oro, fautore di cult quali "Maciste contro Freud" e "Mocassini Assassini", oramai caduto in disgrazia; e già con lui, non è davvero chiaro ciò Moretti voglia dire in merito al passato (glorioso?) del cinema italiano: c'è una sorta di fascinazione verso quei film popolari e sanguigni, che venivano etichettati come "fascisti" dalla critica sinistrorsa con fin troppa facilità, veri e proprio doppi dei cult di Lucio Fulci, Sergio Leone e Mario Bava. Eppure, l'iperbole adoperata per dar loro corpo appare sin troppo caricaturale, quasi beffarda, confondendo sull'effettiva visione che Moretti ha del cinema pop italiano: vi è davvero del buono in quel cinema "focoso" o è esso mera espressione di una libertà creativa perduta? Moretti gioca costantemente a nascondere le sue vere intenzioni, tanto che alla fine si resta spaesati.




Secondo piano narrativo è il film nel film, la ricostruzione di quelle pagine di sceneggiatura in cui si ripercorre l'ascesa al potere del Berlusconi imprenditore tra la fine degli anni '60 sino alla vigilia della "discesa in campo"; ed è qui che Moretti adopera uno stile più ricercato, più attento all'estetica, per dare vita alle vicende giudiziarie e non del Cav, alternando la fiction con i veri estratti delle figuracce rimediate al Parlamento Europeo, per creare un effetto straniante questa volta voluto e pungente; che nel finale si fa apocalittico, ma anche ai limiti dell'elegiaco, quasi come se Moretti volesse inginocchiarsi dinanzi al trionfo di un personaggio talmente negativo da aver distrutto un intero paese pur di farla franca. Il che fa calare una luce sinistra sull'intera opera, anche e sopratutto quando si considera il terzo piano narrativo.




E' di fatto in quest'ultimo piano che vive il cuore del film, o quantomeno la sua spina dorsale; si diceva come esso in realtà fosse la storia di un uomo alle prese con la creazione di un film, metafora dell'impossibilità di creare un effettivo film su Berlusconi in un paese che di Berlusconi ne ha piene le tasche. Da qui l'impossibilità di dare una lettura seria del personaggio: giacché le sue malefatte sono di dominio pubblico, le sue figure fecali internazionali vengono trasmesse in diretta televisiva e i suoi legami con la malavita sono ai limiti del cristallino, non ci sarebbe, di fatto, un pubblico per un film che già tutti conoscono a menadito. Posizione in parte condivisibile, in parte altamente controversa.



Con un j'accuse verso un pubblico dimentico di cosa il cinema sia (anche quello popolare) e incantato dalle nefandezze della politica, Moretti si vorrebbe schierare contro un popolo anestetizzato dalla tv spazzatura e da quell'edonismo anni '80 proprio del berlusconismo oramai entrato sottopelle a qualsiasi italiano. E lo fa mettendo in scena le difficoltà di Bonomo e della giovane regista Teresa, dando corpo alla disperazione creativa e alla povertà di mezzi e idee in cui il cinema italiano (ora come allora) sguazza. Ed è così che cade nella sua stessa trappola, creando un controsenso inquietante.
Poiché è lo stesso Moretti a non voler prendere posizione, a non volersi schierare davvero contro il tanto odiato Caimano, a non voler reagire a muso duro contro un establishment decadente e corrotto fin nel midollo; ciò nel momento in cui decide di non creare un film sulla figura di Berlusconi, ma sulla difficoltà di parlare di Berlusconi; tanto che il vero quesito è insito e nascosto in quella volontà di portare in scena una storia del genere: paura della censura politica? Paura di offendere qualche potente? Paura di essere frainteso dal proprio pubblico? Paura di divenire il volto di quell'antiberlusconismo della sinistra italiana dell'epoca? Quesiti senza risposta.
Resta tuttavia il paradosso di un autore che lamenta la difficoltà di creare un film libero, salvo poi fare quello che gli pare, senza alzare mai troppo il tiro e senza volersi assumere responsabilità alcuna.



Se l'intento di Moretti era quello di confessare una sua ritrosia a volersi inimicare l'ex premier, il risultato è riuscito; se l'intento era quello di mettere alla berlina il sistema produttivo cinematografico italiano del XXI secolo, è altrettanto riuscito; se l'intento era quello di sbeffeggiare il pubblico, anche così l'intento è riuscito. Ma se l'intento era quello di portare ad una forma di riflessione sullo stato delle cose, l'intento è del tutto malriuscito, incrostato com'è di quella paura di alzare la voce che troppo spesso la sinistra italiana dimostra. "Il Caimano" è, in buona sostanza, un girotondo di celluloide, ossia un atto totalmente compiaciuto, che vorrebbe essere eversivo, ma si sostanzia come puramente ludico.




Finiscono così per venire alla mente quei cineasti della Prima Repubblica che, contrariamente a Moretti, mettevano verve e vero e proprio sangue nei loro j'accuse (su tutti Elio Petri, che lo stesso Moretti cita), esponendosi in prima persona agli attacchi (talvolta persino fisici) della classe dirigente, senza mai cedere di un passo e, anzi, spesso rincarando la dose a ogni nuovo film. Ma, come ci confessa in "Aprile", al confronto politico a viso aperto e ai ritratti impietosi, Moretti spesso preferisce il caffelatte.



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