giovedì 6 giugno 2019

Noi

Us

di Jordan Peele.

con: Lupita Nyong'o, Winston Duke, Elisabeth Moss, Shahadi Wright Joseph, Evan Alex, Tim Heidecker, Yaha Abdul-Mateen II, Anna Diop.

Thriller/Horror

Usa, Giappone 2019














---CONTIENE SPOILER---


Il successo a sorpresa di "Scappa- Get Out" è stato del tutto meritato e ha permesso a Jordan Peele di imporsi come un filmmaker a dir poco rimarchevole, le cui ambizioni di commentatore sociale sono ben supportate da un talento per la narrazione di genere che, oggi come oggi, si vede ben di rado nel cinema mainstream. E questo nonostante quelle strambe dichiarazioni fatte poco prima dell'uscita del suo secondo lavoro, l'atteso "Us": è davvero razzista affermare di non volere un attore bianco come protagonista dei propri film? Forse no, non c'è vera discriminazione, quanto la presa di coscienza di poter fare qualcosa di inedito, ossia un film prodotto da una major con un grosso budget totalmente interpretato da afroamericani.
Più che le dichiarazioni di Peele per loro stesse, è inquietante il contesto nel quale sono state espresse, ossia l'America dell'era di Trump, dove tra conservatori ottusi, social justice warrior piagnucoloni e femminaziste che hanno distrutto la reputazione del movimento femminista, sembra davvero che il trend sia dato da chi spara la provocazione più grossa; da qui l'incapacità di scindere affermazioni davvero offensive da quelle effettivamente inclusive (vedasi in proposito la figuraccia fatta da Brie Larson qualche mese fa).
Al di là delle polemiche, Peele riesce a regalare, in questa sua seconda prova, un thriller interessante, dove la metafora, benché meno incisiva rispetto al suo esordio, è lo stesso affascinante.



"Us" come "noi", ossia la società americana, quella medio-borghesia nera oramai lontana dalla segregazione, che si è costruita una comfort-zone fatta di case in riva al lago e barche comprate a poco prezzo; arrivata in cima ad una vetta eppure incredibilmente invidiosa di quell'uomo bianco che svetta ancora su di lui, per questo sempre pronta a criticarlo a denti stretti. Una borghesia che sembra essersi dimenticata di tutto, prima fra ogni cosa le proprie origini: il concetto del passato rimosso è l'incipit e la fine del film; all'inizio è il 1986, anno di pieno furore per la Reaganomics, con la lunga catena umana che attraversa il continente da New York a Santa Monica come opera benefica a favore dei meno abbienti. Ovverosia, una pura dimostrazione senz'anima, dove l'unità sociale è solo uno specchietto per le allodole, un'immagine priva di anima.
Così come speculari privi di anima sono le misteriose creature che fuoriescono dal sottosuolo, da quei tunnel e canali dimenticati da secoli (tra i quali, forse, rientra anche la fantomatica ferrovia sotterranea che consentiva agli schiavi di fuggire dal sud verso il Canada); "Us" quindi anche come "United States", ossia un paese che è l'ombra senz'anima di ciò che dovrebbe essere, un ultracorpo nato non nello spazio profondo, ma in quei meandri della nazione dove risiedono seppelliti i valori ormai dimenticati.



I doppi sono nulla più che gli stessi protagonisti (da qui anche quel colpo di scena finale intuibile e neanche spiazzante). Se il padre di famiglia è un omaccione che sbraita, la figlia è un'atleta un pò viziata e il figlioletto è patito di magia che vive chiuso nella propria passione, la madre di famiglia e punto di vista di tutta la vicenda altro non è se non un riflesso continuo, un personaggio privo di qualsivoglia tratto caratteristico che non sia la reazione all'ambiente che la circonda; da qui la sua duplice valenza di unica persona in grado di distaccarsi da quella società omologatrice e dimentica di sé, nonché di "carta bianca", di essere privo di una identità che non sia rispecchiata nel suo ruolo di madre di famiglia.




Il doppio diviene così versione deformata e deformate del sé, o quantomeno di quella percezione del sé che i personaggi hanno o credono di avere. Una società nella società dove tutto è un'iperbole, ogni azione un'imitazione di quella reale, ripetuta senza senso, come pura azione speculare, in un rito privo di raziocinio e passione, quindi privo di senso.
Questi "zombi ancora in vita" cercano di impadronirsi del mondo in un meccanismo narrativo non troppo dissimile da quello visto ne "La Notte dei Morti Viventi"; ma se nel classico di Romero il diverso era l'incarnazione della paura strisciante, per Peele il diverso è simile all'ultracorpo, appunto, del classico di Don Siegel, ossia una copia carbone dell'essere umano, privo però di anima, per questo creatura mostruosa e grottesca, riflesso ghignante di un paese che ha dimenticato i propri valori, le proprie radici e la cui identità è data unicamente dalla ripetizione di gesti; persino l'atto di ribellione culmina nella riproposizione di quella catena umana che già nella sua forma originale era puro atto di omologazione privo di effettiva volontà di ripercussione nell'ambito sociale.




Se la metafora è forte e ben supportata da un simbolismo basilare ma estremamente efficace, meno convincente è la costruzione della mitologia dei doppi, troppo vaga e scontata, sino a mettere a dura prova la sospensione dell'incredulità.
Peccato tutto sommato scusabile a fronte di un'esecuzione quasi impeccabile, nella quale Peele riesce a infondere una sensazione di terrore strisciante sin dalla prima scena, usando come mezzo terrorifico la sola inquadratura, prova della sua ottima preparazione di cineasta di genere.



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