martedì 2 agosto 2022

China Blue

Crimes of Passion

di Ken Russell.

con: Kathleen Turner, Anthony Perkins, John Laughlin, Bruce Davison, Annie Potts, Pat McNamara, Stephen Lee.

Usa 1984
















Quando nel 1984 "China Blue" uscì in sala, quelle immagini spinte sino ai limiti della pornografia e il ritratto di una sessualità estremamente libera infuriarono la censura, che ne sforbiciò alcuni minuti; nulla di nuovo, certo, tanto che l'unica vera sorpresa è il fatto che la critica si sia divisa sull'effettivo valore del film di Russell, su sceneggiatura di Barry Sandler, qui in chiara impostazione teatrale. C'è chi ne ha colto la franchezza iconoclasta, chi invece lo ha tacciato di essere un ritratto già visto e facilone, che non propone nulla di nuovo se non uno sguardo disincantato sulla tematica sessuale, allora ancora tabù, soprattutto a causa della relativamente recente comparsa del HIV.
Rivisto oggi, è invece decisamente più facile apprezzare l'opera di Russell per quello che è. Non un thriller erotico, come si vorrebbe far credere, quanto uno spaccato riuscito sulla falsità insita nelle relazioni umane che si intrecciano grazie all'amore e all'attrazione sessuale.



Tutti i personaggi hanno una maschera. La prima, più ovvia, è quella di China Blue (Kathleen Turner), alias Joanna Crane, donna in carriera che di notte dismette il tailleur per una parrucca biondo platino con la quale si aggira come prostituita nel quartiere malfamato. Come lei, il "reverendo" Shayne (Perkins) è un prete ossessionato dal peccato della lussuria, che decide di "salvarla" dalla vita di strada. E come loro, anche l'apparentemente innocente Bobby (John Loughlin) vive nella menzogna di un matrimonio felice.




"L'amore dovrebbe unire le persone, non allontanarle". Tutto qui, questo è il senso, la chiave di lettura, data alla fine del primo atto praticamente dal protagonista. Il che rende la narrazione sicuramente didascalica, ma non meno interessante.
Nei rapporti, tutti fingono. Fingono di essere felici, di provare emozioni, persino reazioni fisiche come l'orgasmo. Tutto è subordinato a mantenere la bugia della felicità coniugale. Questo è il mondo di Bobby, buon padre di famiglia, ex quarterback che ha sposato la fidanzatina del liceo e che ora, dopo undici anni, si accorge di come questa relazione sia andata avanti per pura inerzia, di come la scintilla dell'amore e l'attrazione reciproca si siano inariditi tempo addietro.
Per Joanna, invece, non esistono rapporti affettivi veri, non c'è mai vera attrazione. La sua vita è una recita perenne, una menzogna che vende per 50 dollari e che cambia a seconda del gusto del cliente: può essere una vittima come un carnefice, una reginetta di bellezza ingenua come una dominatrice assatanata, non esiste ruolo che non voglia interpretare. Per lei non ci sono vere menzogne, poiché tutto è una menzogna; non c'è il rischio che un rapporto si inaridisca perché pronta a reinventarsi ad ogni ora, divenendo sempre una persona diversa per persone diverse.
Per tutto il film, trova un limite in sole due occasioni: la prima è il ménage à trois con la coppia di yuppie, abbandonato perché schifata dal razzismo esplicitato. La seconda, più toccante, è quella del malato terminale, un uomo che ha avuto e ha ancora un rapporto matrimoniale felice e che prossimo alla morte vede al di là delle sue menzogne, capisce la falsità dei suoi atteggiamenti, la spoglia per la prima volta metaforicamente di ogni difesa, vedendo la donna sotto il costume.




Il reverendo Shayne è anch'egli una maschera deforme di una personalità alla deriva. Il fatto che Russell abbia cucito il ruolo su Anthony Perkins è un chiaro riferimento a "Psycho", tanto che tutto il personaggio può essere visto come una versione iperbolica e grottesca di Norman Bates, al punto che entrambi escono di scena "in drag", sottolineando la loro psicopatologia. "Io sono te" esclama rivolto a China Blue, in uno scambio ridondante: Shayne è anch'egli un falso, un uomo corroso dall'ossessione salvifica che vede negli altri i propri peccati, che vuole sradicare con la violenza per punire sé stesso più che il prossimo, una sorta di super-io freudiano uscito di senno.




Sebbene lontano dai canoni del thriller vero e proprio, "China Blue" è, al suo cuore, un noir che affonda nelle perversioni e nelle menzogne dei personaggi per portarne a galla l'anima più nera e perversa. 
Russell si scatena con una messa in scena a tratti lisergica: tutte le sequenze notturne sono ricostruite in studio, con luci al neon e ombre che tagliano i personaggi, le cui silhouette divengono protagoniste delle scene di sesso più spinte come in un horror espressionista. La visione si fa onirica e visionaria e il mondo squallido e tetro è come il sogno delle metropoli decadenti di "Taxi Driver" e del cinema, quasi coevo, di William Lustig, tanto che non è difficile immaginare nel hotel/postribolo della protagonista aggirarsi personaggi come Frank Zito o lo squartatore di New York di Fulci.




Il tono è però sempre esagerato, costantemente sopra le righe, con pochissime concessioni alla serietà. Russell dà così pieno sfogo alla sua vena allucinata e allucinatoria per creare un ritratto espressionista incredibilmente espressivo, incontrovertibilmente forte, che pecca solo nell'estrema linearità, intercalata solo dalla forte carica provocatoria. "China Blue" diventa così un viaggio allucinato nei meandri del desiderio, di una sessualità solitamente repressa che trova pieno compimento su schermo in un trionfo liberatorio urlato a squarciagola che se ne frega del perbenismo imperante.




E la forza del film è in questa sua estrema franchezza, nel suo voler sovvertire proprio quelle maschere che ritrae come ipocrite e inutile. Lo fa nel modo più semplice, senza prendere veri rischi che vadano al di là della semplice provocazione, eppure riesce perfettamente nel suo intento. Tanto che sarebbe davvero il caso di rivalutare una pellicola per una volta davvero sottostimata a torto.

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