martedì 25 novembre 2014

L'Esercito delle 12 Scimmie

12 Monkeys

di Terry Gilliam

con: Bruce Willis, Madeline Stowe, Brad Pitt, Christopher Plummer, David Morse.

Fantascienza

Usa (1995)















---SPOILERS INSIDE---

"Gilliam diventa mainstream!" titolavano i giornali nel 1995, nel pieno della lavorazione di "12 Monkeys". Un allarme esagerato? Sicuramente, perchè se è vero che per la prima volta il grande autore dirigeva un progetto su commissione, è altrettanto vero che il prodotto finito è un film d'autore al 100%, pur partendo da uno script non suo, guarda caso come accadeva con il precedente "The Fisher King".
Il vero "scandalo" semmai è un altro: il fatto che ad aver commissionato il film sia stata la Universal, che neanche 10 anni prima aveva tentato di distruggere "Brazil" per trasformarlo in una pellicola mainstream, suscitando le ire di Gilliam e Robert De Niro, nonchè l'indignazione di tutta la comunità cinematografica dell'epoca.
Ma rimpiazzato l'odiato Sid Shainberg alla guida dello studio, la major trova nell'autore di adozione britannica per dirigere un kolossal da 29 milioni di dollari con protagonisti tre delle più grandi stelle di Hollywood dell'epoca. E pur non avendo il controllo completo su storia e personaggi e, purtroppo, nemmeno il final cut sul montaggio definitivo, di fatto frutto di un compromesso con le esigenze di cassetta dello studio, "12 Monkeys" è l'ennesima dimostrazione dell'enorme talento visionario di Gilliam, che per la seconda volta mette in scena una disastrosa distopia senza riproporre le atmosfere kafkiane di "Brazil" ed anzi creando uno stile post-apocalittico del tutto originale. E sopratutto, è la dimostrazione di come il grande autore sia anche un ottimo intrattenitore, in grado di creare un'opera commerciale in grado di sbancare i botteghini e, al contempo, di regalare a Brad Pitt la sua migliore interpretazione e trasformare Bruce Willis da macho ironico nella perfetta maschera della paranoia, estrapolandone le inedite doti di attore drammatico.


Alla base della pellicola c'è una magnifica sceneggiatura di David Webb Peoples; l'autore di "Blade Runner" e "Gli Spietati" rimase incantato dalla visione di "La Jetée", geniale cortometraggio di Chris Marker del 1962 girato come un montaggio di fotografie nel quale l'unico movimento è il battito di ciglia di uno dei personaggi.
"La Jetée" è il racconto di uno strano viaggio nel tempo: in un futuro post-apocalittico, segnato da una guerra nucleare che ha costretto i sopravvissuti a vivere nel sottosuolo, un uomo qualunque viene scelto dal governo per intraprendere un viaggio nel passato al fine di recuperare una fonte di energia, indispensabile per la sopravvivenza dell'umanità; tornato nel passato, l'uomo si innamora di una bella donna, ma è costretto più volte ad abbandonarla perchè "riportato" nel futuro dagli scienziati; ottenuta una fonte di energia illimitata da una civiltà proveniente da un futuro ancoro più remoto di quello in cui vive, l'uomo decide di fuggire nel passato per scappare via con la donna amata; arrivati su di un molo (la jetée del titolo, appunto) per imbarcarsi verso la salvezza, l'uomo viene ucciso dagli agenti del futuro sotto gli occhi di un testimone involontario: se stesso da bambino.


Marker partiva da uno spunto inedito ed originale: un uomo assiste inconsapevolmente alla sua morte; e il viaggio nel tempo diviene metafora del cinema: l'uomo viaggia mediante un visore che gli viene applicato mentre è sdraiato in una specie di amaca; il passato è quindi poco più di un'immagine, come un film che gli scorre davanti e del quale inizialmente egli è solo testimone; allo stesso modo, il tempo per spettatore del film rallenta: i 24 fotogrammi al secondo vengono scardinati e ridotti ad una serie di immagini che di fatto non si muovono, ma sono cristallizzate in attimi ben definiti, come le stesse immagini sui singoli fotogrammi della pellicola; il movimento è pura illusione che avviene negli occhi dello spettatore, ecco perchè il battito delle ciglia è il solo movimento possibile: il movimento effettivo che permette a delle immagini fisse di combinarsi in una azione fluida. Una volta che il tempo viene manipolato, anche le immagini perdono la loro forma apparente per rivelarsi per quello che sono in realtà, ossia semplici fotografie, attimi congelati nel tempo e non un movimento nel tempo stesso; ed è lo spettatore a compiere un viaggio nel tempo assistendo al film: è chiamato a guardare dei fatti già accaduti e che si ripetono infinite volte, senza che lui possa intervenire per cambiarne l'esito, pur essendo consapevole dello stesso fin dal primo istante; il protagonista e lo spettatore per la prima volta coincidono e tutta l'illusione della narrazione per immagini viene spezzata: la storia diviene un loop infinito, che finisce lì dove inizia ed inizia lì dove finisce, senza che nessuno possa interromperla, destinata a ripetersi in eterno sempre uguale a sé stessa.
Marker, in pratica, sviscerava definitivamente quella che è la grande mistificazione del mezzo cinematografico: l'illusione dell'azione, che viene smontata pezzo per pezzo e ridotta all'essenziale, nell'accezione più pura; il cinema rivela il suo volto più vero dinanzi allo spettatore, che per la prima volta viene riconosciuto in quanto tale: mero occhio che osserva.


Nel suo script, Peoples riprende solo l'idea alla base della storia di "La Jetée": un uomo, James Cole (Bruce Willis) viene mandato indietro nel tempo; da un futuro in cui la razza umana è stata sterminata da un virus e costretta a vivere nel sottosuolo, Cole viene rispedito nel passato per evitare la carneficina, ossia riscrivere la storia; viaggio che qui compie fisicamente, con tutte le possibili conseguenze di sorta. E nel mettere in scena questa ossessiva e catastrofica odissea nel tempo, l'affinità tra le elucubrazioni narrative di Peoples e le visioni di Gilliam è semplicemente perfetta.


Il viaggio nel tempo, per la prima volta nella storia del Cinema, non è un viaggio su una linea retta, su coordinate spazio-temporali precise, ma è afflitto da variabili ed incognite che lo pregiudicano; gli scienziati della distopia futura, nella migliore tradizione gilliamiana, sono folli e sbadati quanto i burocrati di "Brazil" e sbagliano a mandare indietro il loro agente; Cole si ritrova costantemente fuori luogo e fuori tempo, sbalzato da un periodo storico all'altro proprio come lo spettatore di un film, non avendo controllo alcuno sulla sua missione.
Di fatto, per tutto il primo atto Cole è uno spettatore degli eventi: mandato nel 1990, ossia 6 anni prima dell'inizio dell'infezione, può solo assistere passivamente alla reazione che la società ha nei suoi confronti; una società che non riesce a catalogare questo strano e sfatto visitatore e che per questo lo esilia in manicomio; luogo, questo, più folle della follia stessa, che Gilliam torna a costruire con inquadrature oblique e stroboscopiche per esaltare la visione deviata e deviante dei suoi ospiti. Cole, qui, è pura vittima degli eventi, trascinato dalla follia di Jeffrey (un Brad Pitt mai più così in parte e giustamente nominato all'Oscar).


Tramite il punto di vista deviato di Cole, il piano narrativo oggettivo del viaggio del tempo si fonde con quello, squisitamente soggettivo della follia, per non scindersi più fino alla fine del secondo atto. Per tutto il film, Gilliam e Peoples "giocano" con le aspettative dello spettatore e con la sua percezione: Cole è davvero un crononauta o solo un folle che ha immaginato il futuro sulla base di ciò che vede nel presente?
Gilliam costella il viaggio di Cole di piccoli indizi e richiami che si saldano, talvolta inavvertitamente, nella mente dello spettatore per confermare o confutare ciascuna tesi; le 12 scimmie, il gruppo ecoterrorista del titolo, altro non è che un gruppo di fanatici guidato dal folle Jeffrey, il cui padre è un grosso ingegnere chimico (Christopher Plummer); ben potrebbero, quindi, aver scatenato l'inferno sulla Terra; o forse no? Forse sono solo elucubrazioni dovute allo shock; o forse Cole è davvero tornato indietro nel tempo e come lui ci sono altri nel 1996, come il barbone; o forse Cole è si un crononauta, ma il cui stress lo ha condotto verso una forma di follia; in ogni scena, Gilliam da una soluzione, salvo poi smentirla nella successiva: Cole non può essere fuggito da solo dalla sua cella, ma allora perchè il barbone, una volta interrogato dalla psichiatra Kathryn (Madeline Stowe) afferma di non sapere nulla? Cole ha una ferita che si è procurato durante una sortita inaspettata nella Grande Guerra, ma allora perchè i membri delle 12 Scimmie non sanno nulla del progetto di liberare un virus omicida?


E' così che lo spettatore viene chiamato a svestirsi del suo ruolo meramente passivo e ad interagire con i personaggi stessi, in particolare con Kathryn; è lei la "spettatrice dall'altro lato dello schermo", colei che pur essendo pienamente immersa nella storia cerca di scinderne il piano oggettivo da quello soggettivo; e questo nella sua duplice veste di donna di scienza e figura salvifica; da un lato, Kathryn è una psichiatra, ossia uno scienziato chiamato a decidere cosa è reale da cosa è pura fantasia; ma ella stessa è inerme di fronte all'impossibilità di discernere i due piani, tanto da arrivare a criticare la stessa scienza psichiatrica definendola come una religione, ossia un'organizzazione di soggetti che decidono a priori cosa deve essere vero, lasciando tutto quello che risulta insolito o incognito al piano dell'irrazionale e, di conseguenza, alla menzogna; una delle critiche più feroci all'istituzione scientifica che solo l'autore di "Le Avventure del Barone di Muchausen" poteva concepire.
Dall'altro, Kathryn è la sola speranza per Cole; non solo è l'unico essere umano a cercare di scorgere una dignità in lui, ma è l'unica ad avere dubbi sull'effettiva sussistenza delle sue teorie. Man mano che la narrazione procede, il loro rapporto si intensifica; anche lei viene risucchiata nel vortice di follia di Cole, ma riesce sempre a razionalizzare tutto, finendo per divenire l'unica ancora di salvezza per l'uomo; la love-story diviene di nuovo fonte salvifica: Cole, come Sam, può fuggire (forse) dal suo mondo post-apocalittico mediante la bellezza e la serenità di Kathryn, a cui una splendida Madeline Stowe infonde una carica di dolcezza tangibile.


Il concetto di tempo in "12 Monkeys" non è una linea retta, bensì una spirale; ogni evento è chiamato a ripetersi costantemente e uguale a sé medesimo, come realizza Cole verso la fine del secondo atto; catarsi che arriva durante la visione di un film: non una semplice citazione del lavoro di Marker, ma una riflessione su come, di fatto, guardare un film sia come una viaggio a ritroso, in un'epoca diversa dalla propria, nel quale si assiste ad avvenimenti destinati a ripetersi in eterno pur sapendo come si concluderanno; e non per nulla, il film in questione è "Vertigo" (1958)di Hitchcock, una delle massime riflessioni sul ripetersi inaspettato e inalterabile degli eventi.
La spirale di fatti si ripiega su sé stessa nel terzo atto: ogni evento così come programmato avviene; Cole e Kathryn tentano di opporvisi, ma invano; le visioni di Cole si avverano e l'uomo muore dinanzi agli occhi di sé stesso, in un circolo completo che portarà la storia a ripetersi da capo.
Forse, o forse no: cosa sono le visioni del futuro che Gilliam e Peoples ci mostrano nelle ultime sequenze? Interferenze dal futuro? Allucinazioni? Semplici coincidenze?
Gli autori decidono di non svelare il disegno, di lasciare allo spettatore non un interrogativo vero e proprio, quanto un ulteriore ruolo attivo: comprendere mediante uno sforzo immaginifico se la fuga di Cole e la sua precedente missione siano state un fiasco o meno, ossia scrivere con il pugno della propria mente il vero finale della storia; oppure non scriverlo, lasciare che gli eventi semplicemente accadano e si accumulino per ritornare indietro, al punto di partenza per cominciare da capo in una nuova visione; perchè per Gilliam, la catarsi avviene solo per il giovane Cole, con l'ultima splendida inquadratura del film, che spezza in parte la spirale degli eventi con un pizzico di speranza per il futuro, mentre l'ossessivo (e magnifico) tema di Paul Buckmaster sfuma verso le splendide note di Louis Armstrong.


Un mondo futuro, quello di "12 Monkeys", che Gilliam ricalca sulle distopie di Aldous Huxley; una società in mano agli scienziati ma ugualmente impazzita, dove la classe dirigente, nonostante sia votata alla conoscenza, sembra aver perso contatto con la realtà al pari di Cole; una versione distorta degli psichiatri che spadroneggiano nel presente, una dirigenza ai limiti della follia che ha imbastito una società claustrofobica e schizzata, dove la tecnologia continua a schiacciare gli individui e dove tutto è posto sotto controllo; come in "Brazil", ma in chiave ancora più estrema, con i camici bianchi e le tute anticontaminazione che hanno preso il posto degli abiti in doppio petto e dei cappottoni.


E la follia questa volta non rappresenta per Gilliam una forma di escapismo dalla realtà; la realtà stessa è invece fuga dalla follia; la paranoia di Cole, il suo sentirsi costantemente spiato altro non è che una manifestazione di pazzia, immaginaria o reale, che può essere vinta non lasciandosi trasportare dai sogni o dalla propria immaginazione, ma indagando il reale, discernendo il lato oggettivo da quello soggettivo, dove solo il primo rappresenta effettiva salvezza.
Salvezza che, come da tradizione, viene negata; ma laddove la salvezza perde, proprio come in "Brazil" la speranza trionfa.

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