sabato 11 luglio 2015

China Girl

di Abel Ferrara.

con: Richard Panebianco, James Russo, Sari Chang, David Caruso, Russell Wong, Joey Chin, Judith Malina, James Hong.

Drammatico

Usa (1987)















E' un dato di fatto assodato da almeno un secolo come nella società nordamericana esista un rifiuto totale del concetto di "Meltin' Pot"; non è stato, in sostanza, possibile creare un'unica etnia nella quale confluissero tutte quelle degli immigrati che nell'arco degli ultimi duecento anni hanno dato vita al sostrato civile ed antropologico yankee. Tutt'altro: nelle metropoli, ogni singola comunità è tutt'oggi organizzata come un mondo a sé stante, nel quale le tradizioni della madrepatria si riaffacciano in modo distorto, quasi grottesco, a voler creare un'identità forte, dalla quale molto spesso è difficile staccarsi.
Identità che porta ogni singolo quartiere a divenire una fortezza che rifiuta qualsiasi influenza esterna, che non sia naturalmente quella dei caratteri comuni delle tradizioni americane di impronta WASP; ed anzi: il concetto nordamericano di identità culturale porta spesso ad uno scontro frontale tra culture originariamente separate da miglia di distanza, ma che si ritrovano a convivere nella medesima zona.
E' il caso della comunità italiana e quella cinese, originariamente separate dal "milione di miglia" di Marco Polo, ma che a New York si ritrova divisa unicamente da Canal Street, vera e propria trincea che divide Little Italy da Chinatown.
Il giovane Abel Ferrara si muoveva proprio tra quei vicoli e quelle stradine spesso sporche del sangue di gang "etniche", testimone della violenza insensata che scaturiva dalla non comprensione; e con "China Girl" decide di dare uno spaccato dell'ottusità di quelle gang, in particolare dei giovani teppisti la cui identità culturale portava spesso a tragedie immani.


Gli spunti di partenza sono famosi e facilmente riconoscibili: "Romeo & Giulietta", con la storia d'amore maledetto tra due ragazzi appartenenti a realtà inconciliabili, e "West Side Story" (1961), che già portava il capolavoro del Bardo tra le strade di Manhattan; ma Ferrara, come ogni grande artista, non si limita riprendere il calco e a riproporlo, anzi ne sovverte il canone lasciando la storia dei giovani Tony (Richard Panebianco) e Tye (Sari Chang) sullo sfondo, per concentrarsi sul furioso scontro delle due etnie.
Muovendosi sempre da un ottica di genere, Ferrara mischia il melodramma con il thriller metropolitano e descrive le strade di Manhattan come una versione un attimo più verosimile di quella vista ne "I Guerrieri della Notte" (1979): gang divise per razza che si massacrano per il territorio. La violenza viene cucita addosso ai membri più giovani: l'intolleranza diviene questione di identità culturale, che i giovani teppisti in erba utilizzano per fare strada; la scissione con la vecchia generazione, per Ferrara, è totale: i gangster più anziani sono consci della follia insita nell'uccisione coatta del "diverso" e preferiscono fare affari con i loro presunti avversari, laddove per i sottoposti, la futura "generazione di comando", il razzismo è un elemento insopprimibile.


In tale ottica, l'amore dei due novelli Giulietta e Romeo diviene vittima sacrificale: elemento inconcepibile che viene distrutto a causa della totale incomprensione tra le due culture; mentre la violenza, sia essa totalmente distruttiva o punitiva, trionfa sempre, in un finale cupo e commovente. Mentre la violenza diviene elemento naturale della società, con morti ammazzati che penzolano dai pali della luce ed omicidi punitivi commessi in un'atmosfera ai limiti dell'horror.


Stranamente, "China Girl" viene sovente definito come un'opera minore nella filmografia del grande autore newyorkese; nulla di più sbagliato: le immagini che qui crea sono sfolgoranti, tra le migliori del suo primo periodo; la violenza viene descritta in modo crudo, privo degli abbellimenti "gore" di "Fear City" (1984)  o "The Driller Killer" (1979), prosciugata di tutta la sua componente estetica per divenire puro dolore fisico; tant'è che quell'ultima, iconica e straziante immagine dei due amanti massacrati eppure ancora innamorati, entra di diritto nell'immaginario del cinema metropolitano americano.
Ed è a qui che Ferrara comincia a riconcepire il genere in chiave squisitamente personale, piegando tutte le esigenze commerciali alla narrazione personale, come farà nei suoi successivi capolavori "Il Cattivo Tenente" (1992) e "Fratelli" (1996).

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