sabato 4 luglio 2015

Sei Donne per l'Assassino

 di Mario Bava.

con: Cameron Mitchell, Eva Bartok, Thomas Reiner, Ariana Gorini, Dante DiPaolo, Mary Arden.

Thriller

Italia, Francia, Monaco (1964)















Dopo aver rinvigorito il gotico classico con "La Maschera del Demonio" (1960), Bava, nel '64, si cimenta, per la prima volta nella forma del lungometraggio, con il thriller, dandone una personale rilettura che, pur partendo da autori "classici" quali Hitchcock e Clouzot, reinventa di punto in bianco l'intero genere. "Sei Donne per l'Assassino" è infatti il capostipite di quell'intenso filone di "thriller all'italiana" destinato a fare scuola e ad imporsi come nuovo termine di paragone per i decenni a venire.


La trama di "Sei Donne", a differenza di quanto accadrà con quasi tutti i film del filone, è semplicissima e lineare: un killer mascherato uccide le belle modelle di atelier alla moda. Stop, nient'altro: la struttura del thriller viene ridotta all'osso, scontornata dai colpi di scena, ora due in tutto, di cui uno anche volutamente "telefonato"; l'enfasi viene posta non tanto sul chi uccide le ragazze, ma sul come.
L'esecuzione dell'uccisione si carica di una violenza grafica inusitata (per l'epoca) ed appaiata con le forme sensuali delle attrici, in un gioco di eros e thanatos al pari di quello de "La Maschera del Demonio" e che anche qui riesce a rendere morbosa la visione dei delitti.
Ma la violenza di Bava non è gretta o iperrealista, si basa anzi su di una visione stilizzata, quasi onirica della morte, dove la scena del crimine è investita di luci innaturali, con i rossi e verdi che si alternano a creare una realtà da incubo ad occhi aperti; stilizzazione che si compie nella ricerca estrema della costruzione della tensione, talvolta creata mediante il classico climax, talaltra smontata nelle sue componenti essenziali e ricercata mediante l'effetto shock.


Elementi essenziali che si cristallizzano ora e per sempre su pellicola: nasce il "Giallo", una versione più artefatta e stilizzata del canonico thriller, che pur basandosi sul canonico modello del "whodunnit", vi si distanzia per la ricercatezza formale estrema (in Italia il filone sarà semplicemente conosciuto come "thriller all'italiana", dato che storicamente il termine "giallo" si rifà a tutta la letteratura del brivido da Arthur Conan Doyle in poi).


Elementi che rendono il film di Bava tutt'oggi godibile, nonostante l'esile intreccio e il ritmo talvolta troppo lento. Oltre, naturalmente, alla consueta attenzione del grande regista per la messa in scena, che qui ci regala, oltre ai capisaldi su citati, anche una caratterizzazione estetica dell'assassino pronta anch'essa a fare scuola: guanti neri, cappellaccio e maschera anonima, look che sarà ripreso da intere schiere di epigoni, tra i quali occorre citare almeno "Profondo Rosso" (1975) e "Black Dahlia" (2006).

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