giovedì 28 luglio 2016

Ghostbusters

di Paul Feig.

con: Kristen Wiig, Melissa McCarthy, Kate McKinnon, Leslie Jones, Chris Hemsworth, Neil Casey, Charles Dance, Andy Garcia, Ed Begley Jr, Matt Walsh, Michael Kenneth Williams.

Commedia/Fantastico

Usa 2016
















Rivendere marchi al pubblico, creare franchise con ogni singola idea spremendola sino all'osso, vendere merchandise inutile che diviene il vero motivo di esistere di una pellicola.
Hollywood è sempre stata una fabbrica che crea oggetti da dare in pasto al pubblico, ma negli ultimi dieci anni il trend di trasformare ogni singolo film in un brand commerciale ha oltrepassato la soglia del ridicolo sino a raggiungere lo squallore più puro.
Saghe mediocri quali quelle di "Harry Potter", "Twilight" o "Hunger Games" hanno fomentato l'idea malsana di creare infiniti capitoli su basi letterarie esigue (semplicemente oltraggiosa la trovata di scindere in due film l'ultimo capitolo di ognuna di esse per estorcere più denaro ai fan, quando è palese l'insussistenza quantitativa del contenuto), mentre il successo dei supereroi dei Marvel Studios ha coniato la moda dei marchi associati con gli studios. E questo remake del classico e supercult "Ghostbusters" (1984) altro non è se non il figlio bastardo di queste orripilanti tendenze; come sempre in casi simili, la storia produttiva alla base è talmente incredibile, complessa e a tratti oscena da essere infinite volte più interessante del prodotto finito.




Ogni major ha un proprio franchise da portare avanti, se non più d'uno. La Disney possiede, tra gli altri, il catalogo della Lucasfilm, con "Star Wars" in prima fila; la Marvel di Feige ha i suoi infiniti supereroi; la Warner ha il roaster della Dc, della Vertigo e la saga letteraria di Harry Potter; la Lionsgate acquisisce ossessivamente i diritti di sfruttamento di ogni singolo romanzo young adult in cerca dell'ennesimo colpaccio; la Paramount ha "Star Trek"; la Universal propina e ri-propina remake e reboot dei suoi classici horror; la Fox è ormai lanciatissima nell'adattare le serie mutanti della Casa delle Idee.
La Sony, d'altro canto, può vantare un record poco invidiabile: l'aver fatto deragliare non una, ma ben due saghe cinematografiche sull'Uomo Ragno. In particolare, l'ingerenza produttiva in "The Amazing Spider-Man 2" (2014) ha condotto non solo alla creazione di un film mediocre, ma anche al peggior esito ai box-office di sempre per il personaggio. La produttrice in capo, Amy Pascal, all'epoca dovette quindi arrovellarsi il cervello su come sfruttare al meglio le licenze che già possedeva per creare una serie, potenzialmente infinita, di film di successo.




Produttrice ambiziosa, ma di scarsissima duttilità, la Pascal accarezzava da anni un sogno personale un pò infantile ma in fondo interessante: creare una serie di film con al centro un gruppo di supereroine, tutte donne, tutte forti ed emancipate. La scelta sul cast di personaggi cadde inizialmente sulle protagoniste del "ragno-verso", in particolare sulla Spder-Gwen che, approdata da pochissimo sulle pagine dei fumetti di Spider-Man, riscosse un successo immediato. Ma il pessimo lavoro da lei svolto dietro le quinte all'ultimo exploit del personaggio portò il sogno a sfumare; così come sfumarono tutte le possibili prosecuzioni della saga principale: niente più spin-off sui Sinistri Sei, film in solitaria su Venom o terzo capitolo con protagonista Andrew Garfield; la sua folle ingerenza, che ha portato a far scrivere il film al duo di imbecilli Orci & Kurtzman e ad infestare il tutto con inutili rimandi e easter-egg, non ha pagato.
Serviva qualcosa di diverso, qualcosa che il pubblico non vedeva da anni, ma al quale fosse già affezionato. Un simbolo del passato che potesse nuovamente portare la gente a spendere soldi per il cinema e sopratutto per i prodotti. E la scelta cadde sugli Acchiappafantasmi del trio Aykroyd-Ramis-Reitman.
Peccato che questi tre fossero già alle prese con la pre-produzione del terzo capitolo delle avventure dei quattro scienziati pasticcioni. Da almeno 20 anni.




Era il 1989 quando "Ghostbusters II" arrivava nelle sale. Un sequel mediocre, ma tutt'altro che disprezzabile: una copia carbone poco ispirata del primo film, con uno script a tratti palesemente rozzo, sopratutto nei dialoghi, ma che riusciva lo stesso ad intrattenere e divertire. L'esito scontentò non solo i fan del film originale o dell'allora ruggente cartone animato, ma anche gli attori coinvolti. Primo fra tutti Bill Murray, che non celerà mai il suo fastidio nell'aver preso parte ad un film dove gli effetti visivi contavano più del resto. Ma quell'esperienza deleteria servì molto ai suoi autori.
Chiamati a bordo del progetto, Aykroyd, Ramis e Reitman non avevano nessuna idea in merito ad un possibile sequel di quel film che, fino ad allora, era stato la commedia più vista di sempre. La brutta esperienza, tuttavia, fu coronata dall'ottima accoglienza al botteghino (restò in cima alle classifiche per tutta la prima settimana, dopo la quale fu surclassato unicamente da quel tifone che fu il "Batman" di Burton, riuscendo comunque ad incassare oltre 300 milioni in tutto il mondo a fronte di un budget di poco inferiore ai 40) e da una tiepida accoglienza critica. L'interesse per i personaggi resisteva ed il trio decise di dedicare loro una terza avventura, questa volta più ambiziosa e complessa.




Lo script del terzo film, intitolato dapprima "Ghostbusters in Hell" e poi "Ghostbusters III: Hellbent" era pronto già nei primi anni '90 e vedeva gli Acchiappafantasmi nuovamente alle prese con una minaccia extradimensionale: un portale aperto da uno scienziato che conduce nientemeno che all'inferno, dove si ritrovano ben presto intrappolati. Idea originale, che però restò sepolta per oltre 15 anni: troppo ambiziosa, da un lato, per gli effetti speciali dell'epoca, troppo rischioso, d'altro, investire in un brand che oramai il pubblico generalista cominciava ad ignorare. L'inferno divenne quindi quel "development hell" nel quale i migliori progetti hollywoodiani si perdono talvolta per sempre.
Finchè nel 2009, ossia 20 anni dopo l'uscita nelle sale dell'ultimo film, sugli scaffali dei negozi non arrivò un nuovo prodotto con il famoso logo del fantasmone bianco: un videogame prodotto dalla Atari, ambientato subito dopo gli eventi del secondo film e che riuniva per l'occasione l'intero cast originale del film, compreso il solitamente riluttante Bill Murray, che si dirà divertito dall'esperienza.




L'accoglienza positiva riservata al gioco riportò i riflettori sul progetto "Ghostbusters 3". I tre autori tornarono a collaborare e con l'aiuto di un team di sceneggiatori capitanato da Gene Stupnitsky aggiornarono il vecchio script. Lasciata inalterata la minaccia e il villain, vengono introdotti due elementi del tutto freschi ed originali: l'aggiunta al cast di una donna, che nelle intenzioni di Harold Ramis avrebbe dovuto essere "bella e divertente" e, sopratutto, un nuovo team di acchiappafantasmi più giovani, che si sarebbero affiancati al gruppo storico, tra i quali figurava anche Oscar, l'infante in pericolo di "Ghostbusters II" ora cresciuto. Unico problema: Murray continuava a rifiutare la collaborazione, pur avendo dato precedente disponibilità, affermando di non voler prendere parte come protagonista ad un film disimpegnato, procrastinando ulteriormente l'inizio della produzione.




Ma con la sceneggiatura praticamente pronta, Reitman cominciò il casting principale: contattò Seth Rogen e Ben Stiller per i "cadetti" e persino Sacha Baron Cohen per il ruolo del cattivo di turno. La Sony arrivò persino a pubblicizzare il progetto nei panel commerciali del 2010 e 2011, prova di come la produzione vera e propria fosse imminente. Ma Murray a parte, i tre autori dovettero far fronte ad un altro problema: l'ostracismo della stessa Pascal, che voleva dare priorità ai film sull'Arrampicamuri Scarlatto e al suo personale progetto di supereroi in gonnella. "Ghostbusters III: Hellbent" tornò in quel girone dove era stato sepolto e vi rimase sino al 2014, quando l'improvvisa morte di Harold Ramis mise la parola fine al progetto.




Senza uno dei suoi autori, "Ghostbusters: Hellbent" venne accantonato e la Sony, che non vi aveva mai davvero creduto, si dedicò anima e corpo alla prosecuzione del franchise di Spider-Man.
Due eventi imprevisti sconvolsero nuovamente i piani: il leak di informazioni ad opera degli hacker nordcoreani portò alla luce lo scontento degli impiegati in merito alla poco lungimirante politica produttiva degli executives e scoperchiò le deboli politiche della Pascal e soci. Mentre il mezzo flop di "The Amazing Spider-Man 2", con conseguente rinegoziazione degli accordi di sfruttamento con la Marvel, portò la major alla ricerca di un nuovo franchise. Il colpo di genio della Pascal spiazzò tutti: produrre un nuovo film sui Ghostbusters, ma che non fosse un sequel, bensì un remake, con un cast totalmente al femminile e senza coinvolgere nessuno degli autori originali. Trovata disprezzabile per più motivi.




L'originario film del 1984 non è una pellicola che si presta ad essere clonata con facilità. L'equilibrio, pressocchè perfetto, tra commedia e horror è tutto merito dei due sceneggiatori e del regista, oltre che di un cast affiatato, che si è formato sul palco dei Saturday Night Live affinando l'alchimia comune. Murray, Aykroyd e Ramis si integravano perfettamente sulla scena perchè già colleghi da anni, la sceneggiatura amena degli ultimi due funziona grazie al tono visionario del primo e al sapiente uso del registro comico attuato dal secondo, mentre la genialità di Reitman sta nel portare tutto in scena come se fosse un film fantastico piuttosto che una commedia. Il regista, formatosi nel decennio precedente come produttore per David Cronenberg, sa usare il registro horror e adopera uno stile secco nei passaggi più seri per poi affidarsi totalmente al cast in quelli più leggeri. La fusione dei due registri riesce sopratutto perché il film non scade mai in una bieca parodia del genere e, quando decide di parodiare, lo fa in modo sottile, con un umorismo fine, mai sopra le righe o, peggio, volgare.
In sostanza, la formula alla base della riuscita del film dipende totalmente dai nomi coinvolti. Estromettere totalmente gli autori originali non aveva senso.
L'idea di usare un team al femminile era invece, sulla carta, una trovata interessante, sopratutto se si tiene conto di come fosse già in parte presente nei piani originali di Ramis. E l'aver affidato la regia a Paul Feig, ancora, sembrava la scelta giusta: un autore famoso per le sue commedie al femminile, che sopratutto con "Bridemaids" (2011) aveva saputo creare una commedia divertente e politicamente scorretta, dirigendo un cast perfetto. Ancora più azzeccata era l'idea di portare a bordo Kristen Wiig, Melissa McCarthy e Kate McKinnon, semplicemente le tre migliori attrici comiche che Hollywood ha a disposizione. Tutto questo sempre e solo sulla carta.
Perchè alla luce dei fatti, questo remake, reboot o come lo si voglia chiamare viene disintegrato dal confronto, impietoso, con l'originale e persino con i lavori precedenti di Feig, pur non essendo il disastro inguardabile che in molti temevano sarebbe stato.




"Ghostbusters" non è un prodotto che aggiorna temi e alchimia dell'originale alla nuova sensibilità del XXI secolo, nel bene e nel male, come faceva il riuscito remake di un'altro classico degli anni '80, il RoboCop di José Padillha. Feig non sa gestire il registro horror, quindi costruisce quasi tutta la pellicola come una semplice commedia. Le uniche volte in cui tenta la carta della tensione lo fa senza rischiare nulla, giusto con un jump-scare nella sequenza del primo incontro tra le ghostbusters e lo spettro nella casa-museo o affidandosi totalmente agli effetti speciali, come in quella, più riuscita del manichino. Manca la tensione, ma anche l'atmosfera cupa che spesso faceva capolino nell'originale, così come un immaginario orrorifico vero e proprio. Gli spettri di questo reboot non fanno paura, ma non hanno neanche quel fascino grottesco che ammantava gli originali. L'uso ridicolo della CGI per ogni singolo effetto speciale fa somigliare il tutto ad un cartone animato e la palette di colori accesa funziona solo con la fotografia in camera, mentre appiccicata addosso alle apparizioni le fa somigliare a quelle dei film di "Scooby-Doo".





L'umorismo di Feig non ha nulla a che vedere con il sarcasmo divertito dell'originale, ma anche con la cattiveria dei suoi stessi film precedenti. La maggior parte delle gag sembrano uscire da un parodia piuttosto che da una farsa, tanto sono distaccate dal contesto ed votate all'assurdità gratuita. Molte battute cadono a vuoto o, peggio, sono dilatate e ripetute sino allo sfinimento. Come le gag sulla stupidità di Kevin (Chris Hemsworth), che vengono sputate in faccia allo spettatore ad ogni occasione; e, paradossalmente, alcune di queste sono tra le migliori del film. Ma a difesa del lavoro svolto dall'autore, bisogna ammettere che, quanto meno, anche le battute peggiori non lasciano addosso quel senso di imbarazzo proprio dei peggiori exploit comici americani odierni.




I punti più deboli sono, malauguratamente, la storia ed i personaggi. La prima è, essenzialmente, una flebile rilettura di quella del primo film, purgata dai risvolti più estremi e con un villain a dir poco idiota: un nerd che decide di scatenare l'apocalisse perché alienato e bistrattato.
I personaggi, d'altro canto, sono stereotipati o copie carbone di altri già visti. I più riusciti sono quelli della Wiig e della McCarthy, ma la sensazione di deja-vù è davvero forte; di fatto, Erin altro non è che il medesimo personaggio che la Wiig ha interpretato infinite volte su schermo, compreso  in "Bridesmaid": una donna matura incapace di raggiungere il successo nella vita, un pò goffa ed impedita, che trova conforto nelle sue amiche. La Abby della McCarthy è invece una semplice versione in gonnella del Ray Stanz di Dan Aykroyd, ma senza i lampi di genio del suo interprete originale. Più imbarazzanti le caratterizzazioni dei personaggi della McKinnon e della Jones. Holtzmann è, in sostanza, una parodia del Doc Brown della serie di "Ritorno al Futuro" con qualche accenno sparuto dello Spengler di Harold Ramis, che la McKinnon si diverte a caricare sin oltre i limiti del parodico e che, nell'economia del film, serve sopratutto ad includere un personaggio sottilmente (ma neanche più di tanto) omosessuale. Mentre la Patty Tolan della Jones è semplicemente lo stereotipo del donnone nero elevato all'ennesima potenza, né più, né meno, al punto che persino chi criticava la blanda inclusione del personaggio di Zeddmore nei vecchi film qui non potrà che gridare allo scandalo.




Vien da ridere se si pensa che queste quattro figurine dovrebbero essere donne forti ed indipendenti. E di fatto, per salvarsi, da questo punto di vista Feig decide di giocarsela facile e sporca, immergendole in un mondo dove ogni singola figura maschile è un perfetto idiota. Tralasciando il personaggio di Kevin, talmente tonto da poter essere definito ritardato, o il rettore di ferro interpretato da Charles Dance, che licenzia Erin solo perché aveva scritto un libro sul paranormale in gioventù, a stupire maggiormente sono i personaggi del sindaco e del villain. Il primo è un idiota impedito, che non capisce nulla di ciò che avviene e lascia il ruolo di guastafeste alla sua segretaria, che essendo donna è invece dotata di raziocinio. Mentre il cattivo di turno, già di per sé scemo, viene contrapposto alle protagoniste anche su di un piano umano: laddove loro quattro fanno dell'amicizia una forza, lui è un alienato irrecuperabile e per questo destinato alla sconfitta, che viene schernito in lungo e in largo per tutto il film solo a causa del suo aspetto goffo e poco attraente. Totalmente opposto è invece l'atteggiamento verso il fustacchione di Hemsworth, del quale Erin si innamora perdutamente nonostante la sua palese demenza; comportamento che porta alla mente quello di un uomo alle prese con una donna bella ma scema, ribaltamento del famoso luogo comune che riporta alla mente, in modo invero blando, la comicità tipica di Feig, ma che su schermo risulta talmente fuori luogo che si finisce per domandarsi se l'autore abbia mai davvero conosciuto una donna in carne ed ossa.
In un contesto del genere, Feig e la sceneggiatrice Katie Dippold vorrebbero esaltare le virtù intellettive ed umane del loro quartetto, ma non si accorgono di come immergere i loro personaggi in un mondo dove avere un pisello vuol dire essere idioti non è sinonimo di progressismo, ma di semplice stupidità. Al punto che se gli autori si sono divertiti a dare del misogino a chiunque non abbia apprezzato il film, bisognerebbe ricordar loro come anche l'insulto gratuito verso il gender maschile è altrettanto deprecabile. Ma vista la caparbietà con cui si sono divertiti a caratterizzare in modo stupido e volgare i loro personaggi, è anche possibile che non abbiano la maturità per comprendere un concetto che ai loro occhi potrebbe risultare infinitamente astruso e complesso.




Dal canto suo, Amy Pascal è davvero riuscita nell'impresa di creare un film con delle supereoine e con tutti i luoghi comuni del genere: la origin-story che occupa tutte e tre gli atti, le sequenze in cui viene provata l'attrezzatura, il confronto con un villain puramente pretestuoso, persino la scena post-crediti che apre ad un sequel più ambizioso; e. sopratutto, un terzo atto dove le ghostbusters attaccano i fantasmi come se fossero comunissimi scagnozzi fatti di carne e sangue, passandoli al tritacarne e mettendoli al tappeto a suon di frusta, alla faccia della minaccia ectoplasmatica.
Tutto il resto è pura routine: gag poco riuscite, umorismo del tutto distaccato dal contesto, storia inesistente. Tutti difetti propri del cinema di intrattenimento contemporaneo, nulla che non poteva essere previsto data la natura prettamente commerciale dell'operazione. Il vero "crimine", semmai, è stato l'aver costretto il cast originale a comparire in una serie di camei inutili e talvolta fuori luogo, come quello di Bill Murray, che riprende in sostanza il ruolo che fu di William Artherton nell'originale. Visione che riesce davvero a deprimere.
Per il resto questa operazione da due soldi lascia il tempo che trova: 120 minuti che volano via, non esaltano ma neanche irritano. Una mediocrità pura e semplice, una forma di cinema di intrattenimento che gioca al ribasso su tutto. E che per forza di cose finisce per perdere con il suo predecessore, che di certo non mancava di ambizione. Ma, si sa, erano altri tempi quelli che lo hanno visto nascere, anche per quel cinema di puro disimpegno.






EXTRA


Impossibile parlare del film senza fare cenno al polverone di polemiche che ha suscitato nei mesi antecedenti alla sua uscita. O per meglio dire: non tanto il film in sé, quanto le reazioni al suo lancio. Pubblicato il trailer, gli utenti di YouTube hanno manifestato in modo diretto lo scontento per quelle immagini poco divertenti e a tratti semplicemente stupide, tanto che in breve tempo è divenuto il trailer con il maggior numero di dislike sulla piattaforma.




Disperati, i dirigenti della Sony, impauriti da un possibile flop, hanno reagito in modo squallido e codardo, tacciando di misoginia chiunque postasse commenti negativi e pubblicando il successivo materiale video unicamente sulla pagina Facebook del film, dove era impossibile commentare. La strategia era semplice: isolare gli scontenti, insultarli ad oltranza per far credere al pubblico occasionale che si trattasse di pochi facinorosi ignoranti, quando in realtà gli utenti che hanno effettivamente pubblicato commenti di disapprovazione sul gender del cast si contavano sulle dita di una mano monca.
Con una manovra furba e squallida, gli addetti al web della Sony hanno poi deciso di cancellare solo quei commenti negativi che articolavano in modo complesso e completo il loro punto di vista, sopratutto quelli postati da utenti donne, lasciando invece in bella mostra i commenti realmente misogini, per creare prove a tavolino sulla "persecuzione maschilista" in atto.

Ancora più squallido è stato il comportamento di Paul Feig, che tramite il suo account Twitter ha insultato praticamente chiunque non apprezzasse il film.


La Pascal, dal canto suo, si è unita al coro, insultando a destra e a manca chiunque non apprezzasse le immagini o osasse anche solo timidamente dire qualcosa di negativo sul film, sull'operazione commerciale che lo ha generato, sull'accoglienza delle immagini e video promozionali o persino sulle polemiche stesse.
Comportamento che definire infantile sarebbe superfluo.


La politica poco lungimirante della Sony ha portato a puntare tutto su di un unico film per risollevare le proprie sorti produttive. Facile intuire perché temesse un flop del film dovuto all'accoglienza negativa. Insulti a parte, la major ha attuato una delle sue solite strategie per pubblicizzare meglio il blockbuster: corrompere giornalisti che creassero recensioni ad hoc. In questo caso, si è deciso di utilizzare il canale YouTube Island Arcade, il cui autore non è neanche solito recensire film.


La breve vita del canale (appena 5 mesi), la poca frequenza con cui viene aggiornato e le strane circostanze che hanno portato l'autore ad ottenere un invito ad una proiezione di anteprima, hanno fatto pensare a molti altri youtuber (compreso Midnight'Edge, canale specializzato nelle controversie dietro famosi blockbuster) ad affermare come addirittura l'intero canale sia stato creato appositamente per pubblicizzare il film.


Tuttavia, è un altro atteggiamento mediatico a suscitare vera curiosità: durante i mesi di polemica, nessun membro del cast si è espresso a favore del film via social media, con l'eccezione della McCarthy, che ha timidamente twittato dei post sugli argomenti. Tolte le canoniche ospitate televisive al fianco dei volti storici del film originale, né la Wiig, nè la Jones, né la McKinnon si sono prodigate per cercare di vendere in alcun modo il prodotto. Probabilmente si erano rese conto in partenza della sua pochezza e della disperazione della Sony.
Ecco perchè la Pascal ha dovuto letteralmente comprare l'approvazione della vecchia guardia: Dan Aykroyd, probabilmente dietro un lauto compenso, si è speso in elogi sperticati verso il film.




Visto il prodotto finito, è palese la sua cattiva fede.

Sempre Aykroyd si è reso tristemente protagonista di un'altra campagna d'odio verso i detrattori: durante un'intervista presso ETCanada, l'attore ha affermato come chiunque non apprezzi questo remake sia "un sessantenne panzuto iscritto al KKK o ad altre organizzazioni razziste".
Anche in merito a quest'altra inutile cascata di insulti gratuiti, ogni commento risulterebbe semplicemente superfluo.

Un vero e proprio dossier completo sul "caso Ghostbusters" può essere trovato sul canale YouTube di Midngiht's Edge. Visione raccomandata per capire la gravità degli insulti propinati dagli autori del film al pubblico e per la vastità dell'idiozia dietro all'intera operazione.


2 commenti:

  1. Bella la marchetta di Dan Akroyd! Io non ho ancora avuto modo di vederlo, ma intanto ti faccio i complimenti per l'articolo, davvero interessante!

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