venerdì 4 maggio 2018

Per un Pugno di Dollari


di Sergio Leone.

con: Clint Eastwood, Gian Maria Volontè, Marianne Koch, Mario Brega, Josef Egger, Josè Calvo, Wolfgang Lukschy, Sieghardt Rupp.

Spaghetti Western

Italia, Spagna, Germania Ovest 1964
















E' abitudine consolidata affermare come nel cinema italiano non ci siano mai stati veri innovatori, ma solo autori in grado di riprendere generi e registri per rigenerarli; le eccezioni si conterebbero su poche dita: Fellini e le sue fantasmagorie, Mario Bava ed i cineasti dei primi del '900. Posizione alquanto ingenerosa se si pensa alla portata del neorealismo di Rossellini, in grado di ispirare quella Nouvelle Vague in grado di cambiare per sempre il volto del cinema. Ma ingenerosa anche nei confronti di un altro grande cineasta nostrano, un uomo in grado sia di ricreare da zero un genere che di creare quasi dal nulla uno stile: Sergio Leone.


Perchè le fonti di ispirazione di Leone sono state sicuramente molte ed eterogenee tra loro. Lo spaghetti western trova infatti il suo antecedente negli sperimentali western tedeschi, primi tentativi di riprendere il genere americano per antonomasia e declinarlo in modo diverso, senza però riuscire ad imporsi in alcun modo.
Altra importante fonte di ispirazione è il cinema di Akira Kurosawa, con i suoi jidei-eiga veri e propri equivalenti del western in veste nipponica. Al di là del fatto che il primo vero spaghetti-western della Storia, il mitico "Per un Pugno di Dollari", altro non è se non un remake non dichiarato di "Yojimbo- La Sfida del Samurai", Leone riprende da Kurosawa anche il gusto per la manipolazione del ritmo, con la dilatazione temporale che, sopratutto nei duelli, porta a lunghe pause riflessive prima di uno scontro fulmineo.
Ma allora in cosa consiste l'originalità nel cinema dell'immenso cineasta romano?
Per prima e più ovvia cosa, Leone è stato in grado di fare proprio un genere che si credeva inscindibile dalla propria terra di origine per trasformarlo in qualcosa di nuovo e mai visto prima. Lo spaghetti-western è infatti una vera e propria antitesi del western fordiano: laddove in quest'ultimo eroi senza macchia e senza paura si muovevano sullo sfondo del bellissimo panorama americano per difendere valori fondativi della società yankee o comunque per compiere gesta eroiche, nella sua versione italiana sono protagonisti sempre dei taciturni anti-eroi, che spesso fanno la cosa giusta solo per un tornaconto personale e che si muovono in ambienti desertici, brulli, lontani anni luce dalla maestosità della Monument Valley; la violenza di personaggi ed ambienti, inoltre, non viene celata, nè edulcorata: nei duelli i personaggi sanguinano ed imprecano, quando muoiono lo fanno gridando di dolore e versando ettolitri di emoglobina nella sabbia.



Ma cosa ancora più importante della sovversione dei canoni del western, Leone è stato in grado di creare uno stile personale subito riconoscibile e che ha fatto scuola, caratterizzato anzitutto da un nuovo tipo di inquadratura, un primissimo piano che ritrae da vicino i volti dei personaggi sino a far loro bucare lo schermo con i loro lineamenti. Magistrale è poi l'uso del montaggio nell'alternare questa inquadratura strettissima con campi lunghi e lunghissimi, a creare un vero e proprio ossimoro visivo che aggiunge stile e personalità al classicismo proprio del genere.
Ed è proprio lo stile ciò che rende immenso il cinema di Leone: elegante, ricercatissimo e ultramoderno, in grado di rinvigorire un filone che sembrava condannato alla ripetizione ad oltranza dei clichè delle sue origini in un nuovo codice grammaticale cinematografico. Impresa già perfettamente riuscita nel suo primo western, il mitologico "Per un Pugno di Dollari".




Va sottolineato come Leone non era di certo estraneo al mondo del cinema prima di questo suo celebre exploit; il suo esordio alla regia arriva infatti già nel 1961 con il peplum "Il Colosso di Rodi"; senza contare le partecipazioni alle grosse produzioni di Hollywood sul Tevere, tra tutte "Ben Hur" (1959), del quale dirige non accreditato la mitica corsa delle bighe. Ma è solo nel 1964 che trova la fortuna grazie al suo esordio nel western.
Lo stile di Leone nasce da una forma nostalgica, quella del western classico che parte con "Ombre Rosse"; ma laddove John Ford ed Howard Hawks cercavano una forma di verosomiglianza con il vero west, quello di Leone è un west più artefatto. Non che non ci sia una meticolosità nella ricostruzione storica: da manuale è il suo perfezionismo nel ricreare costumi e scenografie; ma a tale ricerca dell'autentico si aggiunge un che di fantastico, la visione di un bambino cresciuto ammirando quel mondo su di uno schermo, piuttosto che quella di coloro che hanno in parte vissuto nei luoghi dei pionieri. Da qui la definizione di "fiabe per adulti" che lo stesso autore conierà per le sue opere; e da qui un primo record per Leone, il primo cineasta sottilmente post-modernista italiano, che fa film ispirati ad altri film.
Ispirazione che deriva anche dall'influenza paterna: il padre di Leone era un regista del cinema muto, da qui l'uso espressivo di corpi e volti e la plasticità dell'inquadratura. E sopratutto l'uso della musica, che colora i silenzi con le note indimenticabili di Morricone ed i fischi di Alessandro Alessandroni. Nasce così uno stile moderno, fatto di immagini scandite a tempo di musica, che troverà il suo apice in "C'era una volta il West" e che in nuce è già presente in "Per un Pugno di Dollari".




Si apre con un lungo silenzio, "Per un Pugno di Dollari", accompagnato solo dalle note di Morricone; un crane che segue lo Straniero senza Nome (o anche "Joe") al suo arrivo al paese, per poi tagliare verso i primi piani. Già da questa prima scena sappiamo cosa aspettarci: qualcosa di nuovo rispetto ai classici.
Novità che arriva anche dall'ambientazione messicana, ricostruita in Spagna: i paesaggi brulli, desolati, lontani migliaia di miglia dall'imponenza di quelli di "Sentieri Selvaggi" sono il perfetto sfondo per un pugno di personaggi ruvidi. Se lo Straniero senza Nome è un cinico affarista, la cui ultima goccia di umanità finisce per mettere nei guai, Ramon Rojo, il cattivo, è un sadico, a cui il volto di Gian Maria Volontè (tutt'oggi forse il più grande attore che l'Italia abbia partorito) dona una cattiveria sottile, mai caricata, lasciata sempre tra le righe (a differenza di quanto farà con il folle Indio in "Per qualche dollaro in più").


Il ritmo è veloce e al contempo lento: la dilatazione temporale giunge nelle scene di duello, mentre la velocità del racconto è sempre alta.
Da antologia anche l'uso dell'ironia: anzicchè creare personaggi che portano avanti una linea comica, Leone cuce l'umorismo addosso alle singole situazioni, come l'introduzione del becchino Piripero, che coinvolge il serissimo protagonista.
Ancora più memorabile è la scelta del cast; al di là del sempre ottimo Volontè, Leone inaugura qui una galleria di volti scarni, perfetti per dei personaggi ironici ed un pò malinconici. Oltre a trovare un protagonista granitico, dal fascino naturale e dalla presenza scenica enorme, che da qui inizierà una fulgida carriera: Clint Eastwood.


Il resto è semplicemente Storia: proiettato in anteprima a Firenze, l'esordio nel western del regista romano diviene un successo globale in brevissimo tempo (nel mercato asiatico verrà distribuito da Akira Kurosawa, dopo un processo che lo ha riconosciuto come vittima di plagio da parte di Leone e soci); il nuovo paradigma del western all'italiana (o spaghetti-western, appunto) si imporrà nella memoria collettiva scalzando via quello classico e divenendo il "genere" più popolare del decennio, detronizzando definitivamente il peplum.
E Leone inaugura una carriera a dir poco straordinaria.

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