martedì 12 marzo 2019

La Stanza del Figlio

di Nanni Moretti.

con: Nanni Moretti, Laura Morante, Jasmine Trinca, Giuseppe Sanfelice, Silvio Orlando, Renato Scarpa, Roberto Sanfelice, Stefano Accorsi.

Drammatico

Italia, Francia 2001
















A rivederlo oggi, inserito nel corpus dell'opera intera di Moretti, "La Stanza del Figlio" appare quasi come un film estraneo, lontano anni luce sia dall'autocitazionismo compiaciuto del Moretti anni '90 che dalla codardia retorica e ideologica de "Il Caimano". Un film "piccolo", che fa dell'interiorità il suo setting totalizzante, nel quale nessuna riflessione politica, né strettamente personale del "Moretti-uomo" trova spazio, almeno nel senso convenzionale al quale ci ha da sempre abituati.
Eppure, al contempo, "La Stanza del Figlio" non poteva che essere il passo successivo ad "Aprile": laddove, in quest'ultimo, il tema della paternità era centrale, nonché dipinto come perfetto controaltare alla crisi di valori generalizzata. Moretti fa così un passo più avanti per concretizzare, su schermo, una paura inconscia, eppure tangibile per ogni genitore, ossia quella della perdita.




La perdita del figlio arriva infatti all'improvviso ed è devastante. L'alter ego di Moretti, Giovanni Sermonti, è un uomo che, in teoria, dovrebbe essere razionale, ossia uno psicoanalista; lo vediamo alle prese con i pazienti, campionario umano di insicurezze: da Silvio Orlando (causa, in parte, della perdita), insicuro cronico (come da copione) che poi si scoprirà affetto da tumore, ad uno Stefano Accorsi che istrioneggia nei panni di un pervertito. Giovanni è un uomo chiamato a razionalizzare dolore e insicurezze altrui, che si trova, di punto in bianco, al centro di un tornado interiore che ne distrugge ogni stabilità.




Il ritratto del dolore è diretto, quasi cinico nella sua costruzione, eppure distaccato: Moretti non cerca l'emozione facile, quanto una forma di empatia verso quell'interiorità ora esposta. Ed il percorso di Giovanni è, in senso lato, esemplare: alla notizia della morte resta distrutto, cerca da subito un modo per scrollarsi di dosso quel dolore, di provare qualcosa di diverso per sentirsi vivo (la scena del luna park, stretta tra la notizia della morte e le ultime esequie), fino ad interiorizzarlo, lasciando che lo consumi da dentro, esplodendo talvolta nella quotidianità (la rabbia per le parole del prete, i litigi pretestuosi con la moglie).
Il ritratto che viene dato del dolore del distacco è credibile, Moretti dimostra una sensibilità inedita nel ritrarre il personaggio, così come nella costruzione del suo viaggio interiore.




Se il dolore all'inizio è devastante, esso viene via via assimilato, sino a divenire ossessione; tanto che non è la perdita in sé a distruggere davvero il personaggio, quanto la destabilizzazione che ne segue, sublimata nel rimpianto per ciò che non è stato (il fantasticare su come gli eventi avrebbero potuto svolgersi). Sino ad un ideale superamento, che si ha solo nella chiusa finale: le note di Brian Eno sottolineano l'impasse del personaggio, impanatosi nella sua stessa incapacità di razionalizzare l'accaduto, solo per poi lasciare che un ultimo sguardo suggerisca una possibile risoluzione, lasciata magnificamente tra le righe, più suggerita che effettivamente raccontata.
Se il ritratto coniato da Moretti è quindi, da un punto di vista della scrittura, impeccabile, non si può non tacere come "La Stanza del Figlio" sia anche l'opera nella quale l'egocentrismo e la genuina incapacità tecnica dell'autore si fanno davvero insostenibili.



Le immagini create da Moretti sono, qui come non mai, incredibilmente sciatte, sia a causa di una fotografia piattissima, che sfigurerebbe persino in un prodotto televisivo, sia per una scelta delle inquadrature semplicemente debole, dove ogni frame è incredibilmente arbitrario, ogni movimento di macchina privo di spessore e talvolta persino di giustificazione.
Immagini genuinamente brutte a cui fa il paio con la solita voglia di protagonismo di Moretti, il quale compare praticamente in ogni scena, lascia che siano i suoi dialoghi (o comunque quelli lo coinvolgono) a portare avanti storia ed intenzioni, si mette prepotentemente sempre al centro dell'attenzione, lasciando talvolta gli altri personaggi, in teoria anch'essi importanti, fatalmente sullo sfondo (basti vedere la scena di pianto della madre, inserita quasi a forza nel montaggio). L'esito è talvolta anche controproduttivo, basti vedere, su tutte, la scena in cui il personaggio di Giovanni sbotta sottolineando come tutto in casa sia "sbeccato", che da sola avrebbe fatto gridare allo scandalo in un dramma diretto da Ozpetek o della Comencini.
E' in un certo senso illuminante tracciare un paragone, nei limiti ovviamente di quanto possibile, con un altro dramma sulla perdita: "Bullet Ballet" di Tsukamoto; in quest'ultimo, il regista e interprete si metteva sempre a favore dell'immagine, lasciando che fosse questa a trasmettere l'emozione e sopratutto senza mai costruirla a sua misura, mettendo anzi il suo corpo a disposizione della stessa; Moretti, in verso opposto, concepisce tutte le immagini a suo favore, usando spesso i soli dialoghi a fare da significante; stile molto meno cinematografico, decisamente teatrale, che, appaiato alle immagini blande, fa capire come il buon Nanni forse meglio avrebbe fatto a lasciare il cinema ad altri, dedicandosi magari alla letteratura.




Difetti di messa in scena a parte, "La Stanza del Figlio" resta lo stesso un dramma incisivo e potente, prova della sensibilità di un autore talvolta troppo frettolosamente ed ingiustamente etichettato come cerebrale.



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