sabato 28 settembre 2019

Rambo: Last Blood

di Adrian Grunberg.

con: Sylvester Stallone, Paz Vega, Yvette Monreal, Louis Mandylor, Joaquin Cosio, Sheila Shah, Oscar Jaenada.

Azione

Usa 2019
















A 73 anni, Stallone ha deciso di riportare su schermo il suo secondo personaggio più amato. Il che non deve stupire: nel 2008, in "John Rambo" non solo resuscitava e riusciva a ridargli dignità, ma finiva per riportarlo a casa, in quella patria che lo ha sfruttato e odiato, lasciando intendere come per lui non fosse ancora tempo per rinfoderare pugnale e arco. Nel frattempo, la carriera di Stallone è stata rilanciata più volte: dopo aver fatto un'operazione simile con "Rocky Balboa", ha toccato il successo commerciale grazie alla serie di "The Expendables" e "Creed".
Eppure questo nuovo Rambo non riesce a convincere, non ha l'umanità degli ultimi film dedicati a Rocky, né il coraggio o la forza distruttiva del capitolo precedente. Pur tuttavia, liquidarlo come un film brutto o malriuscito sarebbe al contempo sbagliato.



Sono passati dieci anni da quando Rambo è ritornato in Arizona; qui ha ritrovato qualcosa per la quale vale la pena vivere: una famiglia, composta dalla ranchera Maria (Adriana Barraza) e sua nipote Gabrielle (Yvette Monreal). Il suo PTSD viene inoltre tenuto a bada dagli psicofarmaci, mentre la sua sete di giustizia viene soddisfatta affiancando le autorità locali nelle missioni di soccorso. Tutto sembra andare per il verso giusto, finché Gabrielle non decide di recarsi in Messico per ritrovare quel padre che l'aveva abbandonata anni prima, cadendo nelle grinfie di una gang di trafficanti di schiave.



Una storia che si adagia svogliatamente su di un luogo comune ripreso infinite volte nel cinema action, ricalcato pari pari dalla serie "Taken". La prima metà di "Last Blood" scorre svogliatamente sui binari del già visto, senza riservare sorprese particolari. L'unico tocco di originalità viene concesso dall'uso della violenza: se già nel precedente "John Rambo" Stallone riusciva ad usare un registro in grado di sconvolgere lo spettatore con gli effetti splatter, ridando al suo personaggio quella dimensione sinistra che "Rambo 2- La Vendetta" e "Rambo III" avevo codardamente e disgustosamente eclissato, qui la violenza si fa sadica, insistita, quasi una forma comunicativa per il personaggio, perso com'è nel dolore del presente e negli incubi del passato.



La vera ragion d'essere di questa riesumazione arriva solo a partire dalla fine del secondo atto, nel quale Stallone guida il personaggio a briglia sciolta tra gli eventi. Se in passato John Rambo era un reduce distrutto dal trauma della guerra e nel quarto film era un giustiziere che usava il suo rancore come arma, ora il suo autore decide di alzare il tiro partendo da quest'ultima incarnazione per trasfigurarlo in una vera e propria icona horror, un mostro distrutto dal dolore che si fa pura violenza incarnata, furia disumana che fa letteralmente a pezzi i responsabili del suo lutto.



La regia, affidata all'Adrian Grunberg di "Viaggio in Paradiso", talvolta zoppica, non riesce a restituire il senso di grandezza delle  sequenze più complicate. Per fortuna, il cuore del film sta nelle singole scenedi omicidio, nel quale dimostra un gusto morboso non solo per la violenza, ma anche per coreografia, con le morti che vanno oltre le righe per divenire veri e propri massacri in singolo. Una violenza esplicita, ma mai davvero compiaciuta, cucita com'è su di un personaggio disperato e solo.



Un Rambo mai così umano, capace di soffrire e di perdere persino nei combattimenti. Stallone ha abbandonato la vecchia macchina da guerra repubblicana che aveva creato nel 1985 per ridare spazio all'uomo dietro il soldato del primo e del quarto film, creando una conclusione ideale alla sua avventura. Una conclusione convenzionale quanto si vuole, eppure estremamente calzante.



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