sabato 4 agosto 2018

Il Buono, il Brutto, il Cattivo


di Sergio Leone.

con: Clint Eastwood, Eli Wallach, Lee Van Cleef, Mario Brega, Aldo Giuffrè, Luigi Pistilli, Rada Rassimov.

Spaghetti Western/Avventura

Italia, Usa, Spagna, Germania 1967

















Ovverosia il film più celebre di Sergio Leone, stampato a fuoco nella memoria collettiva di più di una generazione, nonchè suo primo, vero, capolavoro.
"Il Buono, il Brutto, il Cattivo" arriva dopo gli straordinari successi di "Per un pugno di dollari" e "Per qualche dollaro in più" e chiude la cosidetta "trilogia del dollaro", divenendo uno spartiacque tra questa e la più impegnata "trilogia dell'America". Ed è, sotto un certo punto di vista, il film più memorabile di Leone, dove le freddure di Luciano Vincenzoni si sposano perfettamente con una trama picaresca imbastita con l'aiuto di Age e Scarpelli, mentre lo stile del grande autore romano giunge a piena maturazione: il controllo sulla messa in scena è totale e regala 167 minuti indimenticabili, pregni di sequenze da antologia, che andrebbero mostrate, per pathos e perfezione tecnica, nelle scuole di cinema di tutto il mondo.



Sul finire della Guerra di Secessione, ritroviamo l'Uomo senza Nome (Eastwood) alle prese con una strana impresa: trovare un tesoro sepolto da un disertore; assieme a lui e suo malgrado c'è Tuco (Eli Wallach, in una interpretazione che buca lo schermo), il "brutto", delinquente messicano con cui il "buono" ha più di un conto in sospeso. Ma sulle tracce del bottino si mette anche un terzo individuo, più laconico e spietato dei due: Sentenza, detto il "cattivo" (Lee Van Cleef).



Tre personaggi, il Biondo, Tuco e Sentenza, che il titolo cala in tre categorie, ma che non hanno in realtà una differente bussola morale. Il Biondo è laconico e violento quanto Sentenza, mentre Tuco è cattivo e opportunista anche più del cattivo. Non c'è vera distinzione tra i tre sotto il profilo morale e tutti hanno una personalità più sfaccettata di quanto si possa immaginare.
Il Buono è sicuramente il più pacato del trio, ma non si fa scrupoli a crivellare chiunque gli capiti a tiro, oltre che a tradire il suo socio saltuario; Tuco, sboccato e viscido, ha una fibra umana in realtà solidissima e sofferente, che si estrinseca nel rapporto con il fratello monaco. Mentre il cattivo, pur sadico da tradizione, ha un suo codice morale, che per quanto infame segue meticolosamente.
Tutti e tre hanno poi un carattere essenziale in comune: l'avidità, vero e proprio motore che muove loro ed il mondo in cui si aggirano; persino il Buono è pronto a voltare gabbana a tutto e tutti per il classico pugno di dollari.




Se i tre protagonisti sono in senso lato tutti e tre cattivi e sempre violenti, Leone, che si disse ispirato dal monologo finale di "Monsieur Verdoux", contrappone la loro ferocia a quella decisamente più disturbante della guerra.
I tre avventurieri attraversano letteralmente la guerra civile americana, restandone sconvolti; se la violenza degli "eroi" è ludica, quasi bambinesca nel suo essere inscritta nel registro di genere, quella della guerra è una violenza sporca, ben più sadica di quella del Cattivo; una violenza che è puro massacro insensato, perfettamente sintetizzata nella magnifica sequenza del ponte di Legstone, dove i due eserciti si danno all'assalto due volte al giorno senza riuscire ad ottenere nulla se non un quantitativo impressionante di morti e feriti.
Il vero male, il vero "cattivo", è l'eccidio, il massacro perpetrato ai danni di soldati innocenti, per lo più giovanissimi, dove la morte non ha senso alcuno. Non per nulla, è l'ufficiale interpretato da Mario Brega ad essere il vero cattivo del film: un enorme ed irriducibile torturatore che si diverte ad infliggere dolore gratuito al povero Tuco.



La maestria stilistica di Leone qui raggiunge una prima vetta; l'uso della musica diviene più pregnante: da antologia i primi dieci minuti, dove i caratteri dei personaggi vengono presentati solo grazie alle immagini e alle note di Morricone; ed è inutile lodare il celeberrimo tema principale.
Vetta stilistica che giunge a sua volta ad un apice incredibile nell'uso del montaggio, con la corsa tra le tombe del Brutto nell'ultimo atto che potrebbe essere tranquillamente usata come esempio di editing moderno, tra riprese oggettive e soggettive che si raccordano sempre alla perfezione.
Lo stile, in generale, è ancora più solido che nei precedenti exploit, la costruzione della scena più sicura e plastica, tra inquadrature pittoriche ancora più perfette che in passato ed un uso narrativo del suono, come nella scena dell'agguato al Buono, dove riesce a scamparla ascoltando il rumore degli speroni dei bounty killer.
Da antologia è anche l'ormai mitico "triello" finale: qui, come nel prologo, Leone gioca con le tempistiche, diluendo la durata della scena sino ad un ritmo innaturale, dilatato, contrapposto ad una risoluzione fulminea; giustapposizione ancora più marcata che nei suoi film precedenti o nei jidai-geki di Kurosawa, che diverrà, da questo momento, tratto essenziale del suo stile.



"Il Buono, il Brutto, il Cattivo" è anche il film più pop di Leone, con i titoli di testa che sono pura arte popolare applicata alla Settima Arte, così come l'uso dei nomi dei personaggi in sovraimpressione alle immagini; effetto popculturale acuito dai dialoghi sensazionali di Vincenzoni, Age e Scarpelli, pieni di battute memorabili quali "il mondo si divide in due categorie: chi ha la pistola e chi scava. Tu scavi", degni eredi di quelli di "Per qualche dollaro in più".

Ironia che viene squisitamente giustapposta ai magnifici valori produttivi, questa volta da vero kolossal: cariche dei soldati portate in scena con scene di massa popolate da migliaia di comparse, esplosioni a più non posso e, in generale, una ricercatezza nella ricostruzione d'epoca quasi innaturale per una pellicola così moderna e stilizzata. Il che la rende ancora più preziosa.




EXTRA

Tra le molte scene divenute di culto, un posto d'eccezione merita quella in cui un Tuco indaffarato con la toeletta spara ad un pistolero ciarlone:



Perfetto esempio di ironia nera, ripreso persino da George Lucas in "Guerre Stellari" nella celebre scena in cui Han Solo fredda il cacciatore di taglie Greedo:



Se il "Django" di Corbucci e "Per un pugno di Dollari" dello stesso Leone hano avuto un rifacimento "orientale" con "Sukiyaki Western Django" di Takashi Miike, "Il Buono, il Brutto, il Cattivo" può contare, al di là degli omaggi e delle parodie, un rifacimento con "Il Buono, il Matto, il Cattivo" (2008), remake ancora più stilizzato e folle (benchè non riuscitissimo) ad opera di Kim Jee-Woon, con il carismatico Byung Hung- Lee nei panni che furono di Lee Van Cleef ed il solido (e qui divertito) Kang Ho-Song il quelli di una versione demenziale di Tuco.




2 commenti:

  1. Che dire... film straordinario. Mi sto riguardando tutti i film di Sergio Leone e ogni volta è un piacere sempre nuovo

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