lunedì 19 agosto 2019

Easy Rider

di Dennis Hopper.

con: Peter Fonda, Dennis Hopper, Jack Nicholson, Karen Black, Luke Askew, Robert Walker Jr., Toni Basil.

Usa 1969

















---CONTIENE SPOILER---


Il tempo non è stato clemente con "Easy Rider" e, d'altro canto, non poteva essere altrimenti. Capita a tutte quelle pellicole che riescono a catturare lo zeitgeist di quando furono prodotte: modi e mode cambiano a seconda dei decenni (o addirittura dei lustri) e un'opera coraggiosa e di rottura, quando decontestualizzata, può sembrare sterile e convenzionale. Per godere appieno dell'esordio come regista del compianto Dennis Hopper, occorre quindi inscriverla nel periodo in cui fu girata, ossia la fine degli anni '60, con lo studio system di Hollywood al tracollo e i primi natali di quella New Wave che porterà alla produzione dei più grandi capolavori che la filmografia americana tutt'oggi conosca.
New Wave che comincia all'incirca nel 1967, con un duplice evento: da un lato l'abolizione del famigerato Codice Hays in favore del MPAA, ossia l'abolizione della censura verso quelle pellicole indicate come troppo licenziose. Di punto in bianco, il sesso e la violenza non erano più dei tabù nel cinema americano; il che porta all'uscita di "Gangster Story" di Arthur Penn, vero antesignano del nuovo modo di intendere il cinema. Al di là della concezione del regista come autore e vero demiurgo dietro la riuscita di un film, l'opera di Penn porta ad un nuovo modo di intendere la rappresentazione filmica della violenza, non più filtrata ma portata in scena in modo diretto e iperrealista.
"Easy Rider" arriva nelle sale due anni dopo e la sua riuscita si deve proprio al modo secco in cui ritrae gioie e orrori del profondo degli Usa, ma anche per lo stile lisergico con cui porta tutto in scena.



La paternità dell'opera è in realtà attribuibile tanto ad Hopper quanto a Peter Fonda, accreditato come produttore e co-sceneggiatore. In realtà molto del girato è stato letteralmente improvvisato mentre la troupe si muoveva da un luogo all'altro, ma sono state le idee del duo a plasmare il tutto. Tutto ha infatti inizio con una foto che Fonda aveva scattato qualche anno prima con l'amico Bruce Dern, che li ritraeva dinanzi a due motociclette; la visone di questi due giovani capelloni messi davanti a quello che già a partire dagli anni '50 era un simbolo di ribellione pare abbia infiammato l'immaginazione di Fonda, portandolo a proporre di girare il film all'amico Dennis; pare però che ci sia stata anche un'altra influenza, meno diretta, verso il duo, ossia l'amore per il capolavoro di Dino Risi "Il Sorpasso", che infatti fu distribuito negli Usa con il titolo "Easy Life" e dal quale hanno ripreso anche la sequenza dell'autostoppista.
Decisi a girare con un budget di poco superiore a 300 mila dollari, i due autori trovano finanziamenti grazie alla Pando Company, società indipendente la quale ha però dalla sua un contratto con la Columbia Pictures sulla distribuzione delle pellicole da loro prodotte. "Easy Rider" diviene così il primo film indipendente ad essere distribuito a livello mondiale da una grossa major di Hollywood.



 L'intento del film è semplice, ossia quello di fotografare l'America reale, lasciata sovente al di fuori della sala dal cinema mainstream. E per farlo, viene usato un canovaccio che riprende in pieno il mito fondativo americano, quello della conquista del West, dove però i cowboy cavalcano delle Harley-Davidson e compiono il percorso opposto rispetto ai pionieri, ossia da ovest a est, per andare ad assistere al Mardì Gras di New Orleans. Persino i nomi dei due personaggi si rifanno al mito del West: Billy (Hopper) come Billy the Kid e Wyatt (Fonda) come Wyatt Earp, soprannominato anche "Capitan America", bardato com'è in quel giubbotto che sfoggia con orgoglio la bandiera a stelle e strisce.




Wyatt e Billy non sono due hippie nel senso stretto del termine, sono solo due ribelli, due persone che non si omologano né alla società, nè alla controcultura in senso stretto. Il loro viaggio li porta così ad attraversare quest'America confusa e contraddittoria. Da una parte ci sono i veri Figli dei Fiori, che vivono nella comune come i nuovi pionieri, i quali portano avanti gli ideali di amore universale e condivisione.
Ma l'anno in cui il film viene prodotto è essenziale: è il 1969, l'Estate dell'Amore è già passata e di lì a poco la strage di Cielo Drive stenderà un'ombra sinistra verso la controcultura hippie. I due lasciano così questa nuova società per incontrare un personaggio essenziale, George Hanson (Nicholson), avvocato affetto da alcolismo.




Se Wyatt e Billy sono i reietti erranti, George è il perfetto figlio della società borghese americana, perfettamente inserito nel contesto in cui vive, eppure affetto da una mania autodistruttiva. Il quale, per un breve intervallo di tempo, è persino chiamato a divenire la coscienza del film. E' lui a sottolineare come gli intolleranti e razzisti bigotti altro non sono che uomini spaventati dal concetto stesso di libertà, che si accaniscono sui diversi perché ricordano loro la possibilità di un'esistenza diversa, scevra da quella moralità sovente solo predicata, che non tenga conto dei limiti che la società si autoimpone. Coscienza che porta ad una riflessione "scandalosa" e che per questo viene distrutta dall'ipocrisia di chi si crede superiore al prossimo.




Come recita la tagline italiana, "Libertà e Paura" convivono fino alla sovrapposizione: "Libertà è Paura", scelta priva di condizionamento che porta i "normali" a temere ciò che non comprendono o non vogliono comprendere.
Il viaggio di Wyatt e Billy assume così un andamento ancora più lisergico, sino a farsi onirico. Un onirismo che non ha una catarsi effettiva: nel trip a New Orleans (girato mentre cast e troupe erano davvero sotto l'effetto di stupefacenti) la percezione degli eventi si sfalda senza portare a nulla di concreto, se non uno stato di confusione verso l'intera realtà. Non ci sono appigli morali, solo il puro caos che scoperchia un dolore sopito.
Allo stesso modo, poco prima della fine, i due personaggi realizzano come la svolta data dal denaro guadagnato permetta loro di abbandonare lo stile di vita libero che li ha contraddistinti. Se per Wyatt questa è una buona notizia, non lo è per Billy, il quale realizza come l'abbandono dei propri valori sia in realtà una tragedia.
La vera catarsi, totale e definitiva, arriva solo nel tagico epilogo: di ritorno dalla loro meta, i due pionieri vengono massacrati dall'ottusità dei propri concittadini, uccisi senza un valido motivo, giusto perché erano diversi, hanno osato non conformasi a quanto stabilito da una società altrettanto priva di valori.




La regia di Hopper è totalmente libera da ogni preconcetto. Affiancato da Laszlo Kovacs alla fotografia, crea delle immagini ruvide, dove la luce del sole è talmente accecante da bruciare i corpi dei personaggi. Al montaggio, opta per la sovrapposizione al posto della classica dissolvenza o dello stacco, imprimendo un'impronta ancora più lisergica alla visione.
Laddove il film mostra il fianco (e l'età) è nel ritmo sin troppo lento di alcune sequenze, la cui riduzione avrebbe giovato ad una migliore riuscita (va comunque sottolineato come il primo montaggio durasse oltre tre ore).




Allo stesso modo, l'uso della motocicletta come simbolo di ribellione verso le convezioni può apparire oggi come scontato, anzi decisamente conformista verso un sistema di valori (o addirittura di non-valori) che, nel corso del tempo, si sono rivelati come puramente distruttivi. Basti pensare alla tragedia di Altamont, che si consuma proprio nel 1969 per mano degli Hell's Angels, ossia proprio quei motociclisti ribelli ritratti e adorati da Hopper e Fonda.
Il valore di "Easy Rider" è così prettamente storico; un film che, tuttavia, merita di essere riguardato e amato proprio per quei valori che predica, anche (e forse sopratutto) in un mondo dove gli stessi sono (forse) stati del tutto assimilati.


EXTRA

Per lungo tempo, Dennis Hopper ha scherzato sulla possibilità di creare un sequel del film, con Wyatt e Billy in versione zombi intenti a perseguitare i propri assassini. Ovviamente non se ne fece mai nulla.
Questo finché nel 2013 non è uscito "Easy Rider: The Ride Back", sorta di fan film ad alto costo scritto, diretto e interpretato da Phil Pitzer, avvocato che, innamoratosi del film originale, ha voluto dargli una sorta di continuazione... con una pellicola semplicemente brutta.





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