lunedì 18 febbraio 2013

Benny's Video

di Michael Haneke.

con: Arno Frisch, Ulrich Mühe, Angela Winkler, Ingrod Stassner, Stephanie Brehme, Stefan Polasek, Christian Pundy.


Austria, Svizzera 1992


















Tra gli autori europei contemporanei, Michael Haneke resta certamente uno dei più interessanti anche ad anni di distanza dal suo ritiro dalle scene.
Laureato in psicologia, predilige nelle sue opere un punto di vista distaccato, quasi chirurgico, rispetto alla materia trattata; e poiché quest'ultima riguarda quasi sempre i mali e le brutture della società odierna, è facile intuire come il suo cinema possa essere spiazzante, finanche scomodo alle volte, tanto che molte delle sue opere sono spesso state etichettate con l'abusato epiteto "disturbanti", nel loro caso quantomai azzeccato, visto che sovente riescono a ad innescare con facilità una sensazione di malessere nello spettatore.



Nel 1992, dopo aver diretto una serie di film per la televisione e aver esordito al cinema, tre anni prima, con "Der siebente Kontinent", si impone all'attenzione della critica internazionale con "Benny's Video", un'opera cruda, spiazzante e, vale dirlo, genuinamente disturbante, che declina il tema della violenza giovanile in modo provocatorio e con uno stile a tratti insostenibile.
La trama è semplice: Benny (Arno Frisch) è un ragazzino introverso e annoiato, che si diletta a girare video in cui i suoi genitori (Ulrich Mühe e Angela Winkler) sono intenti ad uccidere i maiali della fattoria di famiglia; lasciato solo per un fine settimana, conosce al video store di fiducia una giovane ragazza (Ingrid Stassner); dopo averla inviata a casa, di punto in bianco, la uccide e ne filma la morte.



La tesi di Haneke è chiara fin dall'inizio: nella società moderna, la sovraesposizione della violenza nei mass media e la trasformazione della stessa in componente ludica al cinema portano ad una percezione del male inflitto come qualcosa di del tutto normale, praticamente innocuo; e di fatto, Benny uccide la ragazza senza nessun motivo: non per malizia, né per perversione e, alla fin fine, nemmeno per noia; non vi è alcun movente o motivo giustificante: l'atto dell'uccisione di un essere umano è equipollente, nella percezione del ragazzo, a quello dell'abbattimento di un animale da macello, tanto che l'omicidio viene compiuto tramite una pistola ad aria compressa usata per l'abbattimento dei suini da allevamento.


Benny non si limita ad uccidere: per completare il suo video, filma la morte e la giustappone a quella dei maiali; la tesi del film si fa ancora più chiara se si correla questa scena a quelle di repertorio mostrate nelle fasi precedenti, dove Haneke mostra la sovraesposizione mediatica della violenza: per tutto il film assistiamo a spezzoni di telegiornali che insistono nel descrivere le crudeltà perpetrate nelle zone di guerra e tale violenza reale viene agganciata a quella, finta, del cinema; qui mostra la violenza estrema e parossistica del cinema americano degli anni '80, in particolare quella del cult "The Toxic Avenger" (1984), che in quegli anni furoreggiava nei videonoleggi di mezzo mondo; questa trasformazione della violenza da componente sgradevole e rivoltante a "parco giochi" grottesco innesca nello spettatore la percezione che essa non sia qualcosa di sbagliato, bensì qualcosa di divertente, da prendere alla leggera per farsi due risate; dunque, in un ragazzino, la cui personalità viene formata dai media in assenza della figura genitoriale (di fatto assente per tutta la prima parte del film), la violenza diviene cosa comune, ordinaria e, in ultima analisi, forma espressiva del vuoto pneumatico interiore.



Questo perché la violenza viene sempre filtrata dall'azione dello schermo. Nel vedere la violenza su schermo, essa diventa necessariamente fenomeno virtuale, dunque estromesso da ogni conseguenza materiale e, prima ancora, da ogni forma di componente fisica. L'atto della videoripresa, di conseguenza, non è più semplice celebrazione voyeuristica, quanto atto di violenza effettiva, la quale si raffredda proprio perché passa attraverso l'obiettivo della telecamera. E in una società dove chiunque possiede una telecamera (i primi anni '90, con il diffondersi dei camcorder domestici, al pari degli smartphone di oggi), tutti percepiscono l'atto violento come qualcosa di innocuo.




Se il personaggio di Benny risulta sgradevole in quanto personificazione della disumanizzazione dovuta all'abuso del medium visivo, lo shock più grande si ha quando tornano in scena i due genitori, che, messi di fronte al crimine del figlio, non battono ciglio: con un cinismo spiazzante, ai limiti del rivoltante, mettono in scena un piano per sbarazzarsi del cadavere della ragazza ed evitare che il ragazzo sia incriminato.
L'autoassoluzione trionfa: se Benny non percepisce il suo atto come criminogeno a causa di fattori esterni, i genitori non vogliono condannare il figlio per un fattore a loro interno, ossia il loro fallimento in quanto educatori; il crimine dell'adulto, dunque, è anche peggio di quello dell'infante, poiché ha coscienza della devianza insita nell'atto criminale, ma si rifiuta di ammetterla.
Laddove l'abbraccio di una violenza frivola e l'indole assolutoria dei responsabili vengono confinati alla sola società moderna, "occidentale" per modo di dire, Haneke trova un limite francamente ridicolo nella sua tesi quando giustappone la rivoltante mancanza di valori dei suoi personaggi all'innocenza del bambino egiziano, che fa capolino in uno dei video di Benny alla fine del secondo atto, quasi a testimoniare l'esistenza di un "buon selvaggio" che è tale perché non toccato dagli orrori della modernità. Riproposizione di tesi vecchie di secoli le quali appaiono fuori luogo prima ancora che traballanti.
Debacle per fortuna temporanea, visto che lo shock più grande lo si ha in un finale che culmina nella cattiveria più nera.



La grandezza di Haneke come filmmaker resta soprattutto nello stile, dove non cade mai in contraddizione; nella narrazione usa sempre il suo celebre distacco netto dalla materia, non enfatizza nulla e lascia la morte "fuori campo"; di fatto, nella scena dell'omicidio non vediamo la ragazza accusare il colpo inflitto da Benny, né sanguinare, ma solo barcollare ed accasciarsi per terra, con metà del corpo fuori dall' inquadratura; si ha, così, un pudore, una forma di rispetto per la morte, appunto per evitare che sia lo spettatore stesso a percepirla come qualcosa di finto, messa lì solo per suscitare una reazione emotiva; reazione che, paradossalmente, non manca: il non mostrare la violenza diviene così più sgradevole che percepirla direttamente, facendoci capire in pieno come essa non sia affatto divertente, ma, al contrario, orripilante.


E' proprio tale compattezza tra racconto e storia che rende Benny's Video un piccolo capolavoro, un'opera che riesce a scioccare senza scadere nella ovvia trappola del voyeurismo, senza mai diventare davvero compiaciuta di ciò che mostra (o non mostra) e di come lo fa. E resta, ad oggi, il film più disturbante mai diretto dal maestro austriaco.

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