venerdì 5 aprile 2013

Bleeder

di Nicolas Winding Refn

con: Kim Bodnia, Mads Mikkelsen, Zlatko Buric, Rikke Louise Andersson, Levino Jensen, Liv Corfixen.

Drammatico

Danimarca (1999)















Negli anni '90, sulla scia del successo di "Clerks" (1994) di Kevin Simith, furoreggiavano i ritratti di vita dei giovani esponenti del sottoproletariato; in tutto il mondo si producevano pellicole volte a fare da spaccato della gioventù, mostrandone le idiosincrasie e i difetti spesso senza filtri, ma, al contempo, esaltandone le passioni popolari, quali la musica rock e la cinefilia; per il suo secondo lungometraggio, Nicolas Winding Refn abbandona il sottobosco criminale per immergersi in quello dei giovani adulti: "Bleeder" è l'unico film corale del regista, uno schiaffo diretto e netto a Clerks, Linklater e soci.


Protagonisti sono cinque giovani lavoratori della Copenaghen di fine millennio: Leo (Kim Bodnia) è alle prese con una paternità inaspettata e con il difficile rapporto con la sua ragazza Louise (Rikke Louise Andersson); il di lei fratello Louis (Levino Jensen) è un piccolo criminale che si guadagna da vivere gestendo un night club da due soldi; Lenny (Mads Mikklesen), loro amico, è il gestore di una fornitissima videoteca ed è timidamente innamorato della bella Lea (Liv Corfixen), lettrice accanita che lavora presso una piccola tavola calda.



Lo sguardo di Refn verso i personaggi è cinico, ma non distaccato: ogni scena viene perfettamente sottolineata dalla musica; il commento musicale qui diviene espressione della psiche dei personaggi fin dai titoli di testa, dove ciascuno di essi viene introdotto sulle note di una canzone differente; l'intera pellicola, poi, è filtrata attraverso dei grandangoli che creano immagini distorte, espressione della distorsione mentale dei protagonisti, e che permettono al regista di creare immagini spettacolare nei minusculi interni in cui si muovono i personaggi, che divengono così come delle grotte che li imprigionano, a sottolinearne la claustrofobica quotidianità.
Ogni personaggio di "Bleeder" si confronta con sè stesso e le proprie debolezze; Leo, interpretato da un superbo Kim Bodnia, non riesce ad entrare nell'ottica dell'età adulta: la notizia della gravidanza lo sconvolge e lo porta verso una spirale di violenza immotivata verso la sua ragazza; Louise, dal canto suo, non riesce a staccarsi dalla madre: per la maggior parte della pellicola è attacata al telefono in cerca del conforto della genitrice; sebbene cerchi di emanciparsi affrontando la gravidanza con impegno, alla fine torna dalla madre, come a regredire allo stato infantile, anzicchè evolversi verso l'età adulta; Louis, d'altro canto, è prigioniero del suo brutto carattere: razzista e violento fin nelle viscere, causerà la sua stessa rovina mettendosi contro un Leo ormai del tutto fuori controllo.




Discorso a parte meritano i personaggi di Lenny e Lea; il primo è il perfetto esempio di nerd: ossessionato dai film, non riesce a pensare ad altro e la sua passione smodata lo porta ad estraniarsi dalla realtà; Lea è ad esso del tutto speculare: la passione per la lettura la porta ad isolarsi dal mondo e a rifugiarsi unicamente nella lettura per sfuggire alla noia della quaotidianità; l'ossessione cinefila viene quindi descritta da Refn non come un pregio, a differenza di quanto fatto da Smith, ma come una patologia sociale vera e propria; lo sguardo dell'autore verso il personaggio di Mikklesen, però, si fa più sensibile nel finale, dove sembre che egli sia capace di riallacciare un rapporto umano con la donna dei suoi desideri, in uno splendido epilogo con cui il regista danese omaggia l'estetica di David Lynch.


"Bleeder" è al contempo un saggio sulla violenza: l'ossessione filmica di Lenny si sostanzia nella riflessione di Leo sulla violenza nel cinema americano, da sempre mostrata in esso come fattore del tutto naturale; la violenza in "Bleeder", invece, è realistica: la scena del pestaggio nel primo atto viene mostrata in maniera cruda, ma non eccessiva; Leo, ancora mentalmente stabile, ne ha ripulsa: solo con l'incedere della sua discesa nella follia comincia ad subirne il fascino; nel finale, in cui si confronta con l'amato/odiato cognato, la violenza si così iperrealista e barocca, a sottolinearne la falsità e, sopratutto, per simboleggiare la genuina follia del personaggio.



La messa in scena di Refn si fa, in questa sua seconda opera, più salda: facendo sempre ricorso alla camera a mano, l'autore gira la maggior parte delle scene come dei lunghi piani-sequenza in steady; il gusto per l'inquadratura qui si affina: grazie all'uso dei grandangoli le immagini divengono spettacolari e distorte, a sottolineare la distorsione mentale dei personaggi; il risultato è compatto è affascinante: le immagini si imprimono perfettamente nella mente dello spettatore, che viene chiamato ad essere testimone diretto dei difetti dei personaggi, grazie all'espressionismo delle stesse.
"Bleeder" conferma il talento di Refn sia come regista che come sceneggiatore: una pellicola forte e decisa, con cui l'autore rivolge uno sguardo critico ai suoi coetanei valido ancora oggi, a più di diec anni dalla sua creazione.

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