venerdì 5 aprile 2013

Il Pasto Nudo


The Naked Lunch

di David Cronenberg

con: Peter Weller, Judy Davis, Ian Holm, Julian Sands, Roy Scheider.

Canada, Inghilterra, Giappone (1991)












Nel 1991, con l'appoggio del mitico produttore Jeremy Thomas, David Croneberg riesce a realizzare un suo personalissimo progetto inseguito per anni: l'adattamento del romanzo "Il Pasto Nudo", opera cardine del grande scrittore William Burrogh, padre della letteratura Beat.


Protagonista è l'alter-ego di Burrogh, William Lee (interpretato da un superbo Peter Weller), ex tossico che, nella New York dei primi anni '50, si arrabatta lavorando come disinfestatore; spronato dalla moglie eroinomane (Judy Davis), Lee comincia a fare uso della sostanza disifenstante: la sua percezione della realtà subirà così un'alterazione totale, che lo porterà ai limiti della follia.


Più che una trasposizione effettiva del libro di Burrogh, "Il Pasto Nudo" è un film su Burrogh stesso, sulle sue ossessioni, sulla sua vita disordinata e sulle sue allucinazioni lisergiche; le visioni dello scrittore vengono filtrate da Croneberg e usate come metafora dell'alterazione percettiva: la realtà, come nel precedente "Videodrome" (1983), è mera percezione della realtà, l'abuso di stupefacenti porta così ad una mutazione della realtà stessa; Lee, in preda alle sue visioni, si ritrova così a viaggiare verso la fantomatica "Interzona" come agente segreto, luogo che altro non è che la stessa Grande Mela vista attraverso la distorsione mentale del protagonista.
La distruizone di ogni pensiero razionale pare essere l'obiettivo di Lee, come viene inizalmente esplicitato in un dialogo con due suoi amici scirttori, anch'essi alter-ego di autori reali: Allen Ginsberg e Jack Keruac, padri fondatori, assieme a Burrogh, della letteratura Beat e suoi intimi amici; l'irrazionalità è dunque il centro dell'opera: una irrazionalità che si fa visione fuori controllo, la quale a sua volta diviene padrone delle azioni di Lee; gli insetti, oggetto della sterminazione, divengono così i padroni del protagonista: l'agente guida ha infatti inizalmente la forma di un enorme scarafaggio, poi di una creatura ibrida uomo-insetto e infine insetto-macchina da scrivere. La carne è qui quella di insetto, del millepiedi di mare, la cui polvere nera è la droga preferita di Lee; la carne, paradossalmente, diviene così veicolo per la distruzione della razionalità e della realtà.


La passione per l'eccesso si mischia, poi, all'ossessione per la scrittura; la macchina da scrivere divine qui nuovo feticcio sessuale: l'atto carnale viene sublimato, in una delle scene più visionare del film, attraverso la scrittura, divenuta per Lee vero e proprio bisogno fisiologico; le parole divengono mezzo per l'eccitazione: nelle sue allucinazioni, Lee vede la sua macchina da scrivere chiedergli di imprimergli dentro determinate parole per stuzzicarne gli appetiti carnali.


La distorsione percettiva porta anche all'eliminazione del tabù carnale: l'omosessualità, repressa e mai esplicitata nella società americana della metà del '900, divine affermazione esplicita del desiderio sessuale nell'Interziona; con l'eliminazione della realtà oggettiva cade, così, anche l'ultimo tabù e con esso anche l'ultima certezza sull'identità del protagonista, chiamato ad interrogarsi così sulla sua vera natura.


A differenza di quanto affermato dalla critica più superficiale, Cronenberg non celebra l'abuso di droghe: lo stato allucinatorio del protagonista è descritto come un incubo da cui è impossibilie discernere la realtà dal sogno; confusione che lo porta anche a compiere crimini, quali l'omicidio della moglie, molla narrativa che lo fa precipitare definitivamente nella tossicodipendenza e nella fantasia.
Se la materia narrata è sconnessa e allucinata, lo stile registico di Cronenberg è al contrario sempre rigoroso e lucido: le ossessioni del regista e dello scrittore prendono vita mediante splendidi effetti prostetitici, che però sono, al solito, subordinati alla narrazione; anche nell'allucinato finale, Cronenberg non forza mai la mano ed evita di scadere nell'estetica autocompiaciuta, a riporva della sua grandezza autoriale.
La messa in scena si fa smaccatamente elegante: la splendida fotografia utilizza colori caldi e monocromatici in interni e forti contrasti negli esterni notturni dell'interzona; la follia del protagonista viene poi sottolineata dalle spledide note degli ottoni jazz del grande Ornette Coleman: note forti e distorte, che stridono volutamente con il rigore della messa in scena, creando un effetto unico.


Magnifico è anche il lavoro di direzione degli attori: Peter Weller, diretto dalla mano ferma del grande autore canadese, è un William Lee mai sopra le righe: non cerca mai di istrioneggiare nonostante la psicologia del personaggio e, lavorando di sottrazione, lo caratterizza mediante la sua voce profonda e roca e il suo volto carismatica, dando vita ad un'interpretazione da manuale.


"Il Pasto Nudo" è una delle prove più riuscite ed interessanti dell'autore canadese, un saggio riuscitissimo sulla realtà e sulle sue possibili distorsioni e, al contempo, un lucidissimo viaggio nella follia di un autore e di un'intera generazione di scrittori che hanno rivoluzionato la letteratura mondiale.


EXTRA




Sul set del film, geni al lavoro

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