mercoledì 6 novembre 2019

The Irishman

di Martin Scorsese.

con: Robert DeNiro, Al Pacino, Joe Pesci, Harvey Keitel, Anna Paquin, Bobby Cannavale, Stephen Graham, Jack Huston, Jesse Plemons, Katherine Narducci, Aleksa Palladino, Ray Romano.

Gangster Movie

Usa 2019














Si potrebbe dare dell'ipocrita a Scorsese, sottolineare come le sue affermazioni contro l'MCU di Kevin Feige e il concetto moderno di franchise, reo di togliere spazio al cinema vero, quello fatto di emozioni, contrasti con la sua scelta di accettare di produrre un film per Netflix, ossia per una di quelle piattaforme di streaming che permettono agli spettatori di evitare la sala, andando contro gli interessi degli esercenti e danneggiando tutto il sistema distributivo ordinario e per questo il cinema in toto.
E si sarebbe in errore. Questo perché Scorsese è forse il solo a rendersi conto dello zeitgeist, di come a Hollywood, nelle sue stesse parole, non esista più l'accettazione del rischio e la voglia di creare un'opera che non sia la semplice risultante di una serie di ricerche di mercato o la replica sterile di un modello collaudato. A Hollywood, autori come Scorsese non hanno quasi più spazio, il loro tempo sembra essere pressoché finito, distrutto da un cinema che è intrattenimento a basso rischio, foraggiato da i gusti di un pubblico il quale ha dalla sua l'arma di Internet con cui ricattare produttori e registi. E se si crede di stare esagerando, bisognerebbe ripassare la storia produttiva di "The Amazing Spider-Man 2", dal quale è stata estromessa Shailene Woodly perché ritenuta non abbastanza attraente dai fans, o ricordarsi della turbolenta accoglienza riservata a "Star Wars- Gli Ultimi Jedi", reo di essere troppo dissimile dal canone lucasiano. E questo solo per citare due tra gli esempi più illuminanti.




A Scorsese non resta quindi che omologarsi, almeno sul piano produttivo, accettare i capitali del gigante dello streaming per dar vita ad una nuova opera, la quale, sfortunatamente, ha visto il buio di ben poche sale, facendo infuriare sia gli esercenti che i fruitori. E che forse non arriverà neanche in Home Video, con sommo dispiacere di tutti i veri cinefili. Un compromesso necessario in un sistema produttivo nel quale nessuna grossa casa di produzione avrebbe accettato la scommessa di produrre un film da 160 milioni di dollari con protagonisti un pugno di vecchie glorie della New Hollywood, senza nessuna superstar, senza nessun appeal verso un pubblico giovane o infantile, che al massimo potrebbe essere adoperato come Oscar bait, senza peraltro avere la certezza della vittoria. Scorsese, di suo, non è nuovo a questo genere di operazioni, basti pensare al "patto col diavolo" che fece con Harvey Weinstein ai tempi di "Gangs of New York". E per sua fortuna, questo compromesso ha davvero pagato: "The Irishman" è un piccolo capolavoro dallo stile narrativo asciutto e scattante, dal ritmo incalzante usato per raccontare una storia sull'amicizia di una vita.




Tratto dal rimonazo omonimo di Charles Brandt, "The Irishman" racconta la storia di Frank Sheeran (DeNiro), della sua ascesa al potere all'interno della mafia italoamericana di Filadelfia e della sua amicizia con il boss Russell Bufalino (Joe Pesci) e, sopratutto, con il sindacalista Jimmy Hoffa (Pacino).




Una storia che, ad un'analisi superficiale, sembra uguale a quelle che Scorsese ha già raccontato nei capolavori "Quei Bravi Ragazzi" e "Casinò", con i quali quest'ultima fatica compone un'ideale trilogia; anche qui viene fatto uno spaccato del malaffare, questa volta lontano da New York, nella città che è il cuore storico dell'America, e all'interno del sistema dei sindacati, centro nevralgico essenziale per ottenere il supporto di una maggioranza silenziosa. La storia di Frank, Russ e Hoffa si dipana in una serie di flashback raccontati da un Frank anziano, il quale spiega direttamente al pubblico i retroscena della storia di Hoffa e dei suoi collegamenti con la malavita dell'epoca. Anche qui assistiamo all'intrecciarsi di eventi privati con altri pubblici, come l'attività della Commissione Kennedy con il crimine organizzato e l'invasione della Baia dei Porci. Nuovamente, Scorsese ci prende per mano per introdurci in un mondo fatto di corruzione, intimidazioni e omicidi, nel quale chiunque si abbandoni all'hubris (come il personaggio di "Crazy Joe") viene giustiziato, dove i singoli giocatori di questa enorme partita sono condannati sin dall'inizio a uscire di scena di modo violento.




Se in passato l'occhio di Scorsese si concentrava sugli aspetti "esteriori" propri della malavita organizzata, ora fa un passo ulteriore e cala lo spettatore nella coscienza del suo protagonista; al centro della narrazione, oltre le sue azioni, vi sono le sue emozioni e i suoi legami affettivi, partendo dall'amicizia con Russ sino a quella con Hoffa, passando ovviamente per i legami familiari in senso stretto.
Frank Sheeran è un uomo prima di un gangster, un uomo che tiene i suoi amici vicini come se fossero famigliari veri e propri. L'amicizia con Russ diviene essenziale fin da subito, quella con Hoffa si sviluppa in modo più sottile, divenendo anch'essa pian piano parte essenziale della sua vita. Il suo centro emotivo entra così in crisi quando viene chiamato a sceglierne una delle due, scelta che causerà un crollo.




Se i legami del personaggio sono forti, lo stile narrativo adoperato da Scorsese è tutto basato sulla sottrazione, sul non detto piuttosto che sull'esplicazione delle emozioni. Sono i dialoghi, al solito sublimi, a celare il rispetto di Frank verso i suoi compagni, veri e propri commilitoni di una ipotetica guerra contro tutti. Allo stesso modo, il magnifico cast resta sempre tra le righe, lasciando che siano pochi sguardi e espressioni sottili a comunicare lo stato d'animo dei personaggi. Persino Al Pacino, con il suo famoso overacting, questa volta risulta meno istrionico, per quanto possibile. Una menzione speciale andrebbe fatta però a Anna Paquin, la quale recita un'unica linea di dialogo in tutto il film, lasciando che sia sempre il suo sguardo a comunicare l'astio verso il personaggio del padre.
La storia di Frank e dei suoi compagni entra così pian piano sotto la pelle dello spettatore, portandolo un po' alla volta nel loro mondo, lasciando che i loro drammi crescano lentamente sino a sfociare nella tragedia.




Quando questa si verifica, Scorsese resta tuttavia distaccato, lucido nel suo raccontare un mondo che crolla addosso al suo protagonista, senza cercare sensazionalismi e senza usare un registro melodrammatico vero e proprio. La narrazione è sempre asciutta, quasi secca, la perfetta incarnazione di uno sguardo, quello del suo protagonista, filtrato attraverso gli anni, reso più freddo dal tempo trascorso in solitudine.
Una narrazione che rende così "The Irishman" perfettamente "classico", benché ricco di virtuosismi, in quali, in una coerenza perfetta, restano sempre condotti con mano fermissima e sicura. Il risultato è così di una compattezza straordinaria e, al contempo, infinitamente coinvolgente: una vita perfettamente sintetizzata in 209 minuti, i quali scorrono efficacemente, senza mai perdersi in punti morti o accelerazioni inutili. Una maestria più unica che rara, quella di Scorsese, che restituisce al pubblico una vera e propria lezione di grande cinema. Alla faccia di tutti i detrattori.



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