mercoledì 1 maggio 2013

Il Corvo- The Crow

The Crow

di Alex Proyas

con: Brandon Lee, Rochelle Davis, Ernie Hudson, Michael Wincott, David Patrick Kelly, Tony Todd.

Fantastico

Usa (1994)














Apparso per la prima volta tra il 1988 ed il 1989, "Il Corvo" di James O'Barr è tutt'oggi il fumetto indipendente ed underground più venduto di sempre, pubblicato per la prima volta dalla Mirage Studios di Kevin Eastman. Successo facile da spiegare se si tiene conto dei contenuti, dello stile e del periodo di pubblicazione.




Il Corvo, alias Eric è protagonista di una tragica storia di amore e morte: musicista rock di second'ordine, viene ferito a morte da un gruppo di teppisti di strada, che seviziano e uccidono anche la sua giovane fidanzata Shelly, proprio il giorno prima delle loro nozze; sopravvissuto miracolosamente alla brutale violenza dei suoi assalitori, Eric comincia una personale crociata in cerca di vendetta, accompagnato da uno strano corvo e dal suo gatto bianco Gabriel, nonchè guidato, in visioni oniriche, da un sinistro Cowboy non-morto, sorta di moderno Virgilio.




Nel fumetto non viene mai spiegata la causa della resurrezione di Eric: fortuna? Caso? Forza mistica? O'Barr preferisce non dare risposta, concentrandosi sulla descrizione del mondo sudicio e cupo e della psicologia disperata del protagonista; personaggio, quello di Eric, ispirato fisicamente al cantante Iggy Pop (che infatti comparirà nel sequel della pellicola del 1994, lo squallidissimo "Il Corvo 2" del 1996), mentre dal punto di vista della caratterizzazione l'autore pare essersi ispirato a Ian Curtis, front-man dei Joy Division, morto suicida a soli 23 anni, oltre che ad una serie di fatti di cronaca: l'uccisione di una giovane coppia di fidanzati a Detroit per la miserevole somma di 20 dollari, nonchè la morte della sua stessa fidanzata, avvenuta a sole due settimane dal loro matrimonio a causa di uno sventurato incidente d'auto.



Successo di pubblico che, si diceva, si spiega, anche al di là dell'effettiva qualità del comic in sè, se si tiene conto del periodo di pubblicazione; nella seconda lemtà degli anni '80, il post-punk comincia a mutare verso il Dark: gli abiti logori e sgargianti lasciano il posto ad un look più sobrio, caratterizzato dall'assenza di colore, ed alla contestazione fine a sè stessa di stampo nichilista, si sostituisce una sensibilità poetica, reminiscenza del romanticismo francese.
La generazione Dark diviene ossessionata dai concetti di amore e morte, connubio classico nel quale si rinvengono le emozioni primigenee dell'Uomo. Ossessione dovuta alla paura di un mondo che spesso non si comprende, sia in quanto adolescente che in quanto diversi per gusti non solo estetici dalla massa; da qui l'uso dell'assenza di colore per mascherarsi contro il dolore causato dal prossimo; e la ricerca spasmodica dell'amore come unica medicina a tale dolore.
Per quella generazione è stato facile identificarsi nella tragica storia di Eric, restare affascinati dal suo amore immortale per Shelly, dalla violenza delle sue azioni, pur sempre giustificate dall'orrore del quale è stato vittima; e facile è anche restare ammalianti dallo stile di disegno, semplice fino al crudo, eppure incredibilmente espressivo, ennesima dimostrazione di come una storia dalla trama semplice riesca a divenire memorabile se adeguatamente narrata ed illustrata.





Cult plurigenerazionale degli anni '90, punto di riferimento estetico per quella sottocultura Dark che già aveva amato il fumetto e film maledetto per antonomasia, "Il Corvo" è davvero una pellicola sulla quale è stato scritto e detto tutto ed il contrario di tutto; da chi lo osanna come un capolavoro assoluto a chi lo distrugge senza mezzi termini, tutti gli atteggiamenti verso di essa sembrano confermare una spiacevole tendenza della critica e della mentalità dei fanboys: davvero pochissimo è stato scritto sul film in sè piuttosto che sul fenomeno di costume che ha generato, o sulla prematura scomparsa del suo interprete principale, il compianto Brandon Lee.




Rispetto a quella del fumetto, la sceneggiatura del film mette subito in chiaro le origini sovrannaturali del personaggio: Eric (che ora fa di cognome "Draven", ossia "The Raven", sottile riferimento a Poe) è morto; dopo un anno un corvo (simbolo del rito di passaggio tra la vita e la morte in moltissime culture, non ultima quella della religione cristiana delle origini) lo riporta in vita per fare giustizia dei suoi assalitori; molto più spazio viene poi dati ai personaggi di Sarah (Rochelle Davis), ragazzina cresciuta da Eric e dalla sua defunta fidanzata perchè vittima di una madre prostituta ed eroinomane, del poliziotto, qui ribattezzato Albrecht (Ernie Hudson) e promosso a comprimario, nonchè a Top Dollar (Michael Wincott), ora vero e proprio villain a capo di una grossa organizzazione criminale dedita al vandalismo e alla violenza fine a sè stessa, fautore di quella "Notte del Diavolo" nella quale Eric e Shelly hanno perso la vita, fatto, tra l'altro, ispirato a veri eventi che si sono susseguiti a Detroit nel corso degli anni '70.




La forza del film non è da ricercare nella trama, un semplice racconto di vendetta del tutto lineare, praticamente uno slasher dove l'assassino è il protagonista (che pur con le dovute differenze è a grandi linee la stessa ideata da O'Barr,) quanto nell'atmosfera, nella regia e nel cast.
Nella messa in scena, Proyas si rifà a classici quali "Blade Runner" (1982) e "Batman" (1989), evitando però ogni forma di effettiva derivatività: il suo è un gotico urbano, cupo e plumbeo come non se ne erano mai visti prima al cinema, che nulla ha che fare con le fonti di riferimento e in cui la matrice religiosa viene enfatizzata per creare un'atmosfera sovrannaturale ed autunnale più marcata; atmosfera si violenta e cruda, ma non che non scade mai nel nichilismo fine a sè stesso: per tutto il film, alle crudeltà mostrate viene opposta sempre una forza benigna(sublimata nella celebre battuta "Non può piovere per sempre"), sia essa data dal commento della voce-off della piccola Sarah, dai gesti altruistici del protagonista (come nella splendida scena della redenzione della prostituta, dagli echi evangelici un pò forzati, ma tutto sommato coerenti con i temi del film) o dal finale, in cui dopo la violenza e la vendetta giunge infine la redenzione; mancanza di cattiveria fine a sè stessa che, nel decennio dell'autodistruttivismo compiaciuto di "Fight Club" (1999), appare come il migliore dei pregi, piuttosto che come una mancanza di coraggio da parte dei realizzatori.




Proyas, dimostra una forza visiva inusitata per una pellicola volutamente mainstream: il montaggio spezzato, la fotografia contrastata, con tagli di luce espressionisti, reminiscenze di "Batman Il ritorno" che però trovano sempre una propria identità estetica; e sopratutto le splendide soggettive del volo del corvo rendono il film un esperienza pressocchè unica per l'epoca in cui fu prodotto, nonchè tutt'oggi magnifica da vedere ed ascoltare; anche perchè, a differenza dei suoi coevi videoclippari, il regista riesce sempre a tenere sotto controllo la messa in scena e a non farla scadere mai ai livelli di un video musicale gonfiato a lungometraggio. Ed è un vero peccato il fatto che, dopo "Dark City", Proyas non si eguaglierà mai più tali livelli estetico-stilistici.




Se Brandon Lee buca letteralmente lo schermo in quella che, purtroppo, è la sua ultima e più brillante performance, non da meno è il resto del cast, con un Michael Wincott semplicemente perfetto nei panni di un criminale che è l'incarnazione stessa della cattiveria urbana, del cinismo e del male fine a se medesimo, il sempre-verde caratterista Ernie Hudson nei panni di Albrecht, spalla umana e compassionevole, la cui visione del dolore del protagonista lo aiuterà nella sua vendicativa missione ed un David Patrick Kelly (già indimenticato teppista ne "I Guerrieri della Notte" di Walter Hill del 1979, altro grande cult sulla violenza notturna urbana) viscido e sopra le righe nei panni di T-Bird.




Vicino alla controparte cartacea per i temi trattati, ma da essa lontano anni luce per lo stile gotico e visionario, "Il Corvo- The Crow" è un perfetto esempio di ottima estetica e di racconto basico e coinvolgente, il cui status di cult risulta essere davvero ben meritato.


EXTRA

Il misterioso personaggio di Skull Cowboy, il Virgilio onirico che guida Eric nella sua vendetta nel comic originale, appare in realtà anche nella trasposizione filmica.
Interpretato dal mitico caratterista Michael Berryman, Skull Cowboy guidava anche Eric Draven nel suo percorso, ma le sue scene sono state tutte tagliate in sede di montaggio perchè giudicate troppo distanti dal tono generale del resto della narrazione.




Tutte le sequenze sono però state reintegrate nella versione estesa del film, disponibile in DVD e Blu-Ray sui soli mercati esteri.



Visto l'ottimo successo, sia di critica che di pubblico, O'Barr ha continuato la mitologia de "Il Corvo", ma anzicchè creare un seguito ufficiale (tutt'oggi mai scritto), ha scritto una serie di spin-off con protagonisti altri redivivi in cerca di vendetta.
Tra questi, meritano una lettura almeno "Flash and Blood" (1996) ed il successivo "The Crow/Razor: Kill the Pain" (1998).


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