sabato 7 luglio 2018

Revenge

di Coralie Fargeat.

con: Matilda Lutz, Kevin Janssenss, Vincent Colombe, Guillaume Bouchède.

Francia 2017



















A margine della presentazione al Festival di Torino di "Revenge", l'esordiente Coralie Fargeat ha dichiarato: "[...] Si trattava davvero di simbolizzare la mutazione di un certo modo di rappresentare la donna al cinema, troppo sovente vista come semplice comprimario o come oggetto sessuale da svestire o sminuire. Inizialmente il film gioca con questo tipo di rappresentazione, spingendola però all'estremo fino a sfociare nella sua controparte brutale. A quel punto la protagonista diventa la vera figura forte del film, una supereroina donna e il motore dell’azione".
Che cos'è dunque questo suo esordio se non il più classico dei rape & revenge, con una donna bella che a causa della violenza subita si trasforma in una macchina di morte?
Esempi del genere, sarebbe anche inutile dirlo, c'è ne sono a bizzeffe: la Thana di "Ms. 45", la Madeline di "Thriller" o la Jennifer di "I Spit on your Grave", solo per citarne alcuni. Come rendere dunque interessante un film derivativo nei contenuti?
"Revenge" prova a buttarla sullo stile, psichedelico e sfrontato, riuscendo però solo in parte a spuntarla.



La stilizzazione massima è l'imperativo sin dalla prima inquadratura, un campo lunghissimo dai colori sgargianti che sfocia in un riflesso su di un paio di occhiali da sole ed una musica synth, come se si fosse in un film di Nicolas Winding Refn o Harmony Korine.
La protagonista Jen, interpretata dalla bellissima Matilda Lutz, appare in scena come una la caricatura di una Barbie, una bionda dagli abiti striminziti e lecca lecca in bocca, puro oggetto sessuale; i maschi, d'altro canto, sono ancora più bidimensionali: cacciatori arrapati e privi di empatia alcuna.
Stilizzazione che arriva all'apice con la violenza: al bando ogni forma di verosomiglianza, i personaggi eruttano ettolitri di sangue, cauterizzano ferite da perforazione con lattine di birra, infilano le proprie dita negli arti per strappare schegge di vetro e a tratti non sembrano sentire dolore.



Stilizzazione che si fa così provocazione, con una violenza talmente elevata da sfociare quasi subito nel parossistico: ogni personaggio fa letteralmente il bagno nella propria emoglobina in una versione laccata del teatro del Grand Guignol.
Ma la vendetta come presa di coscienza di sè e come atto di ribellione contro l'animalesca figura maschile è uno dei temi più vecchi che il cinema ricordi. Impossibile dunque non annoiarsi: una volta capito il gioco al rialzo, non ci si riesce più a divertire nel vedere la strage Jen, lineare come da copione, trionfante come da tradizione. La Fargeat non ricerca originalità alcuna che non sia nella messa in scena, finendo così per cascare nella trappola dell'ovvio.
Mancano sia il nichilismo di Ferrara che la complessità caratteriale di "Thriller", senza contare i simbolismi freudiani di "I Spit on your Grave"; non c'è nessuna voglia di dire qualcosa di interessante, solo di mostrare un mondo di cattiveria gratuita e per questo compiaciuta della propria pochezza; la provocazione svanisce presto nel gioco e la stessa cattiveria finisce per essere annacquata dallo stile iperbolico.



"Revenge" si configura così come un film-monito; non tanto contro l'uomo che si diverte a sottomettere la donna, quanto per il filmmaker alle prime armi che decide di affidarsi al genere puro per esordire: mai lasciare che sia il solo stile a parlare, sopratutto quando non si ha voglia di rinfrescare un intreccio visto fin troppe volte; pena la noia più totale.



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