venerdì 20 luglio 2018

Sogni d'Oro

di Nanni Moretti.

con: Nanni Moretti, Piera Degli Espositi, Laura Morante, Remo Remotti, Alessandro Haber, Gigio Morra, Miranda Campa.

Italia 1981



















Dopo i due cult generazionali "Io sono un Autarchico" e "Ecce Bombo", per Moretti giunge il momento di fermarsi, di fare autoanalisi e capire quali siano i limiti del suo modo di pensare.
O forse no: con "Sogni d'Oro", un Moretti sicuramente più maturo ma al contempo poco incline all'autocritica usa uno sguardo al solito acido per sviscerare una crisi interiore che è al contempo crisi di un intero sistema-paese. E riesce di nuovo a centrare il segno.




Sono tre i binari narrativi su cui si sviluppano gli eventi; il primo, più convenzionale, vede l'alter ego morettiano Michele Apicella nei panni dello stesso Moretti, ossia di un giovane regista intellettualoide a cui viene sovente rimproverato di dirigere film troppo autoreferenziali. E' qui che il buon Nanni mette in scena, al solito, le sue ossessioni più stringenti, per prima, appunto, la paura di non essere capito, di essere rifiutato da un pubblico sempre più alieno e da una classe intellettuale sempre più accondiscendente verso il buco nero di trashume televisivo e filmico che già allora inghiottiva la Penisola. Non per nulla, sono gli anni delle tv regionali e degli spettacoli di rivista un tanto al chilo sparati a mille in prima serata, con la conseguenza di un crescente e costante disinteressamento (o della paura dello stesso) del pubblico verso forme narrative ed espressive più complesse: al bando il cinema impegnato, a farla da padrone deve essere il musical o al massimo il dibattito televisivo votato all'idiozia più pura.




Nonostante sia questa la parte più convenzionale di tutto il film, Moretti riesce lo stesso a dare uno spaccato impietoso di un Italia che, in fondo, non è mai cambiata: incommensurabile è la sequenza dello scontro catodico tra Apicella ed il suo rivale, dove vince chi riesce a carpire meglio i gusti di un pubblico oramai assuefatto alla volgarità più pura.
Ma Apicella è anche caricatura di Moretti e di tutte le sue nevrosi, prima fra tutte la frustrazione di un intellettuale un pò troppo radical chic che mal sopporta chiunque lo circondi. Ed è qui che giunge una punta di autocritica: Apicella è ora personaggio antipatico, che schiva qualsiasi confronto che non si riduca all'insulto e che si diverte ad umiliare due poveri fratelli aspiranti filmmaker per il solo gusto di sfoggiare la propria frustrazione. L'affondo è verso quella classe di giovani intellettuale distaccatisi da tutto e da tutti, arroccati nelle proprie posizioni ultrapolemiche e non più in grado di comunicare qualcosa al proprio pubblico. Ed è qui che Moretti diviene anche profetico, basti pensare alla fase più recente della sua carriera, dove non è più riuscito a dar corpo ai veri conflitti ed orrori che affliggono l'Italia.




Il secondo binario narrativo è quello di "La Mamma di Freud", il film che Apicella cerca di dirigere, metafora del rapporto conflittuale tra il regista e la madre; nonchè parodia del cinema intellettuale nostrano, perso in elucubrazioni del tutto sganciate con il reale, lontano non solo e non tanto da quel pubblico che forse cerca forme di intrattenimento migliori (il bracciante lucano, il pastore abruzzese e la casalinga di Treviso, più volte evocati dal critico e che si manifestano alla prima del film) quanto verso una realtà di sicuro più articolata. Una parabola, quella del Freud edipico, del tutto decostruttiva, che lo vede finire a vendere ninnoli per la strada, metafora della fine dell'intellettualismo forzato.




Ultima dimensione narrativa è quella dell'inconscio, del sogno: laddove "La Mamma di Freud" è il sogno dell'Apicella autore, l'Apicella personaggio sogna una storia decisamente meno pretenziosa, più vicina ai canoni del romanzo popolare, ma non per questo meno attuale, ossia la love-story tra un giovane e burbero professore ed una bella ed emancipata studentessa. Altro "film nel film" che è viaggio nel subconscio dell'autore, che ama non corrisposto qualcosa di bello (l'arte, il cinema), la quale finisce sempre per sfuggirgli, fino ad un duplice finale: dapprima la disperazione di un regista che ha paura di non aver più nulla da dire, poi la dichiarazione d'amore, ilare nella sua demenzialità, del mostro alla bella.




Ed è proprio il tocco grottesco più marcato a rendere questa terza fatica morettiana ancora più gustosa e a caratterizzarla in modo più irriverente rispetto agli esordi. Un film forse sottovalutato, questo "Sogni d'Oro", dove l'intelligenza di Moretti si palesa in modo diretto forse anche più che in passato.



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