sabato 6 ottobre 2018

Non si sevizia un Paperino

di Lucio Fulci.

con: Tomas Milian, Barbara Bouchet, Florinda Bolkan, Antonello Campodifiori, Virginio Gazzollo, Ugo D'Alessi, Irene Papas, Marc Porel, George Wilson.

Thriller

Italia 1972

















---CONTIENE SPOILER---

Nei "giallos" di Fulci tutto è basato sulla contrapposizione, violenta e virulenta, degli opposti. Basti pensare a come nel vero capostipite del suo filone, "Una Lucertola con la Pelle di Donna", si contrapponevano un registro oggettivo con uno visionario, così come, sul piano tematico, la repulsione per l'abbandono dei sensi proprio della borghesia conservatrice con l'irresistibile attrazione carnale verso il proibito. Il conflitto, in sostanza, nasce dall'avvicinamento degli opposti, che finiscono per scontrarsi generando violenza ed erotismo spinto.
Formula ancora più marcata in quello che è, con molta probabilità, il miglior thriller fulciano, nonchè uno dei suoi migliori film in toto, "Non si sevizia un Paperino", thriller nuovamente anomalo che giunge nelle sale, tra pernacchie e querele, nel 1972.




Anomalia che consiste anzitutto negli intenti: laddove Argento e Bava con il giallo volevano solo comunicare stati emotivi, Fulci usa il registro di genere per parlare d'altro, per tracciare uno spaccato della società italiana dell'epoca, valida, purtroppo, ancora oggi.
Anomalia, poi, che si palesa sin dall'ambientazione, quella rurale di Accendura, immaginario paese della Lucania ricostruito in parte a Matera, che sostituisce la metropoli onirica solita del thriller all'italiana. Ed è proprio il setting a costituire il centro tematico di tutta la vicenda. E' proprio nel remoto paesello che l'arretratezza, mentale prima ancora che materiale, del proletariato contadino si scontra con una modernità borghese aliena, vista sempre e comunque con occhio torvo dai locali; una modernità che, come l'autostrada della prima scena, fa a pezzi l'humus di quella terra per rivelarne l'idiozia, figlia di un'ignoranza atavica, che sfocia nella violenza. Siamo lontani anni luce dal contado idealizzato di "Cristo si è fermato a Eboli": la campagna lucana, remota e arcana, è pericolosa quanto se non più della metropoli più moderna.



Violenza che si esplicita, cieca e barbara oltre che vigliacca, nella scena, magistrale, del linciaggio della Maciara (la Bolkan), le cui carni vengono dilaniate nel silenzio quasi ieratico degli assalitori, mentre le immagini di sevizie disumane vengono accompagnate dalle note di Ornella Vanoni, contrapposizione tra gaiezza e ferocia che troverà nel corso degli anni innumerevoli imitatori.
Ma se i figli del contado sono per Fulci bestie ipocrite, non migliori sono i figli del boom economico, che, chiusi al sicuro nelle loro utilitarie, sfrecciano di fianco alla donna morente facendo finta di ignorarla, presi come sono da un'allegria neo-borghese che non vuole mischiarsi con quel male che risiede a pochi centimetri al di sotto della superficie delle cose.



Contrapposizione tra mondo antico e moderno (tra nord e sud si potrebbe dire) che prende le forme di un cast tirato a lucido per l'occasione; tutti i protagonisti, persino alcuni dei carabinieri chiamati ad indagare, sembrano usciti da un fotoromanzo tanto è fulgida la loro bellezza; tutti i soggetti esterni al borgo, portatori di quelle istanze moderne tanto temute, hanno lineamenti irresistibili e vestono all'ultima moda, con un'estetica che viene contrapposta a quella degli abitanti del paesello, praticamente "brutti, sporchi e cattivi"; basti vedere il giornalista interpretato da Tomas Milian, sgargiante nei suoi abiti '70's attillatissimi; bellezza che è comune solo a due degli abitanti: la Maciara, che ha le fattezze di una Florinda Bolkan sporca ma dalla carnalità irrefrenabile, e Don Alberto, che ha il volto da divo di Marc Porel.



Ma su tutti, ovviamente, svetta lei, la bellissima Barbara Bouchet, il cui corpo caldo e lo sguardo vispo incarnano una vera e propria diavolessa tentatrice, una figlia dei fiori ingabbiata in un luogo fuori dal tempo incapace di sfogare le proprie pulsioni, che vengono così riversate su uno dei piccoli protagonisti, in una scena che all'epoca costò una denuncia al povero Fulci (in realtà girata tenendo l'attore bambino e la Bouchet separati sul set ed usando un nano come controfigura nell'unica inquadratura in cui appaiano assieme su schermo).



La tentazione della carne, del corpo della Bouchet così come della licenziosità delle due sfatte prostitute che appaiano ad inizio film, diviene effetto scatenante della violenza. Essenziale è, in proposito, l'identità del killer: un prete che, lontano dallo stereotipo della pedofilia, uccide tutti quei ragazzini toccati dal "male" della libertà sessuale, da quella maturazione essenziale tappa formativa vista come unzione malefica di, ancora, una modernità temuta come un male assoluto che corrompe l'innocenza.
Tralasciando l'ovvio paragone con gli adulti del luogo, violenti e libidinosi, l'azione di Don Alberto è quella, paradosso metaforico puro, di quella Democrazia Cristiana che all'epoca ancora censurava film e riviste ritenuti troppo audaci, come a voler preservare uno stato di albedine imposto virulentemente come unica via di salvezza; lo spirito reazionario, volto a "salvare" le anime dalla corruzione dell'attualità, si fa così violenza atavica venata di un'ignoranza mistica, contrapposta alla "buona ciarlataneria" dei riti pagani della Maciara e del suo compagno. E la bellezza di Marc Porel si fa così puro ossimoro di una cultura che in teoria dovrebbe generare solo un'estetica lombrosiana, ma che ha le fattezze di un angelo; un angelo sterminatore, ma pur sempre un angelo.



Contrapposizione che sul piano stilistico viene incarnata da una fotografia dagli esterni luminosi, quasi bruciati dal sole, giustapposti a degli interni dove spesso i chairoscuri si impadroniscono dell'inquadratura, tagliando i volti degli attori incorniciati in inquadrature oblique, con l'effetto di comunicare in modo vivo e tangibile un senso di nervosismo comune a tutti i personaggi.



Ma l'originalità di "Non si sevizia un Paperino" non si limita al centro tematico, nè alla contrapposizione feroce tra luce e ombra, estendendosi anche alla costruzione della storia.
Se nel giallo argentiano, così come nel thriller all'italiana in genere, l'indagine è solitamente portata avanti da un detective improvvisato, qui invece per 2/3 della pellicola il procedural è affidato ai carabinieri e al pubblico ministero di turno, che anzicchè brancolare nel buio battono le strade investigative anche più improbabili per far cessare la scia di delitti. E persino quando questi escono di scena, la trama viene portata avanti dal giornalista Martelli (Milian), ossia da un personaggio che per mestiere è avezzo a seguire le tracce. Il punto di vista, di conseguenza, si fa plurimo (persino la Maciara è protagonista di un paio di scene), trasformando quello che è un semplice thriller in una sorta di dramma giudiziario a tinte forti.
Non tutto torna nella storia: non si capisce perchè padre Alberto chiami Martelli per avere notizie sulla madre, quando la cerca per ucciderla, mettendo al corrente proprio chi sa ha dei sospetti sulla sua famiglia. Ma con il cinema di Fulci, come sempre, non è la storia a contare per davvero.



E ad oltre 40 anni di distanza, "Non si sevizia un Paperino" resta un gioiello dalla caratura insuperata, sia per l'originalità della costruzione che per la tematica; quest'ultima, anzi, appare oggi ancora più scottante, immersi come siamo in una società ancora gretta e assuefatta da decenni di sesso gratuito nella tv spazzatura. Fulci, alla fine, ci aveva visto lungo ed il suo assassino, se agisse adesso, sarebbe quasi giustificato nelle sue azioni.



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