lunedì 22 ottobre 2018

Caro Diario

di Nanni Moretti.

con: Nanni Moretti, Giulio Base, Carlo Mazzacurati, Jennifer Beals, Renato Carpentieri, Italo Spinelli, Alexandre Rockwell.

Italia 1993


















La presa di coscienza del fallimento della sinistra italiana, testimoniato in "Palombella Rossa", è stata un'esperienza a dir poco deleteria per Moretti, il quale non si riprenderà mai dall'accaduto; ed anzi, proprio a causa della mancanza di un sistema di valori condiviso in cui, bene o male, riconoscersi, il suo carattere superbo e narcisista si volgarizzerà sensibilmente, riverberandosi nelle sue opere sia per le tematiche che per stile.
La "seconda fase" della filmografia morettiana è caratterizzata, di conseguenza, dall'abbandono  totale di registri e schematismi convenzionali in favore di una libertà di pensiero e scrittura totale; afflitta, malauguratamente, dall'esacerbazione dei propri difetti caratteriali, che lo porteranno sovente a prendere posizioni ridicole, quando del tutto non condivisibili, sia su schermo sia nell'attività politica. In tal senso, il dittico anni '90 formato da "Caro Diario" e "Aprile" è la perfetta rappresentazione del "Moretti pensiero" e di tutti i relativi, insopportabili, limiti.
Ma per comprendere appieno questa deriva umana ed artistica, bisogna partire dal 1989 e dalle relative esperienze personali dell'autore, testimoniate nel documentario "La Cosa", piccolo film sovente dimenticato, ma che risulta essenziale per capire il cinema di Moretti più recente.



Non che "La Cosa" non sia un film datato, oramai inutile persino per capire lo sfacelo della sinistra italiana (tanto vale rivedersi "Palombella Rossa", decisamente più espressivo); esso rappresenta però un rito funebre, la distanza definitiva di Moretti da quella "minoranza" (politica, intellettuale ed umana) del quale si sentiva parte sin dalla gioventù. Con esso, documenta il caos successivo alla caduta del Muro di Berlino, alla successiva riorganizzazione del PCI e ai malcontenti dei tesserati che, a lungo sopiti, ora scoppiano in pieno.
Come reagisce Moretti a questo caos? Trincerandosi in sè stesso, nelle sue ossessioni più intime, abbandonando ogni voglia comunicativa che non sia l'insulto passivo-aggressivo. E' qui che nascono i semi dei girotondi, quel vigliacco teatrino falso-indignato che porta ad esternare in modo del tutto compiaciuto e sterile il proprio dissenso.
Ed è proprio il girotondo a rappresentare la perfetta cartina di tornasole per comprendere "Caro Diario" (pur essendo nato, di fatto, solo nel 2002); come nella manifestazione di piazza, anche al cinema Moretti si chiude in un velleitarismo snob che lo porta ad aggredire in modo codardo ed inefficace tutto ciò che dall'alto del suo intellettualismo con la puzza sotto il naso non lo compiace, senza porsi il problema di un contraddittorio alcuno ed anzi urlando a squarciagola le sue posizioni. Posizioni che talvolta sforano il ridicolo.




"Caro Diario" è il figlio di questo nuovo atteggiamento di conclamata superbia, di compiaciuto snobbismo; e con esso Moretti guarda in basso la plebaglia che un tempo lo circondava per vomitargli addosso un j'accuse che non ha basi storico-umane di sorta, che si configura come uno zibaldone usato al solo fine di sfogare i bassi istinti ed esaltare i propri gusti e valori personali sino al panegirico.
Il primo capitolo di "Caro Diario" è in tal senso esemplificativo: un'insopportabile carrellata di insulti a tutto ciò che a lui non garba, con la conseguente elevazione a monumento di tutto ciò che ha a cuore. Dove, ancora peggio, l'ironia è quasi del tutto assente, facendo capolino solo nell'incontro con Jennifer Beals.
Moretti, in sostanza, crede ciecamente al fatto di essere migliore di tanti quarantenni che un tempo marciavano per le strade e che ora si sono imborghesiti; e, ancora di più, è fortemente convinto (come pure faceva notare Andrea Scanzi) di appartenere ad un'elite illuminata troppo intelligente per essere accettata dai "normali".




Ancora peggio sono i suoi affondi al cinema americano; se la critica che faceva a "Fuga da Alcatraz" in "Sogni d'Oro" era tutto sommato condivisibile (dopotutto, non è forse vero che talvolta "classicismo" fa rima con "clichè"?), del tutto folli sono gli insulti riservati a "Herny Pioggia di Sangue", "Il Pasto Nudo" e "Cuore Selvaggio"; il buon Moretti, come farà in "Aprile", dimostra di non aver capito nulla del cinema americano moderno e, giusto per essere il più ipocrita possibile, se la prende con i critici che lo promuovono, forse un pò invidioso delle attenzioni loro riservate.




Non va di certo meglio con il secondo capitolo, "Isole", dove la libertà di struttura non riesce a celare una mancanza di idee di fondo da far spavento. Laddove Fellini e Woody Allen riuscivano, in alcuni dei loro migliori film, a trasformare la mancanza di ispirazione in grande cinema, Moretti si perde in contemplazioni vacue di paesaggi, macchiette con la forma di politicanti megalomani, il ritratto di una classe intellettuale in sfacelo che non buca lo schermo quanto dovrebbe e siparietti sui bambini che lasciano il tempo che trovano.




Decisamente più interessante è il terzo capitolo, "Medici", in cui l'autore si mette a nudo, porta su schermo il proprio dramma personale arrivando persino a filmare la chemioterapia. E' solo qui che il narcisismo lascia spazio ad una preoccupazione sentita, in cui la storia personale riesce davvero a farsi toccante. Peccato però per la deriva populista che il buon Nanni si diverte ad imprimere al tutto, con quel finale sul "bicchiere d'acqua che caccia via tutti i mali" perfetto antesignano di tanti medici self made dell'era di Internet; è come se, davvero, non riuscisse a tenere a freno il proprio ego e si sentisse giustificato a criticare tutto ed il suo contrario per il solo gusto di farlo; quasi come un fenomeno da baraccone che deve intrattenere il pubblico, alla faccia della sua stessa capacità di trasformare il personale in universale.




E forse è proprio questa la chiave di lettura più esatta di "Caro Diario", ossia lo spettacolo di un megalomane che si crede perfetto ed è pienamente convinto che le sue ossessioni e le sue prese di posizioni siano "bigger than life", quando in realtà il tutto appare come il latrato di un bambino che cerca disperatamente di attirare l'attenzione su di se.



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