domenica 24 marzo 2013

Henry- Pioggia di Sangue

Henry: Portrait of a Serial Killer

di John McNaughton

con: Michale Rooker, Tom Towles, Tracy Arnold.

Usa (1986)











La visione della violenza nel cinema americano mainstream degli anni'80 è quantomai rivoltante: da una parte ci sono le pellicole action di Stallone e Schwarzenegger, dove essa viene rappresentata in maniera ludica, prosciugata di ogni connotazione fastidiosa o graficamente sgradevole; in pellicole come "Commando" o "Rambo 2" (entrambe del 1985) il massacro di orde di "cattivi" viene ridotto ad una sorta di videogame, dove i corpi vengono crivellati di proiettili, accoltellati e fatti esplodere come se fossero dei pupazzi privi di organi; dall'altro lato c'è l'horror delle infinite serie di slasher movies, dove ettolitri di sangue ed uccisioni fantasiose sono il fulcro della narrazione; la violenza viene quindi fatta regredire a puro intrattenimento, valore produttivo vero e proprio ed unico motivo di interesse per lo spettatore; ancora più incredibile è il caso delle commedie horror: in questo periodo esse si caricano di una vena gore inedita che, appaiata ad un umorismo demenziale, porta lo spettatore a percepire la stessa come mero elemento di humor; non c'è da stupirsi, dunque, del fatto che nel 1992, agli albori del decennio successivo e quindi di una nuova consapevolezza del tema, Michael Haneke punti il dito verso il cinema americano mainstream come foriero di una visione diseducativa e pericolosa della violenza, nel suo "Benny's Video".


In un contesto del genere appare quasi miracolosa l'esistenza di una pellicola come "Henry: Portrait of a Serial Killer" (distribuita in Italia solo nel 1992 e con il fuorviante sottotitolo "Pioggia di Sangue"); diretto da John McNaughton (che approderà ad Hollywood nel 1993 con la sfortunata commedia "Lo Sbirro, il Boss e la Bionda" per poi intraprendere una longeva carriera di regista televisivo), il film è una piccola produzione indipendente che rappresenta la violenza in maniera cruda e realistica, in cui il serial killer viene smitizzato, spogliato della valenza mitica propria delle icone dell'horror è mostrato per quello che è in realtà: una personalità deviata e a tratti disperata.


Ispirata alla vera di Henry Lee Lucas, la pellicola segue le gesta di un serial killer (Michael Rooker), enfatizzandone la quotidianità degli omicidi e l'assoluta normalità che per egli rappresentano; Henry trascina nella spirale delle uccisioni il suo amico Otis (Tom Towles) e diviene oggetto delle attenzioni della di lui sorella Becky (Tracy Arnold), da poco separatasi dal marito e totalmente all'oscuro delle reali attitudini dei due uomini.


Ripsetto alle loro controparti reali, i caratteri dei personaggi vengono ammorbiditi: la relazione omosessuale tra Hanry e Otis viene eliminata, le tendenze omoerotiche e necrofile di Henry Lucas vengono spostate sul personaggio di Otis e Becky, che nella realtà era un quindicenne attratta dalla brutalità del compagno, diviene una madre separata e figura salvifica.
Henry diviene così l'archetipo dell'assassino seriale americano: scrupoloso, non uccide mai con lo stesso modus operandi per non lasciare tracce; le sue vittime preferite sono giovani e belle donne; l'uccisione, per Henry, è la sublimazione dell'atto sessuale: quando Becky tenta di approcciarlo, egli ne ha repulsa, giacchè il solo modo che conosce per provare un emozione positiva è mediante l'uccisione; la devianza sessuale del personaggio, però, non viene mai mostrata esplicitamente, ma solo suggerita. A differenza di molti altri assassini seriali comparsi su schermo, Henry non è un reietto: perfettamente integrato nel contesto del sottoproletariato suburbano di Chicago, viene tranquillamente scambiato dai conoscenti per una persona comune; la normalità dei suoi gesti quotidiani che si mischiano alla sua patologia lo rendono così ancora più inquietante: egli è il lato oscuro presente in ogni uomo, la personificazione di una devianza patologica divenuta perfettamente normale e omologatosi alle apparenze della società; una psicopatologia, la sua, che riesce a controllare con freddezza, ma non a dominare del tutto, come ci viene mostrato nel finale.


Otis, d'alto canto, è la personificazione del lato più genuinamente rivoltante della devianza: brutto e sporco, vive perennemente ai margini della società, arrabbatandosi come spacciatore; impossibilitato ad ogni forma di relazione, cerca più volte di carpire fisicamente la sorella, ma viene fermato da Henry, che, complice un trauma infantile, non sopporta l'incesto; nelle uccisioni Otis è più grezzo ed autocompiaciuto: per lui l'omicidio non è esternazione delle pulsioni, ma mera forma di intrattenimento; l'atto dell'uccisione si mischia così alla necrofilia, chiudendo il cerchio della relazione tra pulsione sessuale ed omicida.


McNaughton, nel seguire le imprese dei due personaggi, adotta uno stile distaccato, a tratti freddo, e cuce letteralmente le inquadrature addosso agli attori, in particolare al protagonista Michael Rooker, che compie un ottimo lavoro nel dare volto e movenze ad Henry; con uno stile detrattivo, l'autore toglie ogni spettacolarità all'atto dell'assassinio; di fatto, sono mostrate su schermo solo tre uccisioni: la prima, quella di due prostitute, viene risolta mediante lo spezzamento del collo, la terza, il massacro della famiglia, viene filtrata dall'occhio di una videocamera amatoriale (quasi una dichiarazione d'intenti, visto che sono gli stessi assassini ad usarla per rivedere le loro imprese) e ripresa in maniera cruda e sgradevole; solo la seconda, l'uccisione del ricettatore obeso, è enfatizzata da una coreografia vera e propria che sfocia nell'umoristico; la morte, diviene così efferata e sgradevole: l'atto dell'uccisione, privato di ogni effetto splatter e de-spettacolarizzato, è un pugno allo stomaco più forte di quanto ci si possa aspettare.


Ancora più sgradevoli sono le primissime scene del film: in un montaggio alternato, il regista mostra le vittime di Henry, già morte; più che l'azione, è il risultato della stessa ad inquetare: la morte, senza filtri o abbellimenti, come assenza di vita, alternata ai gesti semplici del suo autore, diviene insostenibile, esorcizzando per sempre ogni risvlto ludico all'atto dell'omicidio. Il distacco della messa in scena viene in parte diminuito dalla sceneggiatura: volutamente didascalica nei dialoghi e nella costruzione delle scene, essa tende a creare una forte empatia con il personaggio di Henry, che mediante i dialoghi con Becky ed Otis si rivolge in realtà direttamente allo spettatore, esponendo il suo passato (contraddicendosi, a rimarcarne l'instabilità psichica) e la sua visione dell'esecuzione dell'omicidio.
"Henry" è un piccolo gioiello del cinema indipendente americano anni'80, una pellicola in cui la devianza viene mostrata, in maniera lucida e senza abbellimenti di sorta, per quello che è in realtà: male allo stato genuino e gratuito.

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