mercoledì 11 marzo 2020

La città verrà distrutta all'alba

The Crazies

di George A.Romero.

con: Lane Carroll, Will McMillan, Lloyd Hollar, Lynn Lowry, Richard Liberty, Ricahrd France, Harry Spillman.

Thriller

Usa 1973














L'emergenza del COVID-19 ha trasformato in realtà scenari finora solo immaginati nella narrativa; sopratutto nel Bel Paese, l'inadeguatezza delle strutture statali, flagellate da decenni di tagli e ridimensionamenti, ha causato l'espandersi del caos e della paranoia da contagio come non mai.
Per i cinefili tornano alla mente tutte quelle pellicole nelle quali la pandemia era un incubo divenuto realtà. E con i casi di cronaca nazionale a fare da paradigma, a noi italiani non può che tornare alla mente il piccolo classico di Romero "The Crazies", alias "La città verrà distrutta all'alba".



Quarto lungometraggio dell'autore, "The Crazies" arriva nel mezzo del periodo più sperimentale della sua carriera e contiene molti elementi che saranno ulteriormente sviluppati nella successiva Saga dei Morti Viventi, tra cui la ferocia dell'esercito, pari solo alla disorganizzazione imperante e all'impossibilità di collaborare con gli scienziati, come in "Il Giorno degli Zombi" e il gruppo di sopravvissuti tra i quali svetta una donna incinta come in "Dawn of the Dead". Tema centrale resta però quello dell'apocalisse, questa volta su scala ridotta, resa ancora più disastrosa dall'umana idiozia.



Il punto di non-ritorno questa volta è dato da un'arma batteriologica sperimentale che viene accidentalmente riversata nella falda acquifera della cittadina di Evans; il virus infetta il cervello umano e trasforma le vittime in folli assetati di sangue. Ma a creare più scompiglio dell'infezione, ci pensa l'esercito, che prende subito il controllo della situazione tagliando fuori le autorità locali.
Romero sottolinea la ferocia dell'istituzione, con le tute bianche dei militari che divengono una presenza decisamente più minacciosa degli infetti: la violenza viene perorata senza rimorso alcuno sulle vittime civili, sterminate a vista anche quando sono solo sospettate di infezione.



Il punto di vista della narrazione è multiplo, diviso tra il gruppo di fuggiaschi civili, il colonnello Peckman, lo scienziato Watts e i vertici politici che muovono i fili da lontano. La moltiplicazione del punto di vista permette a Romero di intessere una narrazione serrata, che fa sembrare l'ambientazione circoscritta, anche per limiti di budget, più grande di quanto sia, oltre che a garantirgli di infilare il dito nella piaga in ciascuno dei gruppi di protagonisti.



I civili sono un gruppo costituitosi per caso, composto da una coppia, un amico e un padre con la giovane figlia; non ci sono rivalità esplicite al suo interno, ma piano piano il contagio si fa vivo, culminando dapprima nella disturbante scena dell'incesto, poi con la furia omicida di Clank, che culmina nella sua morte.
L'esercito, minaccia principale, è capeggiato da Peckman, capo tutto d'un pezzo, ma che deve sottostare alla disorganizzazione generale; lo scienziato Watts, dal canto suo, non fa nulla per farsi piacere il suo ruolo di salvatore e finisce miseramente per un puro caso.
I politici, da ultimi, sono solo dei burattinai che cercano di arginare il caos, senza farsi scrupoli: non per nulla, la "soluzione finale" del bombardamento atomico viene proposta sin dagli inizi.



Oltre ad anticipare molte delle tematiche della sua filmografia successiva, Romero acuisce il suo stile sino alle estreme conseguenze, bandendo quasi del tutto i movimenti di macchina, presenti solo in alcuni inserti. L'intera messa in scena è fatta da inquadrature statiche assemblate direttamente in montaggio, le quali trasmettono perfettamente il senso di claustrofobia e fatalità della storia, arrivando ad una compattezza stilistico-narrativa incredibile.
Tanto che sarebbe ora di recuperare questo gioiello della filmografia romeriana, alle volte trattato con troppa facilità.


EXTRA

Rifatto, per una volta decentemente, da Breck Eisner nel 2010 e con Timothy Oliphant, Radha Mitchell e Danielle Panabaker.




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