venerdì 6 marzo 2020

La Strada

di Federico Fellini.

con: Giulietta Masina, Anthony Quinn, Richard Basehart, Aldo Silvani, Marcella Rovere, Livia Venturini.

Italia 1954


















C'è un elemento comune alla prima filmografia di Fellini che spesso viene sottaciuto, se non ignorato, quello della condizione femminile: sia essa la Sandra de "I Vitelloni", piuttosto che la Wanda de "Lo Sciecco Bianco", la donna è centro di interesse della narrazione, eppure costantemente subordinata alla figura maschile; la donna è "ancella", serva e schiava degli umori del maschio, siano essi costruttivi o distruttivi; è, in parole povere, una vittima, mai padrona del proprio destino e, al contempo, figura angelica, la cui innocenza sfocia sempre in un'ingenuità incolpevole, sinonimo di candore e mai di stupidità. Di contro, il maschio è padrone crudele, che non solo sottomette la consorte, ma arriva sinanche a schernirla, non riconoscendone mai lo status di persona, solo di accessorio o svago sessuale.
Ne "La Strada", terzo film in solitario, Fellini estremizza tale polarità tra sessi sino a farne nucleo narrativo totale, creando il suo primo vero capolavoro.




La donna è qui Gelsomina, incarnata con candore da una magnifica Giulietta Masina, la cui espressività buca lo schermo in ogni inquadratura; l'uomo è il rude Zampanò, che Anthony Quinn interpreta con trasporto anche grazie alla sua trabordante fisicità. Il rapporto tra i due è chiaro sin dall'inizio: Zampanò compra Gelsomina dalla madre, per rimpiazzarne la sorella deceduta, sua assistente, per dieci mila lire, come fosse una res qualsiasi, un orpello da usare duranti i numeri del suo spettacolino itinerante, nel quale la ragazza si esibisce come saltimbanco, nonché compagna da tradire con altre donne.




Se Gelsomina è un fiore candido e fragile, Zampanò è un bruto, animalesca incarnazione della mascolinità più distruttiva (quella che oggi definiremmo "tossica"); un uomo non cattivo, semplicemente privo di intelletto e morale, un corpo che si muove grazie agli istinti più bassi, che soddisfa con voracità; e che, a suo modo, è affezionato alla compagna, che lo assiste con bontà e pazienza, sopratutto quando capisce i suoi sentimenti.




Vera e propria nemesi di Zampanò è il Matto, acrobata vestito da angelo che finisce per rappresentare una mascolinità gentile e cauta, comprensiva e mai distruttiva, che trova nello sfottò e nell'irriverenza la perfetta arma per distruggere la ferocia della sua controparte; un personaggio simpatico, ma mai ingenuo, che, rappresentando l'esatto opposto di Zampanò, finisce per esserne distrutto; per la prima volta, Fellini porta in scena la morte e lo fa su di un personaggio positivo, una figura quasi salvifica la cui distruzione porta alla totale perdita di raziocinio per la donna, ma anche per il maschio, la cui furia trascina a picco anche il rapporto (a suo modo) amoroso.




Una tragedia che l'autore porta in scena come una favola triste, ammantata dalle note dolci e struggenti del tema di Nino Rota e sviluppata, assieme ai collaboratori abituali Ennio Flaiano e Tullio Pinelli, come un vero e proprio road-movie.
La struttura episodica della narrazione permette a Fellini di muoversi nel contesto sociale dell'Italia dell'epoca; contrariamente al Neorealismo, non cerca la piena autenticità del storico-sociale, dato anche il tono della narrazione, riuscendo ugualmente a dare uno spaccato vivo e pulsante dell'epoca; un'Italia povera, quella de "La Strada", che vive tra campagne brulle e periferie spoglie, dove la miseria degli ultimi viene vissuta con filosofia, ricercando il meglio in una magra quotidianità, che l'autore porta in scena con passione, in modo non dissimile da quanto farà Pasolini nel decennio successivo.




Laddove la storia è intessuta come una favola on the road, lo stile narrativo di Fellini si fa più secco, i toni immediati, privi di veri voli pindarici, quasi brutale nel rifiuto del virtuosismo visivo, configurando "La Strada" come uno dei suoi film più ruvidi e semplici; dove la semplicità è altresì sempre efficace, lasciando sempre trasparire gli umori dei personaggi, regalando sequenze vivide e commoventi.



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