domenica 21 luglio 2013

Hellboy



di Guillermo del Toro


con: Ron Perlman, Selma Blair, Rupert Evans, Doug Jones, John Hurt, Karel Roden, Bridget Hodson, Corey Johnoson.


Supereroistico/Fantastico/Azione


Usa (2004)






Con l'exploit supereroistico dei primi anni 2000, tornano in auge anche le trasposizioni dei supereroi del fumetto underground; particolare fortuna ha avuto in particolare quella di Hellboy, diretta nientemeno che da Guillermo del Toro, all'epoca reduce da un altro adattamento fummettistico: il bel "Blade II" (2002).



Pubblicato per la prima volta dalla Dark Horse Comics (casa editrice "madre" del fumetto di nicchia statunitense), Hellboy vede la luce nel 1993, ad opera di Mike Mignola, già autore di punta della DC Comics, per la quale ha disegnato alcune delle più interessanti storie dell'universo di Batman dell'epoca, come "Gotham by Gaslight" e il nerdissimo "Batman vs. Predator"; protagonista di storie dall'impianto lovecraftiano e caratterizzate da uno stile grafico bidimensionale tipo collage di indubbio fascino, Hellboy altro non è che il classico anti-eroe made in Usa: un demone cresciuto da umani che collabora con un'agenzia governativa per la difesa contro il paranormale, il Bureau of Paranormal Research and Defense;le storie delle quali è protagonista sono caratterizzate da una fantasia sfrenata, imperniata su una mitologia orrorifica classica mista ad influenze del Vecchio Testamento e dei miti arcaici e lovecraftiani, da un umorismo cinico e a tratti sfrontato e da un'inconsueta brevità; ogni volume presenta infatti storie autoconclusive, gli story-arc più lunghi non superano i 2-3 volumi massimo, sganciando così la serie dalla serializzazione episodica mainstream.


Nel passaggio su pellicola, sfortunatamente, molti degli elementi caratteristici del comic vanno persi; per comprendere meglio questo "processo di semplificazione", bisogna tenere conto del (atroce) contesto nel quale il film vede la luce. L'anno è il 2004: pubblico e critica sono estasiati dai polpettoni Marvel sui supereroi con superproblemi; la Starlite flms acquisisce i diritti per l'adattamento del personaggio di Mignola con un'unica, perfettamente apparente, intenzione: cavalcare il successo di "Spider-Man" e affini per ottenere un ottimo riscontro di critica e di pubblico; ecco dunque che la narrazione viene avviata, subito dopo l'incipit, dal punto della recluta Myers (sorta di nerd inetto che dovrebbe catturare le simpatie, al solito, dello spettatore medio americano) piuttosto che da quello del rosso demone in impermeabile; la trama portante, inoltre, viene inutilmente spezzettata per dar spazio ad un'improbabilissima storia d'amore "a 3" tra il demone, l'agente e la bella pirocinetica Liz, il cui esito è scontato fin dalle primissime battute; quel che è peggio, tuttavia, è la scialba caratterizzazione dell'eroe e degli antagonisti; nell'infelice tentativo di dare a Rasputin e compagna una qualche rilevanza drammatica, gli autori decidono di imbastire tra i due una love-story smielata, come se questi due stregoni immortali e dannati fossero in realtà due tee-ager innamorati (e lo scopo di tale velleità è talmente scontato che non occorre nemmeno sottolinearlo); sorte peggiore spetta al protagonista, il quale diviene una specie di "Peter Parker degli Inferi": insicuro e cialtrone, Hellboy viene dipinto come un adolescente in piena crisi ormonale e il suo memorabile umorismo nero viene relegato ad una serie di battutine sconce lanciate durante i duelli; il fondo viene raggiunto, manco a dirlo, nel finale, dove l'eroe acquista coscienza della sua natura grazie alle paroline dell'inutile gregario, in un tripudio di moralismo da seconda elementare.


Messa da parte la storia (il solito racconto di origine e formazione con tutti i luoghi comuni del caso), è la regia di del Toro a porre una pietra tombale sulla pellicola: meccanica e poco ispirata, si fregia di scene d'azione ben congegnate ma del tutto prive di pathos e tensione; dulcis in prufundus: il design di creature e scenografie è perlopiù scialbo e incolore, lasciando basiti solo per la trovata nel nazista-zombie-ninja, alla faccia della visionarietà sfoggiata nel precedente "Il Labirinto del Fauno" (2002); se proprio vi è un lato positivo dato alla pellicola dall'autore messicano, esso risiede nella scelta del protagonista: Ron Perlman, stimato caratterista qui promosso per la prima volta a protagonista, che dona fisicità e carisma ad un personaggio altrimenti piatto e stereotipato.

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